“La politica è legata a impressioni e sentimenti, l’UE è uno straordinario caso di incapacità, l’uomo sarà sempre più inutile: avremo popolazioni di zombie”. Intervista estrema a Marco Giaconi Alonzi

Posted on Agosto 19, 2019, 10:25 am
26 mins

Ci sono uomini che scrivono per l’avvenire. Anche se ti lasciano delle parole, hanno in mente la loro risonanza. Oltre te che leggi, al di là del tuo istante che dopo non esisterà più coi contorni precisi. Uno di questi uomini è Marco Giaconi Alonzi che avete imparato a conoscere in un’intervista pubblicata recentemente su questo foglio digitale. Siccome è stata gradita, ho ripreso in mano alcune carte di letteratura giaconiana che mi coinvolgono. Ci torno su per leggerle tra le righe. Le voglio approfondire in un’altra intervista, più secca questa volta.

*

Giaconi è di Pisa ma potrebbe avere già vissuto in India o in Cina, forse in Corsica. In ogni caso, non ha nulla di sciamanico benché sappia di ermetismo tanto quanto di attualità. Vi faccio un esempio della sua versatilità. Leggevo Herzog poco fa e trovo queste righe salienti:

“Cercare la propria realizzazione in un altro, nelle relazioni interpersonali, era un gioco femminile. E l’uomo che prova prima una donna e poi l’altra, malgrado il suo cuore bruci d’idealismo, è già entrato nel mondo femminile. Dalla caduta di Napoleone in poi il giovane ambizioso ha trasportato nel boudoir la sua sete di potere e Herzog, accettando il disegno di una vita privata (approvata da coloro che ne avevano l’autorità) si mutava in qualcosa che rassomigliava a una concubina”.

La chiosa giaconiana è fulminante:

“Liberare la civiltà occidentale dal semplicismo psicologista e moralista delle genti del Nord è un obbligo di questi tempi. Vanno bene solo per i romanzi, dove moltiplicano per mille tratti che un uomo vero, qui al Sud, chiuderebbe con un breve sorriso. Anche le ‘rivolte contro il mondo moderno’ che abbiamo già letto erano figlie del Grande Nord. Occorre un nuovo grande meriggio, fatto di sole sul limite dell’acqua e silenzio. Ci salverà la tradizione orientale? vedremo”.

*

Giaconi è fermamente convinto che bisogna sempre guardare più in là, a Oriente. Anche nel secondo conflitto mondiale lo scacchiere mirava lì: prendere e tenere l’Oriente. Con le parole di Giaconi (tenete presente che qualcuno doveva pure insegnare strategia agli operativi): “Gli inglesi sapevano che l’Oriente sarebbe stato USA, e lo lasciarono, senza troppi complimenti, agli americani, così feroci ma, in fondo, generosi prestatori per i loro vecchi padroni britannici. E Washington pensava all’Oriente come contrappasso economico della UE, con produzioni molto più economiche, e a una copertura aggiuntiva dell’Est ‘democratico’ contro Russia e Cina. Ma con molte ambiguità, fin dall’inizio, sulla Cina, di cui gli USA miracolo! capirono fin dall’inizio il potenziale antisovietico”.

*

Altra certezza di Giaconi. Senza il Servizio non esisterebbe alcuna narrativa british. Ecco una delle sue rasoiate. Ditemi se non è narrativa: “Gli anglosassoni lasciano i Paesi come le donne. Non è che non gli piaccia la donna, come peraltro spesso accade, è che non hanno il senso della permanenza, che è tipicamente tedesco. Se il 25 aprile lo avessero fatto con un alleato britannico, le cose sarebbero andate più semplicemente. Un bombardamento sugli uffici centrali, e una rapidissima fuga, stile Dunkerque, per portare le truppe altrove intatte”.

*

Che il Servizio inglese abbia forgiato la narrativa è un fatto. Che abbia lasciato delle scie anche nei campi sereni della poesia, è invece una felice coincidenza che verificate leggendo In parenthesis di David Jones (appena tradotto da Mondadori). Questo era il discorso di un generale sui campi della prima guerra mondiale: “I tell you your contentions is without reason, it is indeed a normality in the vicissitude of the blutty wars — moreover his Intelligences is admirable, the most notorious in all the world”.

*

Non ho più altri messaggi da esporre. Cercherò di ricostruire di nuovo un senso con l’intervista (Andrea Bianchi).

