“Io non credo che l’uomo derivi dalla scimmia ma che la scimmia derivi dall’uomo per involuzione”. L’“evoluzione alla rovescia” secondo Guido Mina di Sospiro

Posted on giugno 07, 2018, 8:56 am
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Charles Darwin possedeva alcune caratteristiche che me lo rendono caro. Era un “dilettante”, non un professionista, manifestando chiaramente che una prepotente sete di conoscenza è una mania, non una professione, con le relative incombenze burocratiche. E c’è qualcosa di notevolemnte ardito nel suo viaggio sulla Beagle. È vero, stava cercando conferma alle sue teorie pre-formulate; ed è anche vero che sembrava trascurare qualsiasi prova contraria. Ma la sindrome da parzialità sembra insita nella natura umana. L’oggettività è impossibile. Tuttavia, quando pubblicò i suoi fondamentali L’origine delle specie (1859) e L’origine dell’uomo, gli capitò di avere le idee giuste al momento giusto. Era l’età del Positivismo, orgoglioso e legittimo discendente dell’Illuminismo. Ed era l’alba del periodo più materialistico e deterministico della storia. La teoria di Darwin, dell’evoluzione biologica attraverso la selezione naturale, fu entusiasticamente cooptata da Herbert Spencer e da tutta l’intellighenzia, e applicata alla società in generale. Il dogma dell’evoluzione è ora insegnato in ogni scuola nel mondo occidentale e si trova in ogni testo scolastico, non solo di scienza, ma anche di storia, di educazione civica, etc. L’intero ethos della società occidentale è imbevuto di, e si fonda su, il mito materialistico dell’evoluzione e del progresso.

L’ampio concetto di “evoluzione”, perciò, è stato un prezioso alleato delle società moderne. Implicitamente, ma spesso anche esplicitamente, queste sostengono che, trovandosi all’apice dell’evoluzione sociale, la cosmologia che incarnano non possa che essere la migliore. È un argomento prepotentemente machiavellico. Eravamo scimmie, poi, esseri umani che potevano a malapena accendere un fuoco; infine, abbiamo padroneggiato la natura (eccome!); e ora, quali esponenti delle democrazie moderne nel mondo libero, laico e illuminato, abbiamo portato la buona novella ai nostri fratelli in paesi meno privilegiati, o piuttosto “in via di sviluppo”, e di sicuro lo abbiamo fatto in base alla legge dell’evoluzione. (Fra tantisime “anomalie”, Göbekli Tepe, il sito archgelogico in Anatolia, confuta tale semplicistica spiegazione, ma ciò non sembra importare al sistema). Certe idee si diffondono come la peste. Come conseguenza, un Pensiero Unico viene imposto nel mondo, così come un Unico Comportamento: lo stesso modo di ragionare, gli stessi “valori”, lo stesso modo di parlare, di vestire, persino di mangiare. Un punto di vista completamente e arbitrariamente personale è stato spacciato per oggettivo e viene imposto su scala planetaria attraverso le lobbies culturali e i mass media. Gloria all’intrinseca supremazia del dogma evoluzionista e alle sue ramificazioni: il liberalismo e il libero mercato, di cui l’ultimo è, in effetti, il risultato di una selezione naturale spietata.

Leibnitz, e più recentemente Popper, affermarono che viviamo “nel migliore dei mondi possibili”. È il principio della ragione sufficiente. Mentre Leibnitz sosteneva che Dio non può aver creato che il migliore dei mondi possibili, un mondo che cambia sempre in meglio, Popper affermò che le società occidentali contemporanee, e il loro sistema socio-economico, rappresentano il miglior sistema che possa essere ipotizzato in opposizione alle precedenti organizzazioni sociali e culturali. Ora, caro lettore, se sei d’accordo con Leibnitz e Popper, non leggere oltre. Sei un esemplare umano ben adattato, il risultato di un indottrinamento culturale pervasivo, o di un vero e proprio lavaggio del cervello. Un vero figlio/figlia del tuo tempo. Se non sei d’accordo, vai avanti—a tuo rischio e pericolo.

Quando ero ragazzo, un gruppo progressive rock italiano incise un album intitolato Darwin. La prima canzone incoraggiava (sgrammaticalmente): “Prova, prova a pensare un po’ diverso (…)”. Proseguiva spiegando che niente era stato creato da Dio ma, piuttosto, che tutta la creazione aveva creato se stessa, e poi era costantemente migliorata grazie alle leggi dell’evoluzione. Persino lo spaghetti rock cooptava la sua versione distorta del darwinismo. Bene, ora vi chiedo io di “pensare un po’ diverso” poiché, vedete: io non credo che l’uomo derivi dalla scimmia per evoluzione, bensì che la scimmia derivi dall’uomo per involuzione.

