Storia di un’ossessione. Dialogo con Tim Youd, l’artista che ricopia i 100 romanzi più grandi, nel luogo dove furono scritti, con la macchina da scrivere. Dopo Hemingway e Faulkner, ha riscritto Cormac McCarthy (e vuole portare Virginia Woolf alle Ebridi)

Posted on Luglio 10, 2019, 8:23 am
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Amare la letteratura così devotamente da voler riscrivere interi romanzi, parola per parola. Ribatterli su vecchie macchine da scrivere. Chi sarebbe disposto a farlo? Scegliendo quali romanzi? Ma cosa significa, poi, la letteratura? L’artista americano Tim Youd di capolavori letterari ne ha scelti cento e, con pura dedizione e un velo di ossessione, a loro ha consacrato parte della sua vita e dedicato la più importante creazione artistica della sua esistenza, 100 novels.

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Avevo incontrato Youd, qualche estate fa, nella stanza numero 106 del Grand Hotel des Iles Borromees, a Stresa, un prestigioso albergo sulla sponda ricca del Verbano, dove soggiornarono anche George Bernard Shaw, John Steinbeck e Archibald Cronin. Era impegnato, allora, a riscrivere, ribattere a macchina (sarebbe meglio dire retyping) A Farewell to arms, “Addio alle armi”, il celebre romanzo di Ernest Hemingway, nella “Hemingway suite”, la camera in cui il grande scrittore americano soggiornò, convalescente, nell’immediato dopoguerra e, in seguito, nel 1948 (le voci mi dicono una delle preferite di George Clooney, oggi). Nell’ampio terrazzo della sontuosa camera che guarda il lago Maggiore, Hemingway aveva concepito, infatti, parte del romanzo. La prima del retyping di Addio alle armi era stata in Arcansas, nella casa museo Hemingway-Pfeiffer, ora degli eredi di Pauline Pfeiffer, la seconda moglie dello scrittore, dove Hemingway aveva effettivamente composto la maggior parte dell’opera.  Ma Tim Youd, artista nato nel Massachusetts, a Worcester, classe 1967, pur essendo così perdutamente appassionato di letteratura, non è uno scrittore. È un artista importante, vive a Los Angeles, e, in questi giorni, è impegnato, con il retyping di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy.

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Tim Youd mentre ribatte “Big Sur” di Jack Kerouac

Recentemente ha completato il 62esimo romanzo, il primo di una serie di cinque che sta ribattendo in alcune località dell’Arizona, con il Museum of Contemporary Art di Tucson. E questi ultimi retyping culmineranno in uno spettacolo al MOCA di Tucson nell’autunno del 2020. Ma in cosa consiste la creazione artistica 100 novels? L’opera trae il nome, appunto, dai cento romanzi del XX secolo, trascritti, ribattuti a macchina, nell’arco di dieci anni, su un paio di fogli di carta, negli stessi luoghi in cui furono concepiti o ambientati. Il retyping di Youd è strettamente legato anche alla macchina da scrivere, dal momento che per la realizzazione dell’opera e delle performance che la accompagnano, l’artista utilizza lo stesso modello e marca di quella usata dallo scrittore per il romanzo.  E, per ogni romanzo, due fogli da inserire nella macchina da scrivere. Quella di Hemingway, ad esempio, era una Corona n. 3. La pagina inserita nella macchina da scrivere diventa, con la continua riscrittura, illeggibile, nerissima. I due fogli, tra loro attaccati con piccoli pezzi di nastro adesivo bianco, resistono coraggiosamente al tambureggiare dei tasti venati di inchiostro. Lungo il bordo dei fogli si riconosce a stento qualche lettera rimasta impigliata e sopravvissuta, sfuggita alla sovrascrittura. Questo è ciò che rimane di un romanzo? Una impressionante pagina nera, ferita su uno sfondo bianco. Questo è il significato di ciò che chiamiamo letteratura? E della scrittura?

