Posted on Novembre 02, 2017, 5:40 pm
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A me pare Tintoretto. Le figure vigorose di Michelangelo, l’epica rinascimentale, proteiforme, e l’inquietudine, tonante, totale. Luci fosforescenti che dal nulla detergono figure nobili o ignote. Così è l’opera di Gian Ruggero Manzoni. Inattuale, inattingibile, in guerra. Gian Ruggero Manzoni è uno dei rari maestri italiani. Un ‘cattivo’ maestro. Come i maestri veri. Se vuoi, lo puoi stanare nella villa avita di Lugo, anziana di storia, di efferatezze (sull’eccidio dei parenti dell’artista, i Conti Manzoni, poco dopo la Seconda guerra, per mano, è probabile, di partigiani comunisti è da poco edito un libro di Fabio Mongardi, Il caso Manzoni, Parallelo45Edizioni, 2016). O ti spara addosso. O lo vedi, rabbinico, al cospetto di un testo desolato della Kabbalah. Manzoni è così: artista totale, vita estrema – lo testimoniano una manciata di proiettili che gli hanno scalfito la carne – studi radicali. Difficile afferrare la sua opera disseminata in decine di pubblicazioni d’arte, in direzione ostinata e contraria alle convenzioni editoriali. Artista figurativo riconosciuto – con sodalizi con Mimmo Paladino e Anselm Kiefer, tra quelli più vicini al suo sentire – Manzoni è teorico, fondatore di riviste (da Origini ad Ali, per citarne solo due), compagno di via di Pier Vittorio Tondelli, collaboratore di Edoardo Sanguineti e Achille Bonito Oliva nella redazione di Cervo volante, amico di Giovanni Testori, eroe della Biennale di Venezia del 1984 – insieme a Valerio Magrelli cura la Sezione Poesia – fondatore di avanguardie che durano l’arco di una cena o di una vita (tra le tante, il visceralismo, la Metavanguardia ‘Oltre il tempo’, la Nuova Vandea), soprattutto, romanziere, poeta. Autore di romanzi cangianti, sapienziali, con la vocazione a narrare i perduti e gli assoluti (citiamo Caneserpente, il Saggiatore, 1993; Il Morbo, Diabasis, 2002; Acufeni, Guaraldi, 2014), Manzoni è poeta di deflagrante potenza (l’opera prima è raccolta nel volume, pressoché introvabile, Scritture scelte, Edizioni del Bradipo, 2006, con la cura di Andrea Ponso; opere più recenti sono Tutto il calore del mondo, con lavori di Mimmo Paladino, Skira, 2013 e Nel vortice delle acque superiori, con tavole di Omar Galliani, 2015). Soprattutto, Manzoni è un rompiuova, un rompipalle, un rompitutto, uno che crede nella poetica e in una poetica dell’azione – tra i tanti ‘gesti’ si è candidato Sindaco della sua Lugo nel 2014, con impeto lirico – diametralmente all’opposto degli infingimenti di oggi, delle untuosità della letteratura odierna. Per questo bisogna stanarlo. 60 anni compiuti da poco (il suo profilo biografico, proteiforme, lo trovate più esteso qui), ecco cosa ci ha raccontato l’ultimo cattivo maestro in questo Paese di buonisti.

Ora: dove sei, cosa fai, a cosa lavori?

Seppure gli acciacchi fisici viaggio molto per lavoro qui e là al fine di sbarcare il lunario, visto che campare solo d’arte e cultura, in Italia, ormai è quasi impossibile. Spesso vado nella Svizzera di lingua italiana dove tengo dei seminari o organizzo mostre, ciò non toglie che continui a scrivere e a dipingere. Comunque l’età inizia a incidere non poco e le energie calano. Sono uomo che, per sentirsi libero di andare e venire a sua discrezione, ha quasi sempre usato l’auto, ora mi affido ai treni super veloci e all’aereo, anche se la mia vocazione sarebbe quella di girare il mondo in motocicletta, della quale non riesco, ancora, a fare a meno. Se avessi trent’anni probabilmente mi ritroverei quale soldato di ventura in Africa o Asia. Ora che ci penso, infine è sempre stata quella la mia prima vocazione, la pittura e la scrittura a seguire, seppure siano militanza e avventura anch’esse”.

