Carrara, Biscottificio Dogliani, inverno 2018, ancora lontani dalla pandemia.

Un giorno Margherita ha deciso che il biscottificio da lei diretto avrebbe dovuto sfornare idee, oltre che biscotti. Allora ha aperto le porte della fabbrica alla cultura, ne ha parlato con le operaie e il progetto è partito sotto i migliori auspici. Ci riceve con affetto nella parte del biscottificio che sta fra la fabbrica e il negozio. Mentre Cristina, che poi è sua cugina, monta la “scena”, vengo lasciata imprudentemente sola con un tappeto di biscotti. “Puoi prendere quello che vuoi”, dice incautamente Margherita prima di sparire per una buona mezz’ora. Senza farmelo ripetere faccio incetta di meringhe morbide, canestrelli profumati e deliziosi cantucci. Margherita torna ed io cerco di darmi un contegno spolverandomi le briciole di dosso. Uno dopo l’altro, li avrei fatti rapidamente tutti fuori quei benedetti biscottini! Il primo scatto di Cristina è quello buono. È bastato un click! Amo Margherita per tanti motivi, uno di questi è che ogni tanto le capita di alterare i nomi delle persone, persino di quelle molto conosciute, ma solo perché è presa da altre cose, più nobili, elevate. Al momento dell’intervista ho la febbre. Me la sono trasportata in treno ovunque mi sia fermata con Cristina. Quella di Margherita a Carrara è l’ultima tappa. Nel porle le domande mi sento bruciare le tempie. In tempi di pandemia sarei dovuta restare a casa oppure fargliela con una mascherina FFP2, ma anche in quel caso le sarebbe importato poco, perché Margherita è una di quelle donne che ti parla scrutando l’anima.

Margherita Dogliani; photo Cristina Dogliani

1.Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome?

Margherita Dogliani – Mi chiamo Margherita e hanno scelto questo nome per onorare mia nonna, la mamma di mio padre, perché una volta usava così. Io sono la prima di tre figli maschi. Una prola, tre proli (ride).

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2. Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente?

Margherita Dogliani – (Ci pensa). Maddalena. …Perché è una donna che ha peccato e in modo consapevole ha chiesto perdono.

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3. Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte “scomode”. Tu, secondo te, perché sei seduta su questa sedia e stai per essere intervistata?

Margherita Dogliani – Perché probabilmente ho fatto delle scelte diverse. Io ho sempre sentito sin da bambina che la mia vita non avrebbe seguito i canoni di una vita normale. Lo percepivo… Lo sentivo dai desideri che avevo che erano differenti da quelli delle mie coetanee. Per esempio mi ricordo che c’era una bambina – una mia compagna di giochi – che era povera, più povera di me, ed io sentivo una differenza fra me e lei, era evidente! Soffrivo per questa cosa e ricordo di essermi come ripromessa che nella vita avrei fatto qualcosa per eliminare le differenze economiche perché tutti fossero uguali. La mia vita non era proiettata verso i confini del sistema patriarcale che vivevo all’epoca. Dopo, nell’età degli studi universitari, una scelta difficile è stata quella di abbracciare la religione cattolica (nel Movimento dei Focolari di Chiara Lubich). Per me era quello il modo di essere in prima linea, di fare la rivoluzione per cambiare il mondo mentre i miei compagni e le mie compagne dedicavano la loro vita alla lotta armata. Vivere il cristianesimo come lo vivevo io, in modo così coerente, vivere il Vangelo nella comunione dei beni, come i primi cristiani, era una scelta totalitaria e anche una scelta scomoda all’epoca, perché negli anni ’70 andavano di moda più i laici, gli atei, le compagne e i compagni. Diciamo che io andavo controcorrente scegliendo Dio… Oggi mi dico di non averlo fatto in modo totalmente consapevole, anche perché alla fin fine ero attratta dalla lotta della piazza che mi affascinava tantissimo! Ma venivo da una familgia cattolica e borghese, quindi… Anche se i miei compagni venivano anche loro da ambienti simili. Io comunque sono sempre stata affascinata dalla rivoluzione, da chi era in prima linea, da chi dava tutto! Non mi sono mai piaciute le vie di mezzo: o tutto o niente, per me. (Mi stupisce che non parli della sua esperienza di imprenditrice “umanista” e delle iniziative culturali del biscottificio famoso per lo slogan: “Fabbrica di biscotti e idee”).