***

Professore, Lei predilige René Guénon. Cosa andrebbe letto di lui?

Di Guénon mi interessa soprattutto l’ipotesi della antichissima Tradizione Unitaria e l’idea, ben più complessa di quanto non si creda, del divario sapienziale tra Occidente e Oriente. Ma niente di “mistico”, beninteso. Quindi, gli Scritti sulla Crisi del Mondo Moderno (ed. Luni) le Considerazioni sulla Via Iniziatica, edito da Casini, il piccolo ma rivelatore L’esoterismo di Dante (Adelphi). Guénon è chiaro come il sole, nei suoi testi, diversamente dai finti iniziati, e delinea il motus in fine velocior del nostro mondo contemporaneo. Per ora, ha indovinato tutto.

In che modo la comprensione della civiltà islamica serve sul continente europeo?

Siamo arrivati rapidamente a una polarizzazione cretina. O c’è l’idea che l’Islam è solo “jihad della spada” (e anche “della parola”) e che tutto è iniziato con Osama, tipica riduzione all’attualità banalizzata del mondo occidentale attuale, oppure che l’Islam è sapienza antica che è naturalmente aliena dalla violenza, una sorta di antistorica Woodstock mediorientale. Altra fesseria “mistica” dei finti iniziati. O dei politici progressisti, ormai eredi più del “buon selvaggio” di Rousseau che del Marx che sosteneva l’imperialismo britannico. Quindi, occorre conoscere la logica dei versetti “abrogati” del Corano, e abrogati da chi, poi la tradizione interpretativa del testo sacro e le sue principali scuole, poi ancora la normativa sul jihad (è maschile, ditelo ai giornalisti) che è molto complessa, il nesso infine tra le norme corporali e quelle del pensiero, tutto questo è assolutamente necessario. Se no, si oscilla tra i due estremi suddetti della stupidità “western”. Ci fu una disputa durissima, per esempio, tra il “Dr. Fadl” e Osama, all’inizio di Al Qa’eda. Il medico egiziano, jihadista a modo suo, voleva che Osama rispettasse le norme coraniche sulla “guerra santa”, Osama diceva che aveva ragione lui. Ecco, di tutte queste cose non vi è traccia, nel dibattito occidentale sul jihad. Da tutto ciò deriva che l’Islam vincerà, nella nostra terra degli “infedeli”. E ricordiamoci che il “terrorismo” è solo una delle tante tecniche del jihad, non la malattia mentale di qualche “fanatico” islamista.

Forse il ripiegamento dell’Europa su sé stessa è stato opportunamente preparato dagli Stati Uniti? 

Non credo. L’UE è già molto imbecille da sola. L’UE è il più straordinario caso, nella storia moderna, di incapacità e stupidaggine geopolitica. Al massimo va bene per la dimensione dei piselli, nel senso del legume.

Però nel passato ci sono state altre ipotesi brillanti riguardo la formazione dell’unità europea. Penso a Anton Prinz von Rohan (1898-1975). Ci spiega in sintesi che cosa auspicava?

Una sintesi tra Francia e Germania, ma culturale, mi raccomando, non come quella attuale. Poi, affascinato dal fascismo (una allitterazione) si inventò una sintesi tra cattolicità, fascismo e Terzo Reich. Un tipo che non aveva capito dove stava.

Insomma Rohan era uno che negli anni Venti organizzava convegni tenendo insieme Carl  Schmitt, von Hofmannsthal, Paul Valery. Possibile che sia stato trascurato anche lui nel processo di formazione europeo?

Si, è ovvio, si era “macchiato” di rapporti con il Terzo Reich e il fascismo italiano. Ah, se il primo fascismo, prima di andare al potere, non avesse distrutto le reti coperte del PCd’I, già pronte per l’insurrezione di classe, chissà quanti democratici sarebbero stati eliminati già nel 1922…

Cerchiamo di essere chiari. Da dove deriva la predominanza delle categorie mentali dell’economia su tutti gli altri campi di attività? 

Dall’imitazione, del tutto retorica, della matematica nella analisi dei fenomeni economici, ovvero, nella mentalità attuale, unicamente degli scambi di borsa e degli equilibri monetari. Che appaiono essere tutta l’economia. Il lavoro, il capitale, le macchine, non esistono più. La gente si impaurisce e si intimidisce quando vede le formule, e il più è fatto. È una manipolazione da giocolieri contemporanei, che operano in tutti i settori.