Nella tua opera – letteraria e pittorica – c’è sempre una componente aggressiva, feroce, che mette tutti, subito, in una attesa di tensione, in un tentativo di attacco. Come mai?

“Probabilmente perché ho un’indole aggressiva che, via via, negli anni, è sempre più emersa, seppure riesca a controllarla molto bene. Anzi, ti dirò che sono divenuto oltremodo freddo allorquando torna a galla la bestia dal profondo abisso che ho in me. La collera, la rabbia, l’irascibilità, certi scatti giovanili, a volte più che pesanti, hanno lasciato il posto a una calma preoccupante. Mi raffreddo, divento impassibile, si accresce in me la spietatezza e infine colpisco. Manzoni operaLa mia compagna dice che in quelle situazioni le sembro un cobra, un rettile dal sangue freddo. Io imputo ciò a una sorta di abitudine, di pratica, di routine per cui il saper gestire violenza e aggressività risulta come il mangiare, il dormire, l’andare in bagno, cioè una consuetudine. E’ una costumanza. Del resto in un mondo che anche il quotidiano, seppure il buonismo e il politicamente corretto predicato e praticato da certuni, è dominato dal brutale e dal drastico se non ti abitui a certe bestialità, sue o tue, rischi di finire in clinica neuro psichiatrica. C’è gente che si piega e subisce, forse la più, evitando di reagire, per me, invece, la reazione, in tutte le accezioni del termine, è prassi, quindi continuo a colpire, con tutti i mezzi che ho a disposizione, finché potrò, poi amen. Inevitabilmente per tutti giunge sempre l’ora del saluto alle armi e alla vita, perciò, messo in conto questo, accettatolo, tutto risulta molto ma molto più semplice e più facile da gestirsi. E’ il praticare la preparazione alla morte, così come attuavano gli antichi cavalieri e mistici”.

Ogni tua opera, poetica o romanzesca, mi pare un cammino. Si entra in un modo, si dovrebbe uscire in un altro. Quali sono le tue ‘fonti’? Dove nutri il tuo pensiero, dentro quali autori, ora?

“Mi verrebbe da dire che il cammino stesso … che l’erranza stessa è la meta, come la sola verità concessa all’uomo è il ricercare la verità e la sola libertà è l’esistere per inseguirla e trovarla, senza poi mai viverla totalmente, considerato che seppure tu riesca a infrangere la gabbia con mente e cuore, il corpo risulta, come ultima istanza, quale impossibilità di ritrovarti miticamente come ierofante iperboreo o quale essere di luce, dimensioni informali che perseguo da quando sono nato, ma, ahimè, mi ritrovo, ancora, in questa carcassa di carne e ossa che pesa, in base alla gravità terrestre, oltre un quintale. Le mie fonti ispiratrici, e usiamoli ancora questi termini, là dove dimora il sacro fuoco, sono quasi esclusivamente di matrice spirituale oppure si rifanno al cosiddetto Pensiero Forte. Dopo aver compiuto in prima persona molta strada, se vuoi assistere un possibile allievo a fare altrettanto, necessita una grande maturità e, soprattutto, la capacità di indirizzare quel tuo simile verso la sua via, perché, ognuno di noi, possiede la propria, quindi sai già che ciò che aiuta ed ha aiutato te magari non funziona per un altro. Una guida, uno stalker, deve sapere accompagnare, non deve costringere, e, in particolare, deve credere fermamente, cioè deve aver messo da parte ogni dubbio. I più dicono che la vita e l’esistere in essa, in genere, si basano sui dubbi e se non hai dubbi risulti un demente, un folle o un talebano, beh, mi si consideri demente, folle e talebano, ma su certi aspetti dell’essere, in arte come in politica e come in religione, ho solo delle certezze, indubbiamente le mie certezze, che non voglio imporre ad alcuno, ma io le ho e guai a volermi convincere del contrario. Io ascolto, rispetto, partecipo con educazione, tollero, anche se è termine che odio, a volte sorrido, ma poi tutto mi scivola addosso, e perduro per il mio percorso dove è il respiro che mi guida, nient’altro. Per essere ancora più preciso sono il respiro e il battito del cuore i due ritmi che mi danno la cadenza di quello che è il mio passo. Il resto ve lo lascio tutto. Mi domandi gli autori che sto studiando, o, meglio, che sto approfondendo oggi, dopo essermi ruminato, nei decenni scorsi, letteratura di matrice ebraica a tonnellate e i grandi mistici della storia? Quelli che aderirono alla Rivoluzione Conservatrice e quelli che posero le basi della letteratura Mitteleuropea, quindi inutile stilartene l’elenco, più un qualche raro contemporaneo. Rimane che legga e sia curioso di tutto, reputandomi, nella dimensione umana e non divina, un umile onnivoro. Infatti, nel divino, sono oltremodo selettivo, unicamente carnivoro e, soprattutto, non sono per nulla umile”.