Manuela Diliberto con Margherita Dogliani; photo Cristina Dogliani

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4. Ne L’Arte della guerra, scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi con ogni industria, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’Occasione?

Margherita Dogliani – Prima di tutto Machiavelli è il politico che ha scritto Il Principe, no? È quello della ragion di stato, del fine che giustifica i mezzi. Ed è un uomo. Un uomo che come tutti gli uomini si prepara all’Occasione, perché dal suo punto di vista l’uomo dev’essere onnipotente, quindi capace e in condizione di poter affrontare tutto e tutti ed essere vincente. Per una donna non è così. Per una donna il pensiero di riferimento è più quello della Virginia Woolf delle Tre ghinee (pamphlet contro la guerra che denuncia lo stretto legame che intercorre fra il sistema patriarcale e la dimensione militare dei regimi). Per me la donna è capace di affrontare l’imprevisto. Quindi l’occasione non dev’essere cercata o costruita o essere una condizione. Secondo me per una donna conta anche il non essere preparate!

M.D. – Cioé fa parte del tuo essere apparecchiata anche la consapevolezza del fatto che l’occasione potrebbe non esserci?

Mar.D. – Sì… O anche che l’occasione possa venire quando meno te l’aspetti. O quando non ci pensi. Prendi per esempio una donna che ha una realzione e rimane incinta. Non l’aveva previsto, non lo voleva. Può essere sorpresa, ma non è mai impreparata, è sempre pronta. (Margherita parla con garbo, lentamente e quasi sussurrando).

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5. A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappata?

Margherita Dogliani – In passato, durante la mia esperienza religiosa, ovviamente alla relazione con Dio, alla preghiera, alla frase del Vangelo che dice: “Dove due si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, quindi a questo avere Gesù fra due persone che amano e che sono pronte a dare la vita. Oggi non dico che non credo più o che sono atea, perché una spiritualità ce l’ho, ma quello che mi dà forza è la relazione con le altre donne. Secondo me la sorellanza è una forza. Il condividere con una tua simile un progetto, un desiderio, la vita, un ideale, ti dà forza, perché ti confronti e hai la solidarietà di una tua simile, la solidarietà femminile. È molto importante questo.

M.D. – E quando vanno male le cose al biscottificio, per esempio?

Mar.D. – Io cerco sempre una relazione con una donna che ha la mia stessa visione di vita, cioè la voglia di aderire a se stessa, di partire da sé, da noi come donne e vivere la vita secondo il nostro modo di pensare, di essere. Questo mi ricarica. Il pensiero di essere nata da una donna, da una simile, mi dà la forza. Un sistema di valori può essere disposto anche secondo un ordine femminile, della madre, e non solo secondo quello del padre. La sensazione di essere al mondo per promuovere questa idea mi dà la spinta, lo stimolo per cercare donne come me. In politica per esempio ci sono donne che sono arrivate perché hanno aderito prima di tutto ad un sistema maschile, ad un programma di partito pensato da uomini e voluto da uomini. Quelle donne io non le cerco! Anzi sono donne che non mi rappresentano: sono donne che mi hanno tradito, che hanno tradito il mio modo femminile di essere e, secondo me, anche se stesse.  

M.D. – Quando al biscottificio organizzi una bell’iniziativa culturale, che succede se qualcuno viene e ti dice: “Ma cosa fai Margherita? Sai quanto costa tutto questo, ma sei matta, sai che dobbiamo pagare le operaie?”. In questi casi come continui tu per la tua strada?