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Le letture dell’opera sono, necessariamente, contraddittorie e interessanti. Allora avevo chiesto a Youd: perché proprio A farewell to Arms? “Addio alle armi è uno dei miei romanzi preferiti – mi raccontava Tim Youd, nella hall dell’albergo di Stresa – l’ho letto, per la prima volta, a tredici anni ed è uno dei primi romanzi che ho letto. Penso che questo libro sia ciò che un romanzo debba essere. Credo che questo romanzo spieghi cosa significa essere un uomo, nonostante sia un susseguirsi di tragedie. Ho imparato molto da questo romanzo: ogni volta che lo leggi ti arricchisce. Alla fine di ogni lavoro di retyping, mi domando se valga la pena di rileggere il libro che ho battuto a macchina. E, nel caso di Hemingway, ho pensato che ne valeva la pena. Questa è la quarta volta che leggo A Farewell to arms e, ogni volta, ricevo altri doni dal romanzo e anche ora sento che il messaggio è stato più profondo della volta precedente”. Ma com’è nata l’idea di realizzare questo progetto artistico? “Quando leggi, vedi un rettangolo bianco e nero sulla pagina del libro, così ho pensato a come avrei potuto comprimere l’intero romanzo in due sole pagine. Quando ho maturato quest’idea, ho pensato che avrei potuto riscrivere tutto a mano, ma avrei preferito qualcosa che mantenesse la natura stampata del libro e così ho pensato di utilizzare la macchina da scrivere, lo stesso modello utilizzato dall’autore”.

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Ecco l’inizio dell’ossessione: Youd è seduto nel suo studio a leggere, fissa il rettangolo nero del testo all’interno di un rettangolo bianco più grande sulla pagina e pensa che può essere interessante comprimerlo e mettere tutte le parole di quel libro su una pagina. Questo l’impulso di schiacciare il libro, in modo che il peso e l’oscurità di tutte quelle parole possano rimanere lì, come una reliquia. Una reliquia illeggibile e al tempo stesso scritta con grafia leggibile, ma stratificata. L’idea artistica è nascosta già nel nido familiare. Infatti gli chiedo: come la tua infanzia ha influenzato il tuo percorso artistico? “Mia madre era ed è tuttora un’artista. Mi ha fatto disegnare dal primo momento in cui ho potuto sedermi. Legò un tavolo da disegno al mio seggiolone e creò opere d’arte con me ogni giorno. Mio padre era uno psicologo infantile e aveva moltissimi libri sparsi per casa e questi non erano mai off limits, nemmeno per le mie mani di bambino. Quindi i libri erano una cosa fisica per me. Quel primo rapporto con i libri ha trovato la sua strada in quello che faccio”.

Parliamo del tuo lavoro precedente, sono rimasta particolarmente sorpresa nel sapere (davvero non ricordavo questo particolare) che il tuo primo lavoro fosse a Wall Street presso una banca di investimenti, mentre oggi il tuo lavoro è totalmente diverso. Quando e come hai deciso di cambiare completamente la rotta della tua vita? “Forse è stata una qualche forma di ribellione che al liceo mi fece respingere il mio interesse e le mie capacità nell’arte visiva. Era la fissa di diventare un uomo di mondo, che mi ha portato a Wall Street. Erano gli anni ’80, dopotutto. Quell’esperienza si è rivelata affascinante e inestimabile, anche se ho capito, dopo non troppo tempo, che non volevo fare carriera come investment banker. ‘Wall Street’ può avere connotazioni negative, alcune delle quali meritate. Ma ho imparato che lavorare a Wall Street richiede anche la capacità di andare verso qualcosa con una certa concentrazione e risoluzione. Penso di avvicinarmi alla mia arte con una compulsione che non è poi così diversa da quella”.

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Torniamo all’opera 100 novels – con cui hai viaggiato attraverso l’Europa e l’America, naturalmente –, mi piacerebbe sapere: quale romanzo è il tuo preferito, a quale sei legato sentimentalmente? “Ho difficoltà a dirti quale è il mio preferito in assoluto, anche se ultimamente ho pensato che Virginia Woolf potrebbe essere l’autore per tutte le stagioni. Ho ribattuto a macchina Gita al faro (al faro Godrevy a St. Ives, in Cornovaglia) e Orlando (a Monk’s House, la sua casa di campagna a Rodmell, nel Sussex). In realtà mi piacerebbe riscrivere Gita al faro una seconda volta, questa seconda volta sull’isola di Skye, nelle Ebridi. Ed è obbligatorio che io risponda, alla tua domanda, con La signora Dalloway. Potrebbero esserci altri romanzi perfetti in inglese, ma nessuno è più perfetto della signora Dalloway”.