Intellettuali italiani. Scrittori italiani. Pittori italiani. Stampa italiana. Dimmi: come siamo messi?

“Sarò breve, quindi pontificherò, come ormai è sport nazionale, in particolare nei salotti televisivi, che si concludono, sempre, con un inevitabile niente di detto e di fatto: siamo messi malissimo! La maggior parte degli artisti, degli scrittori, dei poeti, dei musicisti, dei giornalisti, dei docenti universitari, e aggiungi chi altro vuoi in ambito intellettuale, presenti in questa Nazione, sebbene la decadenza totale etica ed estetica e l’invasione inarrestabile di culture avanzanti la quali stanno umiliando e travolgendo la nostra, tacciono, perché temono di dire, oppure perché asserviti al regime vigente, o perché mangiano all’ombra di questo o quel partito, in particolare di sinistra o pseudo tale, della Chiesa, del padrino di turno. Gente codarda, codina, ammanicata, mafiosa, ipocrita. Scagnozzi, per lo più. Guardali in faccia, vedi forse dei santi, dei poeti, dei navigatori o dei guerrieri? No, ma occhi sfuggenti, vuoti, e bocche quali marcescenti cavità del nulla, ma non del Nulla con la maiuscola, cioè di quello esaltante e paradossale di nichilistica memoria, ma del niente spacciato per chissà quale mirabolante scoperta. La banalità domina, l’opportunismo, il calcolo, la furbizia di Arlecchino o di Pulcinella, e la vigliaccheria. Manzoni operaPochi si salvano. Molto pochi. Io lo sento a fiuto chi si salva, infatti, nel mio privato, frequento sempre meno persone. Oltretutto, i più, mi stancano quasi subito. Sono sempre quei trenta o quaranta meccanismi che si ripetono in ambito relazionale, e li conosco tutti, anche quelli che paiono trasgressivi, quando poi, crollato il sacro, più niente c’è da trasgredire. Restano giusto le sfumature, ma in pittura, per sfumare, necessita essere molto bravi, come poi nell’impostare un’intera vita su dette sfumature. Quindi diciamolo… tutta questa gente che ha la pretesa di narrare infine non ha un fico secco da raccontare. Mi annoia. Preferisco andare a pescare o a spasso con la mia compagna per valli, boschi e paludi. Sì, la maggior parte delle persone mi stancano e mi annoiano, meglio i pizzichi dei ragni, delle zanzare e i miasmi della putredine che mi investono quando entro in barca nelle Valli di Comacchio, almeno, quelli, alchemicamente parlando, hanno un senso, hanno un passato e un significato esoterico e arcaico. Ecco, non esistono più miti o leggende viventi, ed io ho sempre amato gli uni e le altre. Preferisco parlare coi morti, perché hanno la capacità di ribattere e di renderti allegro più dei vivi, o rapportarmi tramite lo schermo del pc, ad esempio in Facebook, dove la varietà delle individualità sopperisce l’individualità stessa. Quando non si sa cantare preferisco il marasma di un coro alle voci soliste, infatti ha più significanza il caos di una finta calma o di una sciocca o balorda nenia”.

So che per te l’uomo e l’artista sono tutt’uno, un grumo di verbi e di muscoli. Quale incontro ti ha formato? 