Mar.D. – Continuo seguendo il desiderio! Perché il desiderio nasconde un disagio ed io voglio superare il disagio che ho. Quando ho creato la rassegna (“Donna, Anima e Corpo”) era perché avevo un disagio, quello di lavorare in un ambiente segnato da leggi pensate da uomini per donne, con orari di lavoro pensati da uomini per donne, e non mi ci trovavo. Vedevo le mie operaie scontente, infelici, anche perché sappiamo che la donna trascina in fabbrica tutto il suo mondo, i suoi problemi con i figli, il marito, la casa, mentre l’uomo stacca. Quindi per la donna è come un doppio lavoro, una doppia vita… E a me questa cosa mi provocava un malessere interiore… Avendo questo disagio, appunto, ho pensato: “Devo fare qualcosa per cambiare!”. Ho seguito così un desiderio. Un giorno ero nell’area parcheggio del biscottificio e mi sono detta: “Ecco, devo far entrare la cultura in fabbrica!”, perché la cultura è uno strumento che sicuramente può arricchire il pensiero. Un episodio determinante è stato, verso il 2002/03, alla vigilia delle elezioni politiche, una chiacchiera del tutto casuale con una delle mie operaie che parlando del chi votare mi disse: “Ah, io non lo so cosa voto, non mi interessa, io voto quello che mi dice mio padre”. La risposta mi sconvolse. Una risposta così da una donna di ventitré anni, mi lasciò proprio senza parole. Il pensiero è l’unica cosa che nessuno può portarci via, nessuno deve condizionarlo. Allora è lì che ho pensato: la cultura e l’informazione possono essere un modo per far crescere.

M.D. – Ma con queste iniziative è cambiato qualcosa?

Mar.D. – Allora, in alcune sì, in altre no. Alcune hanno fatto dei passi avanti, altre indietro… Io comunque appena ho avuto l’idea di aprire le porte del biscottificio alla cultura, per cominciare, con una rassegna di quattro serate in cui si invitavano degli esperti, ne ho parlato con la nostra ragioniera, la Simonetta, che mi ha detto subito “Io ci sto. Mi piace quest’idea: ti do una mano!”.

M.D. – E i tuoi fratelli (coproprietari del biscottificio con Margherita)?

Mar.D. – I miei fratelli all’inizio erano contrarissimi. Anzi, i primi anni non partecipavano proprio, anche se mi hanno lasciato fare. “Te la vedi tu”… Ma a me non interessava, io dovevo andare avanti. Avevo il mio desiderio, dovevo cambiare il mondo, dovevo fare di tutto per cambiare il mondo, e sentivo che mi bastava anche che uno solo mi fosse venuto dietro. Spostare il punto di vista, il pensiero in fabbrica, anche se per un solo momento, sarebbe stato già un successo.

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6. Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente?

Margherita Dogliani – Chi sceglie la via tortuosa non lo fa per il gusto di soffrire… L’aspetto psicologico ti dà delle spiegazioni del perché la si scelga… per esempio perché uno, che ne so, sa convivere con il dolore, con gli affanni, con le difficoltà. L’aspetto simbolico invece, che è quello che in questo momento della mia vita ho deciso di vivere, è quello che ti spinge a volere qualcosa di grande e di scegliere strumenti, modi, vite, mezzi per cambiare il mondo. Sono due piani differenti.

M.D. – E tu sei felice di avere scelto la via tortuosa?

Mar.D. – Sono felice quando mi confronto con me stessa e di avere una sensibilità grande che mi porta avanti…

M.D. – Ti riesci a guardare allo specchio?

Mar.d. – Io non mi guardo quasi mai (ride).

M.D. – Metaforicamente.

Mar.D. – So che volevi dire… ho capito (sorride). Sì… Sì.

M.D. – Dormi bene la notte?

Mar.D. – No! Cioé, mi addormento serena perché penso di non aver fatto nulla di male… però poi mi sveglio e penso a quello che avrei potuto fare e che non ho fatto, penso alla mia angoscia per i problemi che ci sono nel mondo che viviamo. Penso a cosa potrei fare… che faccio poco, che non ho i mezzi, la capacità, penso ai miei limiti fisici e mentali, che sono piccola piccola, che non ce la faccio… (Mi guarda come se avesse voglia di mettermele tutte lì davanti queste inadeguatezze della coscienza).