A parte Miller – l’incidente che ti occorse alla tua prima performance in pubblico quando ribattevi Tropico del Capricorno di Henry Miller a un tavolino sulla Metropolitan Avenue a Brooklyn, dietro l’angolo della casa d’infanzia di Miller quando la macchina da scrivere si capovolse sul marciapiede fermando momentaneamente la tua opera –, raccontami un altro episodio interessante sulla tua riscrittura dei capolavori letterari. “L’estate scorsa, quando ero nella valle dell’Hudson, ho ribattuto a macchina il romanzo Falconer di John Cheever. Questo romanzo è ambientato nella prigione di Sing Sing, che si trova a Ossining, New York. Cheever visse ad Ossining per un certo numero di anni e insegnò a scrivere ad alcuni prigionieri. La prigione fu originariamente costruita per ospitare pericolosi criminali di New York City. Era anche il luogo di molte esecuzioni. Alcuni anni fa, lo stato di New York, che gestisce Sing Sing, ha dismesso una torre di guardia che si affacciava sul piccolo porto di Ossining. Questa torre è stata separata dal complesso principale della prigione ed è stata ritenuta una componente non più necessaria dell’apparato di sicurezza. Così lo stato donò la torre e il terreno su cui si trovava alla città, e la città creò un parco giochi per bambini, lasciando la torre chiusa ma ancora in piedi. Mi è stato concesso il permesso dalla città di sedermi nella torre per dieci giorni, mentre ho battuto a macchina il romanzo di Cheever. Il mio primo giorno, che era una domenica, ho sbloccato la torre e spostato la mia attrezzatura nella stanza di osservazione in alto. Per un’ora o più al mattino, ho sentito una voce in un megafono che mi urlava di uscire dalla torre. La torre ha una passerella, quindi ci cammino sopra e vedo due incrociatori della polizia con le luci lampeggianti. Alzo le mani mentre due ufficiali si avvicinano a me attraverso il parco. Non hanno solo camminato nel parco. Mi si sono avvicinati in modo tattico, con le mani sulle armi e riparandosi sotto gli alberi, mentre si avvicinano a me, si comportavano come se io potessi essere armato e pronto a colpirli, un fatto per il quale non li biasimo. Quando arrivano a distanza di comunicazione, mi urlano di uscire dalla torre. Ho spiegato che sarei venuto giù e che avevo il permesso dalla città di essere nella torre. Poi sono sceso e ho continuato a raccontare la mia storia. Uno dei poliziotti è stato comprensivo, l’altro era piuttosto burbero. Era scontento di non essere stato informato della mia presenza, e sottintendeva che dubitasse della mia storia. Dato che era domenica, ci sono volute alcune telefonate prima che fossero in grado di accertare che, in effetti, avevo il permesso di essere nella torre. Come si è poi scoperto, erano stati chiamati da una delle guardie di Sing Sing, che poteva vedermi dalla sua torre sul muro della prigione. Considerati tutti i problemi che gli Stati Uniti hanno con la violenza armata e le sparatorie della polizia, è stato abbastanza facile per me immaginare cosa sarebbe potuto accadere. È stato un bel modo per iniziare un retyping”.

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Come sei cambiato dall’inizio dei 100 romanzi fino a oggi? Come ti senti riguardo al tuo ruolo di artista-lettore? La tua devozione per la letteratura è aumentata? “Direi che il più grande sviluppo per me è che sono diventato un lettore molto migliore. Prima di iniziare il progetto dei 100 romanzi, se mi avessi chiesto se ero un buon lettore, avrei risposto sì. Ma ora che ho ribattuto a macchina 62 romanzi e una manciata di sceneggiature e raccolte di poesie, ti direi che non ero ancora il lettore che pensavo di essere, perché non stavo davvero leggendo il modo in cui uno scrittore legge. Penso di essere molto più vicino a questo ora. E penso che nei restanti 38 romanzi, crescerò notevolmente come lettore. Una buona lettura è un’occasione infinita”.

Riguardo alla reazione del pubblico, tu dici: “L’anno scorso, durante una performance che stavo facendo nella valle dell’Hudson, un osservatore mi ha detto che sembrava che stavo mangiando il libro”; ma normalmente, com’è la reazione di fronte a te, durante le performance artistiche, mentre stai ribattendo a macchina un romanzo? “Questa reazione non è così atipica, sebbene la poesia della descrizione sia certamente unica. Penso che la gente intuisca una compulsività nella mia impresa. Ci sono naturalmente persone che sono sprezzanti, sia scherzosamente che con insulti. Ma generalmente non mi dispiace. Ogni tanto, mi manca la pazienza, ma vedo la gente parlare della macchina da scrivere, del romanzo, della pagina su cui sto lavorando, tutto come parte del progetto. Alla gente piace parlare di libri, a me piace parlare di libri e ho imparato molto nel dare e avere”.