Joseph de Maistre spiegava che i selvaggi non sono popoli primitivi nel senso di popoli originali, ma piuttosto le rimanenze degenerate e/o degeneranti di popoli antichi che sono scomparsi. Mi ribello al dogma rivoluzionario, e dico che le specie animali mostrano chiaramente la degenerazione del potenziale dell’uomo primitivo. In nuce, “il filosofo proibito” Julios Evola scrisse: “Questi potenziali insoddisfatti o devianti si manifestano come sottoprodotti del vero processo evoluzionistico che l’uomo ha condotto dall’inizio. Per questo motivo, l’ontogenesi, la storia biologica dell’individuo, non ripercorre in nessun modo il processo della filogenesi, la presunta storia evoluzionistica della specie, ma ripassa attraverso alcune possibilità eliminate. Si ferma a delinearle in modo approssimativo e poi va oltre, subordinando queste possibilità al principio superiore e specificamente umano, che è definito un poco alla volta nello sviluppo dell’individuo”.

Abbastanza contro corrente? Ha perfettamente senso, anche se non lineare. Ma lo scienziato necessiterebbe di prove. (La scienza istituzionale, per inciso, tende a giocare un gioco truccato, stabilendo le proprie regole, e implicitamente rifiutando tutto ciò che non si conforma ad esse). Immaginate, per esempio, un centauro, un corpo di cavallo a quattro zampe sormontato da un torso a due braccia con una testa. Questa adorabile creatura, se scoperta da qualche parte, metterebbe in ginocchio la teoria evoluzionista, dato che non ci sono antenati da cui i centauri possano essere discesi; d’altro canto, il mondo esoterico può ben considerare noi, umani a due gambe, i bastardi degenerati e mutilati di un centauro.

Guido

Lui è Guido Mina di Sospiro

I poeti cercano la verità, non gli scienziati. Il poeta francese Maurice de Guérin, nel suo Centauro, fa incontrare la creatura con Pan, mentre vien giù dalla montagna verso la valle, per dissetarsi in un fiume. È notte, il fiume luccica, un nastro d’argento sotto la luna. Questo è il Pan arcaico, un essere che appartiene direttamente alla terra, niente affatto un dio, sebbene più tardi sarà elevato a tale rango. Ed è Pan che il Centauro di Guérin vede quella notte dall’altra parte del fiume, o… il primo uomo. Il centauro è sopraffatto dal disgusto. E dalla tristezza. In lui, il Centauro vede un individuo mutilato. Quell’essere dall’altra parte del fiume annuncia, inoltre, la sua stessa sconfitta e la fine dell’Età dell’oro. E non è un caso se il fiume sembra, nella notte, una striscia d’argento. È iniziata l’Età dell’argento. Il mondo deve essere stato a lutto quando l’uomo si staccò da questa parte del suo essere. L’Età dell’oro lascia il posto a quella dell’argento. Toccherà in sorte a Erodoto, nel V secolo a.c., la transizione dall’età dell’argento a quella del bronzo. Egli sta a cavallo delle due epoche e annuncia la storia. Il Rinascimento, e più tardi l’Illuminismo, introdurranno l’Età del ferro, nella quale viviamo.

Lo scienziato non può che rifiutare ciò. Deve farlo. Ovviamente, se il paleontologo o l’archeologo disseppellissero i resti di un centauro, sarebbe non solo un colpo fatale alla teoria dell’evoluzione, ma alla scienza al completo. Inoltre, sarebbe utile trovare veri anacronismi. Come, ad esempio, esseri umani fossilizzati dentro lo stomaco di, mettiamo, un allosauro; o un trilobite in strati cenozoici (“recenti”, circa 65 milioni di anni). Ma, ancora, la scienza, e le società occidentali in generale, tendono a rifiutare o, in realtà, nascondere, prove che possano danneggiare lo status quo. Questa censura è una tattica di sopravvivenza, tutt’altro che o originale. Ma pare che tracce di nicotina siano state recentemente ritrovate dentro un antico sarcofago egiziano. Essendo il tabacco una pianta del Nuovo Mondo, una tale scoperta dovrebbe aver cambiato, se non altro, la nostra percezione della storia. In realtà, significherebbe molto di più. Non sorprendentemente, di questo si è detto o fatto molto poco. Perché, gli studi su Atlantide – cioè, concepire la possibilità che ci sia stata una civilizzazione avanzata in epoca preistorica – sono profondamente sovversivi. Sconfessano Darwin, Marx e Freud, e infastidiscono profondamente gli “esperti” accademici. Mettono in discussione la cosmologia del Big Bang. Non ispirano fiducia nel progresso o l’ingegneria sociale. E, infine, aprono la porta “alla marea nera di fango”, come Freud chiamava l’occulto (in realtà l’esoterismo) nella sua famoso contesa con Jung.