È un processo di lungo respiro o possiamo misurarlo sugli ultimi trenta, quarant’anni? 

Temo sia il primo caso. Certo, se non mi ricordo male, non ci sono formule nei testi di Luigi Einaudi. E, nei testi rigonfi di matematiche, certe operazioni finanziarie vengono compiute usando le equazioni dei gas perfetti… Chissà se qualcuno ha già trovato l’equazione dell’insider trading

Quando insegnava in Svizzera con Feyerabend ha mai toccato questo argomento?

Sì, Feyerabend era insofferente dell’eccesso di formalizzazione. Lui, poi, odiava massimamente quella filosofia da five o’clock tea che si chiama “analisi del linguaggio”, altra truffa concettuale, in questo caso minimalista. È la storia di Wittgenstein e Popper, con il primo che dice “esistono solo proposizioni all’indicativo, le altre non sono razionali” e Popper che risponde di no, con Wittgenstein che minaccia poi con l’attizzatoio lo stesso Popper. E lui che risponde che sì, certo che esistono, per esempio “non si minaccia con l’attizzatoio”. Wittgenstein era uno psicotico grave, come alcuni suoi seguaci genovesi, e Popper era uno che credeva che la scienza fosse assimilabile a un dizionario dei sinonimi e dei contrari. I filosofi della scienza, a parte Feyerabend, sono dei casi gravi. E soprattutto, non sanno nulla di scienza.

Ora le chiederei di seguirmi in una pausa. Le leggo un brano di un testo inedito che studiai per la mia tesi. È dello storico Delio Cantimori e risale agli anni di Rohan. È un’ipotesi continua sull’Europa. “Lo ‘storicismo’ del Prinz Rohan gli permette di usare utilmente quello che noi chiameremmo ‘austriacantismo’, cioè il senso delle necessità superiori di uno stato non strettamente nazionale, anzi sopranazionale (come deve essere ogni stato imperiale, ed in genere ogni stato democratico, sia pure anche socialista: si ricordi che le rivoluzioni nazionali, a cominciare dalla luterana, sono state il germe delle ‘democrazie’ moderne), portato all’estremo, in senso quasi ‘reazionario’. Rohan si richiama direttamente all’esperienza dell’Impero austro-ungarico, come fatto europeo in politica internazionale, come allo stato corporativo, in quanto esperienza europea per la politica interna delle nazioni”.

Non bisogna mai fare profezie ma Lei ci può dire qualcosa. In che direzione va l’Europa?

L’UE nacque come progetto nordamericano di copertura-crescita economica dell’Europa Occidentale verso il Patto di Varsavia. Espansione del benessere economico per sedurre l’Est e per “tenere dentro” una parte delle popolazioni UE, possibili oggetti della propaganda sovietica. Finita la contrapposizione tra i due blocchi dentro lo spazio europeo, l’UE ha perso la sua finalità profonda. Ed è rimasta un’area di libero scambio interno. Va bene così, ma molti Paesi europei, oggi, producono grandi flussi di merci e di capitali verso Paesi fuori dall’UE. Quindi, l’Unione o si adatta a questa nuova configurazione dell’economia dei Paesi membri, o si troverà a non contare nulla. Certo, è anche una colossale barriera tariffaria, ma oggi si trova a confrontarsi con gli Usa e la Cina, che hanno le armi e le monete sovrane, mentre l’UE non ha nessuna delle due. Se l’UE fosse un solo sistema di difesa, e se la moneta unica fosse un “prestatore di ultima istanza”, come il dollaro, allora la grande partita globale si potrebbe anche giocare. Quindi l’UE, prima o poi, fallirà e cadrà nell’irrilevanza, anche per i suoi membri.

Riguardo alla politica italiana, invece, non tocco nessun tasto. Forse ci può lasciare uno spunto dal suo Francesco Cossiga. Come vide negli anni il processo di aggregazione sul continente europeo? 

Cossiga era un tenuissimo europeista. Nel senso che vedeva nell’UE solo la possibile correzione delle distorsioni strutturali dell’economia italiana. Pure, Cossiga riteneva anche l’UE “la più ottusa e antidemocratica creatura politica”. Per lui, dopo Tangentopoli, “la politica era morta” e pensava che l’UE, autodistruggendosi sicuramente, avrebbe destrutturato anche gli Stati membri. E il risultato, nel vaticinio di Cossiga, sarebbe stata l’immigrazione di massa dall’Africa.