Ora sei nel bel mezzo del tuo progetto, quale sarà la prossima riscrittura? “Come sai, recentemente ho ribattuto il Meridiano di sangue di Cormac McCarthy a Yuma, in Arizona. Questo era il 62esimo romanzo dei 100, e il primo dei sei retyping che sto facendo in Arizona, con il Museum of Contemporary Art di Tucson. Nell’autunno del 2020, avrò una personale al museo, con i dittici finiti in Arizona, oltre a una selezione dei miei disegni e dipinti, tutti collegati in qualche modo al progetto 100 Novels”.

Linda Terziroli

**In copertina: Tim Youd ribatte John Cheever a Sing Sing

*Tim Youd, artista performativo e visivo, è attualmente impegnato nel retyping di 100 romanzi per un periodo di dieci anni. Ad oggi, ha ribattuto 62 romanzi in varie località negli Stati Uniti e in Europa. Ha vissuto in varie case di scrittori storici, tra cui Rowan Oak di William Faulkner con l’University of Mississippi Art Museum (Oxford, MS), Flannery O’Connor’s Andalusia con SCAD (Milledgeville e Savannah, GA) e Virginia Woolf’s Monk’s House (Rodmell, Sussex). Il suo lavoro è stato oggetto di numerose esposizioni museali, tra cui il Museo d’Arte Contemporanea di St. Louis, Il Frances Lehman Loeb Art Center, il Museo d’Arte di New Orleans, il Museo d’Arte di Monterey, il Museo Hemingway-Pfeffer, il Museo di Arte Contemporanea di San Diego, L’Università del Mississippi Art Museum a Rowan Oak e il Lancaster Museum of Art and History. Ha presentato il suo progetto 100 Novels e la sua performance al Los Angeles Contemporary Exhibitions (LACE) e LAXART, e ha ridisegnato Joe Orton’s Collected Plays al Queen’s Theatre con il MOCA di Londra. Vive e lavora a Los Angeles.

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A performance and visual artist, Tim Youd is presently engaged in the retyping of 100 novels over a multi-year period. To date, he has retyped 62 novels at various locations in the United States and Europe. His work has been the subject of solo museum exhibitions at the CAM St. Louis, the MCA San Diego, the New Orleans Museum of Art, the Frances Lehman Loeb Art Center, the Hanes Gallery, and the Lancaster Museum of Art and History. He has been in residence at various historic writer’s homes, including William Faulkner’s Rowan Oak (Oxford, MS), Flannery O’Connor’s Andalusia (Milledgeville, GA), the Hemingway-Pfeiffer House (Piggott, AK), the National Steinbeck Center (Salinas), and Virginia Woolf’s Monk’s House (Rodmell, Sussex). He has presented and performed his 100 Novels Project at Los Angeles Contemporary Exhibitions (LACE), LAXART and the Museo dell’Ara Pacis (Rome) and retyped Joe Orton’s Collected Plays at The Queen’s Theatre with MOCA London. He is represented by the Cristin Tierney Gallery in New York. On May 16th, a show of his typewriter-ribbon themed drawings opens in Los Angeles at there-there gallery. Youd lives and works in Los Angeles.

Tell me about your parents, how your childhood has influenced your art?

“My mom was and still is an artist.  She had me drawing from the time I could sit up.  She strapped a drawing board to my high chair, and made art with me every day.  My dad was a child psychologist.  He had lots of books around the house, and these were never off limits, even to my little child’s hands.  So books were a physical thing to me.  That early relationship with books found its way into what I do”.

Let’s talk about your previous job… I was astonished to know (I did not remember this point really) that your first job was on Wall Street at an investment bank and now your work is totally different. When and how you have decided to change completely your life?

“Perhaps it was some form of rebellion that caused me in high school to dismiss my interest and abilities in visual art.  I became fixated on becoming a man of the world, which led me to Wall Street.  It was the 1980s after all. That experience proved to be fascinating and invaluable, even if I understood after not too long that I did not want to make a career as an investment banker.  “Wall Street” can have negative connotations, some of which are deserved.  But I learned that working on Wall Street also requires the ability to go at something with a certain focus and resolve.  I think I approach my art with a compulsion that isn’t so different”.