Qualche anno fa, passai un certo numero di pomeriggi e sere a intervistare lo sciamano, o piuttosto, “il portapacchetto” (nel “pacchetto” è custodita la “medicina” [o lo scibile magico]), della tribù Miccosukee, negli Everglades nel sud della Florida. Dopo alcune sedute scoprii che l’uomo era in grado di leggere la mia domanda seguente mentre la formulavo nella mia mente, e rispondeva senza che gli avessi chiesto niente a voce. Come ci si aspetterebbe, io ero totalmente incapace di leggere la sua mente o quella di chiunque altro. Alla fine, dalle sue parole è emersa un’interpretazione della storia assai insolita.

Quando gli Spagnoli cacciarono l’ultimo Moro, ottenendo così la loro storica Riconquista dopo otto secoli di occupazione musulmana, in quello stesso anno, 1492, Colombo ufficialmente e apparentemente scoprì l’America (per sbaglio?). È difficile pensare a una coincidenza. Certamente, la metastoria non è insegnata in nessuna scuola, e molta gente non sa nemmeno della sua esistenza. Che ci siano poteri coinvolti nei cambiamenti epocali – che vanno molto al di là della meschinità e dell’avidità umana e dei sollevamenti sociali – sembrerebbe una verità evidente, e tuttavia rifiutata e considerata impensabile dagli araldi del dogma storico evoluzionistico. E cosa fece l’uomo bianco quando venne in America, mi chiese il portapacchetto?

Trovò l’Età dell’oro, mi rendo conto ora, in retrospettiva: non era il Nuovo Mondo, era il Vecchio Mondo, più vecchio della storia e del mito. Sì, l’America era ancora in uno stato di grazia. Cereali macroscopici crescevano solo qui: granturco, zea mays, con grani così grandi da non richiedere macinatura. Era il cibo dei giganti, dei titani. Cacao, theobroma cacao, il frutto degli dei, ciò che “theo-broma” significa in greco. L’origine di questo albero tropicale era l’Amazzonia, da dove migrò in America centrale, attorno al 1500 a.c. I Maya e gli Aztechi attribuivano origine divina all’albero del cacao, portato loro dal dio Quetzacoatl. La bevanda sacra chiamata “chocolatl” era consumata in coppe d’oro. E la lista continua. Il tabacco, cioè Nicotiana tabacum. Una pianta erbacea, il tabacco fu usato per prime dalle popolazioni dell’America precolombiana. I nativi americani coltivavano la pianta e la fumavano nelle pipe a scopo medico e cerimoniale. La varietà rustica era usata dagli sciamani per entrare in stato di trance e indurre allucinazioni. Il pomodoro, Lycopersicon esculentum, era un altro dono dell’Età dell’oro. Un frutto che cresceva prontamente non da un albero e poteva essere coltivato ovunque, ammesso che ci fosse abbastanza calore. Il suo frutto commestibile, carnoso, abitualmente rosso, è diventato un alimento base delle cucine di tutto il mondo. Cosa sarebbe la cucina italiana senza di esso? Niente pizza? Niente pasta? E che dire dei seguenti altri doni degli dei? Vaniglia, patate, (che, ironicamente, resero possibile la rivoluzione industriale), immense mandrie di bisonti che brucavano e vagavano libere nelle pianure del nord? Che dire del tacchino, che è diventato un animale così simbolico negli Stati Uniti, ed è allevato e mangiato ovunque nel mondo? Nessun uccello di queste dimensioni cresceva in Europa e, ancora una volta a ragione, poiché l’Europa aveva abbandonato l’Età dell’oro, poi l’Età dell’argento e stava lasciando anche l’Età del bronzo.

Ho una stampa di Eanger Irvin Couse che ho comprato a Taos, nel Nuovo Messico. Dipinta circa cento anni fa, rappresenta una scena silvestre. Un nativo americano, con indosso solo un lembo di stoffa attorno ai fianchi, accovacciato sui ginocchi, si nasconde dietro un gruppo di alberi, osservando attentamente, non visto, alcuni tacchini in una radura a pochi passi da lui. Con la mano destra impugna ciò che, a prima vista, sembrerebbe una lancia. A ben guardare, ci si accorge che sta solo agguantandosi a un alberello senza rami, che può essere scambiato per una lancia, ma è, in effetti, solo uno snello giovane albero radicato nel terreno. Questa immagine, per inciso molto ben fatta, dice tantissimo. Il nativo americano, magro ma evidentemente non affamato, non ha intenzione di uccidere i tacchini, ma si gode la loro vista.