Lei ha viaggiato molto, come tutti possono fare oggi, tranquillamente, auspici Ryanair e McDonald’s globali. Però il suo sguardo era diverso. Ad esempio, mi dica della Russia, o anche dell’ex URSS. Loro erano veramente convinti che fosse in atto una rivoluzione lisergica: a dire che l’ottundimento globale, lavoratori disoccupati a casa e per giunta drogati, era qualcosa di orchestrato. La minaccia è ancora latente?

Si, l’ottundimento di massa sarà sempre più diffuso, e diventerà totale. Avremo popolazioni di zombi che saranno organizzati non da altri uomini, ma da sistemi automatizzati. Clockwork orange di Anthony Burgess, uno scrittore cattolico della tradizione di Lord Acton, sarà la descrizione di un piccolo particolare.

E riguardo al terrorismo informatico a che punto siamo invece? Rimane la minaccia prioritaria? Guardi, glielo chiedo oggi che si leggeva della nuova carta di credito Apple…

Certo che sarà una minaccia sempre più potente. Vale 1,5 trilioni di dollari, oggi, la sua economia mondiale. 300 miliardi di dollari statunitensi sono il volume annuale del mercato della cybersicurezza privata. Le PMI saranno le più colpite, in futuro, da attacchi cyber. È un terrorismo economico, soprattutto: conoscenza dei segreti industriali dell’avversario, ma anche, e da tempo, delle reti governative e delle strutture dell’intelligence. Sarà la nuova piattaforma della guerra futura.

Se mi segue, vorrei tornare alle caratteristiche italiane in confronto ai paesi del nord. Non trova che il Regno Unito, per non parlare degli USA, non riuscendo più a produrre delle satire su sé stesso del genere di Dickens stia dimostrando la sua sconfitta concettuale? O storica, come preferisce. 

Da quando la Gran Bretagna ha vinto e perso la Seconda guerra mondiale, ha perso anche la sua anima. Temo che la letteratura umoristica laggiù non sarà più possibile, se non al livello più basso, che è quello dell’irrisione di un dato personaggio pubblico. Il livello delle offese che la gente, ovunque nei social, lancia ai personaggi pubblici, politicanti compresi, indica un odio feroce e infinito. Ne vedremo delle belle.

Mi spiego meglio. Molti luoghi italiani, quando li ho rivisti dopo esser passato per il filtro della complessità londinese, li potevo chiamare tranquillamente un deserto: hic sunt leones. Deserti affollati quanto si vuole, ma desolati. Motivo in più per guardare ad altri modelli, all’Oriente, all’Islam, in alternativa al calvinismo laico degli amministratori delegati. O sbaglio?

L’Oriente, per quel che ne so, ha una sola idea in testa: diventare americano. Anche il loro esoterismo è ormai paccottiglia per turisti. L’Oriente è solo un brulicare di ominidi che vogliono essere Elvis. L’Islam è l’ossessione dell’Idea Unica, del deserto del mondo rispetto alla possessione dell’uomo da parte del Dio Unico. L’Italia non esiste affatto. Non è nemmeno un’idea. Il calvinismo laico degli ignorantissimi (li conosco) amministratori delegati è un caso clinico. Non vedo soluzioni turistiche, non vedo vie di fuga.

E a proposito di leoni del deserto, lei ha scritto spesso su alleo.it che il potenziale di immigrazione può trasformarsi in una pedina elettorale. Che sia di un estremo o di un altro dell’arco parlamentare, poco conta. Ha cambiato idea?

Certo che no. Lo sappiano o no (temo di no) i politicanti attuali, l’immigrazione di massa destabilizza alla radice gli Stati moderni. Fa saltare il banco del welfare, deforma il mercato del lavoro, crea immediatamente quell’area di zombi che costerà meno drogare che far lavorare. E espanderà l’economia criminale, che è già oggi una vasta parte, pure lecita, dell’economia ufficiale. La pedina elettorale, comunque, a destra come a sinistra, sarà così giocata: o il “buon selvaggio” amato dalla sinistra, la quale crede che la produttività non esista, e quindi non si cura dell’origine del reddito pubblico dei migranti, oppure dalla destra, che teme l’invasione e l’espansione della criminalità. In tutti e due i casi, la politica sarà, come sempre oggi, legata alle impressioni e ai sentimenti. La ragione è fuori moda.

