Bruno e Ferdinand si pestano in un giardino parigino. Bruno e Ferdinand sono due ragazzini di 11 anni che si legnano – o meglio, uno legna l’altro e l’altro, quello che è stato bastonato, perde due denti. I rispettivi genitori, la famiglia Reille e la famiglia Houllié, si vedono per discutere dell’accaduto ma poi scivolano via, incespicano, si accusano e infine si ritrovano a parlare dei massimi sistemi.

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Accecato dalla bellezza del film del Maestrone – Roman Polanski è un Maestrone, checché se ne dica e checché le accuse che gli sono state rivolte, accuse di violenza, naturalmente –, ho ceduto al canto della sirena: Carnage è una meraviglia, quindi ho trovato necessario e urgente leggere il libro da cui è stato tratto. La scusa è banale, pugnace: Adelphi ha dato alle stampe Il Dio del massacro esattamente 10 anni fa, nel 2011 nella traduzione di Laura Frausin Guarino ed Ena Marchi (la versione in francese invece è del 2006), elevando l’autrice, Yasmina Reza, nell’Olimpo della letteratura mondiale. La casa editrice italiana ci ha messo del suo, sparando un fondale fucsia psichedelico in copertina che fa male agli occhi (l’editor ci ha messo del suo: va bene “far riconoscere” il libro in scansia ma sempre dentro certe nuance: qui invece siamo oltre, è quasi doloroso). In quarta, scritto in nero, la trama. Quasi illeggibile. Sarebbe da chiedere a Roman Polanski se la versione francese è, cromaticamente, egualmente audace, ma non so se capisce il mio l’italiano…

Il titolo del libretto, meno di cento pagine, è tratto da una battuta in mezzo a tante altre, e gira esattamente così: “Vèronique, io credo nel dio del massacro. È il solo che governa, in modo assoluto, fin dalla notte dei tempi” dice Alain Reille, un avvocato che alterna una finta partecipazione allo scontro del figlio (autore della bastonata) a una battente causa penale – via cellulare – in difesa di una casa farmaceutica che ha immesso nel mercato un prodotto che ha diversi effetti collaterali. La frase è rivolta alla mamma del ragazzino offeso, Vèro appunto, una donna alternativa che ha deciso di sposare il suo uomo ma soprattutto una causa morale e civile, quella del Darfur, ammorbando i presenti sul genocidio del Sudan (ma il lettore – vittima della flebile sceneggiatura della Reza – scopre anche che ha il pallino della fotografia e dell’arte, soprattutto del tratto e dei colori di Oscar Kokoschka). 

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Nel testo nulla è superfluo. Lo scrive la stessa autrice descrivendo la prima scena, il prologo, la didascalia esplicita: “Un salotto. Nessun realismo. Nessun elemento inutile”. Arrivati all’ultima pagina si chiude il libro: il salotto è presente, così come il realismo (piante, alcolici, riviste d’arte). Per far di conto degli elementi inutili invece serve il pallottoliere. L’alchimista Roman Polanski ha ricavato l’oro dal piombo, ma il piombo, sulle pagine, resta. E macchia gli occhi e le mani.  

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Il passaggio più bello è un omaggio al meraviglioso Paolo Conte: una delle due coppie si chiama amorevolmente “Chips”, ed è – per stessa ammissione della Reza – un passaggio di Via con me (“It’s wonderful… Chips, chips!”). Per il resto, l’autrice non riesce a fondere, e non per la scelta stilistica – è un testo teatrale e cinematografico e come molti “copioni” può essere apprezzato nella sua pienezza solamente quando va in scena, quando cioè viene rappresentato; la letteratura però ci offre esempi straordinari, uno su tutti La cantatrice calva di Eugène Ionesco, irrorante sin dalle prime battute, acuto e ovattato, morbido e assurdo, un testo che ti fa accendere sulle labbra il sorriso del gatto del Cheshire, quel “sorriso mentale” che ti fiorisce quando le parole ti entrano nella testa – ma per mancanza di arpeggio: la storia sembra non essere nelle sue corde. Prima la “scusa” della rissa, poi la quiete, poi una coppia contro l’altra, poi donne contro uomini, infine tutti contro tutti. 

Eppure la tematica affrontata ha l’odore dell’esplosività: ben miscelata e ben ritmata, potenzialmente può squarciare l’ermeticità e le difficoltà dialogiche delle coppie di oggi. La convenzione del dire, i silenzi, le urla e le crisi di pianto, il gioco delle parti, i ruoli da recitare per definire un equilibro. Ma Yasmina Reza, alla fine, dà un colpo con il bastone, come si faceva alle sagre di paese quando si giocava alla “Pentolaccia”. Un colpo che è una carezza, un buffetto sulla guancia.

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La scrittrice ha ben chiara l’idea della stanza della tortura pirandelliana: anche per lei lo spazio, il salotto borghese, è il “ring” che definisce i personaggi – personaggi diseroicizzati che languono, sequestrati dal mondo e martirizzati da se stessi o dai propri persecutori. Personaggi che vivono utilizzando le parole come pistole. Caricate a salve, però: rumoreggiano, incapaci di ferire, di lasciare anche un piccolo graffio. Cliché, come quelli che dicono i due uomini, Michel ed Alain. Il primo afferma: “I figli fagocitano la nostra vita e la sgretolano. I figli ci portano alla rovina, è una legge. Quando vedi le coppie che convolano a giuste nozze col sorriso sulle labbra, tu pensi, non lo sanno, non sanno niente poveracci, sono tutti contenti”.

Il secondo è ancora più banale: “…le donne impegnate, risolute, be’ non è questo che ci attira nelle donne, quello che ci attira è la sensualità, la follia, gli ormoni, ci fanno orrore le donne che ostentano la loro lucidità, le guardiane del mondo…”.

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Il quadrilatero sociale con due famiglie che si schierano a “Reza” ha, tra le corde, una forza micidiale:  Chi ha paura di Virginia Woolf? – a cui l’autrice sembra ispirarsi ma con risultati deludenti – e soprattutto La cantatrice calva insegnano che si possono creare stelle filanti. Stelle come_te…

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Il dio del massacro si ferma al titolo: non riesce a creare nel lettore una vera riflessione sulle ipocrisie sociali e sulla fragilità delle convenzioni sociali e del buon senso (cosa che invece Roman Polanski in Carnage è riuscito a fare con assoluta precisione, lavorando sul ritmo delle battute). Le famiglie Reille e Houllié si perdono tra noiosi blablabla, tra dialoghi privi di sale e di pepe, senza unghie né polpastrelli: peccato perché i pargoli invece hanno dimostrato di saper usare il bastone. E la carota? È finita nel minestrone, assieme a tutto il libro…

Alessandro Carli