Tali popolazioni, primitive, originali, meritavano l’Età dell’oro in cui ancora vivevano. Non avevano bisogno di escatologie. Infatti nelle grotte sono stati trovati disegni che dipingono cacciatori primitivi che cacciano anche nell’al di là. L’al di là, in effetti, c’era; non c’era confine fra la vita qui e da qualche altra parte. L’Età dell’oro era l’Eden, e l’oro stesso, paradossalmente, non serviva. L’uomo bianco portò con sé non solo una serie di malattie esotiche, ma anche le banche, la più grave di tutte le malattie. La Chiesa cattolica aveva messo al bando per secoli qualsiasi tasso d’interesse, percepito come usura. Le banche e il prestito divennero una pratica accettata solo durante l’inizio del Rinascimento.

“A cosa”, chiese il mio amico portapacchetto Miccosukee, “a cosa servivano le banche in America agli uomini bianchi?”. Di fatto, possedevano tutto: la terra, gli alberi, il pesce, gli uccelli, la selvaggina. Tutto ciò che vedevano. Eppure introdussero quel supremo artificio—la banca. Sappiamo cosa è accaduto ai milioni di bisonti che pascolavano nelle praterie nelle mani dell’uomo bianco che cacciava per sport con fucili a ripetizione. Sappiamo cosa è accaduto ai nativi americani. E, tuttavia, continuiamo a considerare le nostre società come il logico risultato dell’evoluzione e del progresso. Frederic Edwin Church, il pittore della Hudson River School, si fece un punto d’onore di registrare le ultime vestigia dell’Età dell’oro in America. Non risparmiò alcuno sforzo nel raggiungere i luoghi più remoti per ritrarre la Grandiosità dell’Età dell’oro. Molto più di Turner o di Caspar David Friederich, rispettivamente dall’Inghilterra e dalla Germania. Proprio perché girò tutte le Americhe, ebbe l’ultima occasione di cantare a gloria dell’età perduta.

Ma il dogma evoluzionista si è diramato e ha infettato anche il mondo dell’arte. È difficile da credere, poiché l’arte avrebbe dovuto essere l’unico campo immune da un tal veleno. Tuttavia, ci è stato detto che anche l’arte si evolve. A chi piacerebbe Giotto, oggi, che non conosceva la prospettiva? Chiaramente, Piero della Francesca e Paolo Uccello, che l’hanno introdotta, erano molto superiori. Ma impallidiscono davanti alla grandezza di Michelangelo e, più tardi, di Tiziano. Tuttavia, Caravaggio, con le sue ombre e i chiaroscuri, è molto più evoluto. Per non dire di Goya, lontano finalmente da quegli stantii soggetti religiosi, impegnato nei molto migliori temi della vita comune. Ma l’impressionismo ha cambiato le carte in tavola un’altra volta – un cambiamento per il meglio, ovviamente – e tutti gli altri -ismi hanno portato alla migliore espressione artistica di tutte: l’arte astratta, alias “il qualunque-ismo”. In realtà, come ulteriore sviluppo sulla scala dell’evoluzione che porta alla perfezione, la bruttezza è diventata bellezza e la bellezza bruttezza. Le maggiori città del mondo occidentale annoverano molti musei dedicati a questo pinnacolo dell’evoluzione artistica: l’arte brutta. Mentre il fenomeno dell’arte brutta era in corso, Theodor Adorno e altri filosofi marxisti si affannvano a cantarne le lodi.

Come ci possiamo difendere dalle aberrazioni causate dalla cooptazione globalizzata e dall’imposizione di un dogma evoluzionistico onnicomprensivo? Penso di avervi dato qualche cenno. La storia è ciclica e non, come ci viene detto eloquentemente e assiduamente, lineare. Al momento siamo nel punto più infimo. L’Età oscura, o Kali Yuga, come descritto nei testi tradizionali induisti. Ma la marea può tornare in futuro. Nel frattempo, stiamo già facendo ciò che è la cosa migliore – differenziarci dal pensiero comune.

P.S.: Mia moglie ed io abbiamo una nutrita collezione di pitture astratte alle quali siamo molto affezionati; l’incoerenza è un buon segno.

Guido Mina di Sospiro, Washington, 27 maggio 2018

*trad. it. di Patrizia Poli in collaborazione con l’autore. Originalmente pubblicato sotto il titolo Evolution Upside-Down su New English Review, Disinformation e New Dawn Magazine.

Guido Mina di Sospiro è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017).