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7. Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?

Margherita Dogliani – È difficile… perché si può cadere in un pensiero che ha a che fare con la doppia morale.

M.D. – E si può giustificare un Falcone che decide di ritirarsi perché vuole invecchiare con sua moglie?

Mar.D. – Sì! Sì, certo… Secondo me si può giustificare. In ogni caso come ci si può mettere nei loro panni? A me non va di giudicare niente e nessuno. Alla fine, penso, tutto dipende dal disagio di ognuno di noi e dal desiderio che ne scaturisce. Da quanto è forte il primo e grande il secondo. Però se a me rapissero un membro della mia famiglia, proprio non so che farei… Ci penso qualche volta. In quel caso si consuma tutta l’umanità della vita di una persona. Come si fa?

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8. Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di Mein Kampf. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell’omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni 30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime?

Margherita Dogliani – No. No. No. Siamo responsabili di quello che manifestiamo. I simboli sono importantissimi. Cambiando i simboli, si cambia il mondo.

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9. Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole descriveresti Margherita? Che descrizione ne daresti?

Margherita Dogliani – Come una donna che ha avuto la consapevolezza di essere donna, della bellezza di essere donna nel mondo di oggi, solo in età matura. Però poi quando l’ha scoperto è stata una donna felice e da quel momento ha voluto mostrare a tutti la gioia di esserlo e di poter cambiare il mondo da donna.

M.D. – Così la descriveresti?

Mar.D. – Sì. (Risponde decisa).

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10. Se non fossi Margherita Dogliani, chi vorresti essere?

Margherita Dogliani – (Ci riflette). Meryl Streep. Perché è una donna elegante, che sa fare il suo mestiere in un modo eccezionale… È una donna coraggiosa, ha un pensiero e l’ha saputo dire, l’ha saputo rappresentare. È una trascinatrice in qualche modo…

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Domanda Personale. Cosa vuol dire essere femminista oggi?

Margherita Dogliani – Il femminismo ha superato varie tappe e oggi ha bisogno di una nuova era, di un nuovo modo, perché è in corso una regressione. Noi donne stiamo tornando indietro. Si riparla della 194! I politici come Salvini stanno rinnegando tutti i diritti conquistati dal primo femminismo. I diritti civili e i diritti politici. E oggi la donna rischia di non essere più guardata, di non essere vista.

M.D. – Diceva Simone de Beauvoir : “Non dimenticate che basterà una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione. Questi diritti non saranno mai acquisiti”.

Mar.D. – È vero! In una famiglia in cui lavorano moglie e marito, se devi licenziare qualcuno, chi licenzi? La donna. In un società in crisi di valori, come la nostra, in cui c’è una crisi della condizione sia dell’uomo che della donna, se è la donna la prima a perdere il posto di lavoro, sarà lei a soffrire in primis della crisi.

M.D. – Quando devi assumere qualcuno in fabbrica, se hai davanti una donna giovane che vorrà di certo avere presto dei bambini, vieni influenzata nella tua scelta? A cosa pensi per prima cosa da imprenditrice? Di’ la verità… (Rido).

Mar.D. – Da imprenditrice? (Riflette a lungo). Non mi è mai capitato. Ti posso dire questo, però: io ho fatto di tutto per far assumere la figlia di una nostra dipendente che i miei soci non volevano assumere, guardando all’onestà della sua famiglia e più alla persona che all’abilità. E la scommessa l’ho vinta io, perché lei ora è brava!   

M.D. – E quindi quella incinta l’assumeresti?

Mar.D. – Io ti ho dato un esempio di quello che ho fatto in quel frangente. Quindi penso che farei allo stesso modo.

*In copertina: Margherita Dogliani in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani. Imprenditrice carrarese, Margherita Dogliani di recente inserita fra i lemmi dell’Enciclopedia delle Donne.