Una volta le dissi che Londra è come una scacchiera. Mobilità sociale quanto si vuole, arricchiti a destra e manca, ma nell’insieme il tasso di corruzione è più alto lassù che qui. Dico della corruzione dei costumi, non quella percepita misurata per far contente le renne di santa Claus… Mentre Londra è una scacchiera, l’italiano invece sembra sia disposto sul tavolo da gioco dama. Tutti uguali, in apparenza, ma nella più totale anarchia. Una dama italiana che è magmatica: si è pedone, ma ci si deve fingere alfiere per scavalcare tronfie torri e mettere in scacco non re, ma… pedoni del tuo stesso colore. È così anche dal suo osservatorio o sto facendo il poeta? 

Per quel che mi dicono i miei “boys”, la corruzione “vera” è elevatissima ovunque, ma specie nei paesi moralisti o che fanno i bravi contro il sud “sporco” e “immorale”. L’attuale Re di Spagna prende le mazzette su tutti i grandi affari, fumando grossi sigari. Non parliamo nemmeno delle dinastie nordiche. Negli Usa è la norma. Non se ne esce, ma anche l’Italia non è l’ultima in classifica. Guardarsi poi da quelli che parlano sempre male dei “politici”: chiedono mazzette più sostanziose degli altri. Per la corruzione di cui parla Lei, sono del tutto d’accordo.

Non che Londra sia il paradiso, ribadisco: lassù ha vinto tutto ciò che è tonico (me too compreso), muscolare, darwiniano e, in fondo, violento. Però dà pace e forse un italiano lo può capire: nella scacchiera inglese non ci sono partite, ma un solo gioco a cui obbedire, fatto di mosse semplici e ripetitive, mentre ogni pezzo ha l’unico valore che ha e deve stare al suo chiaro posto. Per Chesterton, nascere in Inghilterra vuol dire essere programmati da subito come se si fosse un binario degli scambi ferroviari di Clapham (dove oggi, guarda il caso, si è trasferita la Apple nella vecchia sede delle industrie di carbone…). Esagero?

Non credo. L’inglese è pieno di regole fino a scoppiare, le accetta tutte e, per uscirne, c’è solo il pub fino a notte fonda.

Quindi i brits si sono fatti ricchi, da poverelli che erano, andando per mare con cattiveria, astuzia, criminalità. Insomma permane loro natura fondativa di pirati del Cinquecento? Davvero gli inglesi vanno controllati pesantemente, per non ripetersi e tornare a predare? È per questo che hanno bisogno di così tante regole, per poi magnificarle? Ma insomma, visto che poi lassù rimane tutto in bilico, con quella loro metafisica darwiniana sillabata da palati angelici, che però funziona solo come mito biologista e morale… Davvero i migliori sono loro?

Cero che sono rimasti pirati. E moralisti protestantici, altra pirateria, ma metafisica. Ne scorgo i tratti ovunque: nel modo di vestire, spesso troppo azzimato, segno certo del parvenu, nell’estremismo della divisione dei redditi e nel classismo estremo, altro segno indubitabile del parvenu, nel mito darwiniano, che ormai nessuno scienziato serio sostiene più, ma che rimane come mito sociale, come fortune che si autogiustifica come “razza”, e molti altri tratti, omosessualità di massa compresa.

Chiudiamo con un grammo di pepe. Come vede i giovani, sia ventenni che quarantenni di oggi? Scommetterei che per Lei la rete ha fuorviato un po’ tutti: i corpi oltre che le menti ormai inette alla riflessione… Davvero i ragazzini che si filmano tenderanno sempre più ad assomigliare, a letto, allo Chirac del “due minuti compresa la doccia”?

Il virtuale ha vinto per knock-out il reale. Non ci sarà più l’antigienico incontro tra due corpi, ma l’atto tra due terminali. La comunicazione, il mito dell’attuale epoca, ha assorbito il significato. I nostri ragazzi non sono più adatti alla produzione: basta un flusso di informazione, secondo loro; né all’ozio, che è oggi un frenetico comunicare gli stati mentali di una non-mente. L’Uomo sarà sempre più inutile. Chirac sarà un mito eroico, nel mondo dei decimi di secondo.

Grazie di nuovo, Professore.

*In copertina: una fotografia di scena da “Arancia meccanica” (1971), il film di Stanley Kubrick tratto dal romanzo di Anthony Burgess