About 100 novels, I would like to know – you have been travelling throught Europe and America,of course – which masterpiece is your favorite, or you are sentimentally bound?

“I have a hard time telling you which is my absolute favorite, although lately I’ve been thinking Virginia Woolf might be the author for all seasons.  I have retyped To The Lighthouse (at Godrevy Lighthouse in St. Ives, Cornwall) and Orlando (at Monk’s House, her country home in Rodmell, Sussex).  I’d actually like to retype To The Lighthouse a second time, this second time on the Isle of Skye in the Hebrides. And it’s a must that I retype Mrs. Dalloway. There may be other perfect novels in the English language, but none is more perfect than Mrs. Dalloway”.

A part from Miller, tell me another interesting episode about your retyping literary masterpieces.

“Last summer, when I was in the Hudson Valley, I retyped John Cheever’s novel Falconer.  This novel is set at Sing Sing prison, which is in Ossining, New York. Cheever lived in Ossining for a number of years and taught writing to some of the prisoners. The prison was originally built to house dangerous criminals from New York City. It was also the site of many executions. Some years ago, the State of New York, which operates Sing Sing, decommissioned a guard tower that overlooked Ossining’s small harbor. This tower was separated from the main prison complex, and was deemed a no longer necessary component of the security array. So the state donated the tower and the land on which it stood to the city, and the city made a kid’s playground on it, leaving the tower closed but still standing. I was granted permission by the town to sit up in the tower for ten days, while I retyped Cheever’s novel. On my first day, which was a Sunday, I unlocked the tower and moved my gear up into the lookout room at the top. An hour or so into the morning, I heard a voice over a bullhorn yelling at me to get out of the tower. The tower has a catwalk, so I walk out onto it and saw two police cruisers with lights flashing. I raised my hands up as two officers approached me through the park.  They didn’t just walk through the park. They approached me in a tactical fashion, with their hands on their weapons and seeking shelter under trees as they worked their way toward me as if I might be armed and ready to snipe at them, a fact for which I don’t fault them. When they got within talking distance, they yelled at me to get out of the tower.  I explained that I would come right down, and that I had permission from the town to be in the tower.  I did then go down, and proceeded to tell them my story. One of the cops was sympathetic, one was quite gruff.  He was unhappy he hadn’t been informed about my presence, and implied that he doubted my story. Because it was a Sunday, it took a few phone calls before they were able to ascertain that in fact I did have permission to be in the tower.  As it turned out, they had been called by one of the tower guards at Sing Sing, who could see me from his tower on the wall of the prison. Given all the problems the US has with gun violence and police shootings, it was pretty easy for me to imagine how this could have turned out badly.  It was quite a way to start a retyping”.

How are you changed from the beginning of 100 novels till now? How do you feel about your special role of both artist and reader? Your devotion for literature is increased?

“I would say the greatest development for me is that I have become a much better reader.  Before I began the 100 Novels project, if you had asked me if I was a good reader, I would have said yes. But now that I’ve retyped 62 novels and a handful of screenplays and poetry collections, I would tell you that I wasn’t nearly the reader I thought I was, because I wasn’t really reading the way a writer reads.  I think I am much closer to that now.  And I think that over the remaining 38 novels, I’ll grow considerably further as a reader. Good reading is an infinite opportunity”.

About the public reaction, you say: “This past year, during a performance I was doing in the Hudson Valley, a viewer who observed me said it seemed as if I was eating the book”. But normally, how is the reaction in front of you, while you are retyping a novel?

“That reaction is not so atypical, although the poetry of the description certainly is unique. I think people do intuit a compulsiveness to my undertaking. There are of course people who are dismissive, either jokingly or with an insult. But I generally don’t mind. Occasionally I run short on patience, but I do see my talking with people about  the typewriter, the novel, the page on which I’m typing, all as part of the project.  People like to talk about books, I like to talk about books, and I’ve learned a good deal in the give and take”. Now you are over the middle of your project… what about your next retyping? “I recently retyped Cormac McCarthy’s Blood Meridian in Yuma, Arizona.  This was the 62nd novel of the 100, and the first of six retypings I’m doing in Arizona, with the Museum of Contemporary Art Tucson. In the fall of 2020, I will have a solo show at the museum, featuring the finished diptychs from these Arizona retypings, as well as a selection of my drawings and paintings, all of which related to the 100 Novels project in some way”.

Linda Terziroli