“Quello con il Tenente di Vascello Sprecacenere, detto Spreca, quando, nel 1977, per un certo periodo, durante il servizio militare, venni assegnato all’allora Battaglione ora Reggimento San Marco. Lui era del salernitano. Quando aveva sedici anni un uomo del suo paese, sposato, gli violentò la sorella ventenne. Spreca si fece giustizia da solo. Una domenica mattina, quando la gente usciva dalla Messa, attraversò la piazza e, sfilato dal cappotto una piccola ascia, raggiunto il bastardo di fronte al caffè, davanti a tutti i paesani gli aprì la testa in due come fosse un cocomero, quindi fuggì in Francia. Accertato che la violenza sessuale nei confronti della ragazza c’era stata, il giovane Sprecacenere venne condannato in contumacia a cinque anni per delitto d’onore, allora il codice penale italiano lo prevedeva. Giunto a Marsiglia, compiuti i diciotto anni, si arruolò nella Legione Straniera. Si fece sia la campagna di Indocina sia quella algerina. Passò non poco tempo sotto le armi. Quindi amnistie, condoni, e infine poté ritornare in Italia, così, non sapendo fare altro che il militare, inoltrò al Ministero della Difesa domanda di arruolamento, richiesta che fu accettata, sebbene i suoi precedenti. Spreca era uomo solitario, piccolo, magro, tutto nervi, di poche parole, di cultura limitata, di sonno breve e travagliato, ma emanava potenza solo nel come si muoveva o nel come proferiva quelle quattro parole ogni tanto. Quando mi trovai al suo servizio mi volle quale autista e accompagnatore. Eravamo a Brindisi, poi, assieme, per un breve periodo e per motivi militari, ci recammo nei pressi di Mestre. Dopo esserci scolati una bottiglia di Johnny Walker una notte mi disse: ‘Se devi uccidere un essere umano, ed è la tua prima volta, non pensare sia un umano, ma una cosa, un sacco pieno di patate, una balla di paglia, un fagotto di stracci, e agisci in fretta, non parlare, non perdere tempo, fallo e basta. Solo dopo al secondo o al terzo morto potrai eseguire pensando che sia un umano, ma, all’inizio, non pensare che lo sia. Tanto, da morti, poi tutti diventiamo cose, e come una cosa trattalo. Rammentati sempre questo’”.

Cosa dovremmo chiedere a un’opera d’arte?

“Quello che una vera opera d’arte ci ha sempre donato, cioè pathos”.

L’arte è anche un atto ‘politico’, nel senso più sublime del termine. Tu ne sei esempio, tra l’altro. Perché la politica (nel senso deteriore del termine) nell’era recente tenta sistematicamente di eliminare l’arte?

“Perché, come ti ho già detto, la politica volgare che oggi fanno quei quattro mentecatti che conosciamo cerca sempre di distruggere ogni possibile mito o credo, che si esuli da lei e da loro. Molto semplice. Quei pochi artisti, e parlo di tutte le arti, ovviamente anche della scrittura, che non sono allineati col regime vigente si tenta di eliminarli. E sono gli stessi pseudo artisti asserviti al sistema che si prestano a farlo, quali sicari oltretutto di quart’ordine.Gian ruggero opera Il primo passo è l’indifferenza nei tuoi confronti. Non ci sei, non esisti, anche se hai editato cinquanta libri o esposto alla Biennale oppure hai lavorato al fianco di grandi maestri la parola d’ordine, fra loro, è che tu sei fatto d’aria. Esiste chi ha editato un libretto di filastrocche, ma sa leccare bene i punti gusti, invece tu, via via, risulti invisibile, poi, quando si presenta l’occasione, ti danno il colpo di grazia, sparando, solitamente, sul personale, non sull’opera, considerato che per sparare sull’opera di un individuo che incarna l’opera necessitano enormi attributi, sia sotto che sopra, quegli attributi che in pochissimi hanno perché pochissimi sono veri artisti e, tra veri artisti, ci si potrà odiare, ma non ci si spara mai, e questo per rispetto dell’opera, appunto”.

Cos’è arte: lotta, polemica, rivolta, tentativo di innocenza, morte?

“Monastero e libertà… pace e ribellione. Un dolcissimo tragico esaltante ossimoro”.

Uomo dalle scelte estreme, ora, come vivi?

“In parte ti ho risposto a seguito della tua prima domanda, aggiungo solo … attendendo la fine della commedia o, meglio, della grande farsa. Se fossi un Millenarista o un Testimone di Geova direi … attendendo lo squillo delle trombe angeliche e, quindi, il potente vento di Armageddon, che infine tutto spazzerà via, anche se spererei tutti, non tutto, perché, a parte moltissimi della mia specie che vedrei volentieri nella Geenna, il resto che ci dona la natura lo amo profondamente”.

(le opere che punteggiano l’articolo sono di Gian Ruggero Manzoni)