Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni

Posted on Gennaio 21, 2019, 10:12 am
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Roberto Saviano, crudo come sempre, sbaglia nel sostenere che di Matteo Salvini “non ne possiamo più”, come ha proferito in un video reso pubblico su Facebook. Gli italiani stanno in buona parte con il ministro e la reprimenda dello scrittore non corrisponde alla realtà delle percezioni comuni. Le analisi oggettive sul sentimento della gente non si basano sul desiderio dell’io, ma sui dati espressi dai più. Non a caso sui temi della sicurezza e dell’immigrazione è esploso il consenso dilagante della Lega: precisamente a partire dai fatti di Macerata. La demonizzazione dell’avversario politico è legittima, ma il comprendere a fondo i fenomeni d’attualità (anche fossero decisamente sgradevoli) implica un distacco emotivo che Saviano dimostra di non avere. La domanda chiave è: perché la Lega di Salvini conserva un grado di attrazione tale da tenere in mano lo scacchiere partitico e il governo del Paese? Cioè, la ricaduta dell’azione del ministro varrebbe uno studio e un approfondimento disdegnati, quasi che il posizionarsi della Lega venga ritenuto un segno del tutto marginale nell’Italia di oggi. Eppure il correlato oggettivo dell’uomo Matteo Salvini è nella fetta cospicua di italiani che lo segue (32,5%, con punte, nei sondaggi, che toccano il 34%). Ma al di là dell’acredine di Roberto Saviano, chi si occupa di fornire un quadro stringato della realtà italiana, non è l’intellettuale.

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“Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità”

Almeno a partire dagli ultimi due decenni è accaduto un fenomeno passato inosservato ai più: la trasfusione del mondo dello spettacolo nella vita culturale, al punto che il maître à penser è divenuto di soppiatto il cantante, il cabarettista, il comico, in una confusione di discipline e di percezioni collettive che ha reso tutto più dozzinale. Non ha più peso lo scrittore, il filosofo, il sociologo, mentre sale di grado il soggetto televisivo che fa audience. I giovani di oggi non sanno chi sono stati Croce, Einaudi, Bobbio, Sturzo, Gobetti, Dossetti, Moro. Nessuna conoscenza di Vittorio Foa, Augusto Del Noce, Guido Calogero, Giovanni Amendola. Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop. Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità. La fenomenologia del repertorio dello show-man lo rende maestro della retorica, un creativo della lingua dissimulata, che rispecchia la verità attraverso l’effetto della persuasione. L’approccio rivoluzionario dei nostri tempi sta nell’affidamento della parola a chi si fa interprete dell’ovvietà. Di fatto il pensiero critico non ha consistenza, in questo eterno presente in cui ogni forma di testualità è soppiantata da una logica pluralista per cui “uno vale uno”, qualunque cosa si dica. Viene “elevato” il programma fatuo, la comunicazione leggera a progetto di ricerca nella sperimentazione del mezzo televisivo o del web con il pubblico che interagisce da casa. La cultura non è più un bene per il nostro paese, né un’eccellenza, in una società sempre più mediocre e condizionata dalla massa vociante, impreparata e litigiosa, esemplare modello di decadimento morale prima che culturale. Maurizio Ferraris, filosofo, parla di “nuovo realismo”, cioè della presa d’atto di una svolta. I mass media ci dicono che la realtà risulta socialmente costruita e manipolabile, per cui l’oggettività sarebbe una nozione inutile e ogni ruolo può essere messo in discussione. L’interrelazione è ridotta a semplicismo e il pensiero si fa automatico: tanto più è stringato tanto più attecchisce. Ecco perché il telefonino “non ricopia la voce, ma disegna le cose e i pensieri”, afferma Ferraris. La voce del cantante è amplificata perché ha accesso ovunque e in tempo reale: televisione, portatile, iphone con tripla camera (ultima produzione in vendita). L’ultimo caso è quello di Claudio Baglioni e arriva a coinvolgere addirittura il cda della Rai. Il direttore artistico e conduttore del Festival di Sanremo, in una conferenza stampa, ha commentato le misure governative definendo il paese disarmonico, confuso e cieco. Il Ministro dell’Interno gli ha risposto superficialmente con un tweet dicendo che di sicurezza si occupa chi ha il dovere e il diritto di farlo.

Un’analisi dettagliata, un quadro che definisca scientificamente la società politica italiana, chi lo sta promuovendo attraverso i mezzi di comunicazione alla portata della massa che può informata in tempo reale di ciò che succede nel mondo? Manca, in definitiva, la comprensione interpretativa dell’azione sociale (Max Weber). Karl Popper, in Congetture e confutazioni (1963) scriveva: “Sotto l’aspetto quantitativo, come pure sotto quello qualitativo, la fonte di gran lunga più importante della nostra conoscenza è la tradizione. La maggior parte delle cose che conosciamo le abbiamo imparate da esempi, o perché ci sono state dette, o perché le abbiamo lette nei libri, o imparando come criticare, come accogliere e accettare le critiche, come rispettare la verità”.

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“Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop”

Nell’epoca della post-verità, dove ogni affermazione viene posta sullo stesso piano di qualunque altra, prevale un insipido principio di equità. Ancora una volta si riapre la discussione sul ruolo dell’intellettuale che non c’è, che non si anima nel discernere il significato di populismo, modernità, progresso, globalizzazione ecc. L’intellettuale è caduto nella rete dell’autopromozione: pensa a se stesso e non a ciò che dovrebbe guidare un processo di critica del sistema, sia all’interno di un’organizzazione (partitica o politica), sia al di fuori. L’intellettuale, sostanzialmente disimpegnato, non interviene, non si espone. È morta la domanda di senso, così come è defunta l’analisi della società post-capitalista. L’intellettuale non è più il baluardo di un interesse collettivo, selettivo. I poeti guardano il loro ombelico, ma i libri in versi non sono neppure considerati un prodotto di mercato. I narratori ambientano storie d’intrattenimento o saghe poliziesche come se in ogni strada di quartiere ci fossero un inafferrabile serial killer e un affannato commissario di polizia che indaga. Mai che inviino un articolo di giornale o che affondino la lama sui diritti umani, sulla tempesta dei mercati, degli apparati di guerra mediorientali, sulle minoranze etniche, sul reddito di cittadinanza: sulle spie, cioè, di un’Italia oggi variata, discrepante, alienata dall’Europa. I giornalisti rimangono dentro la cronaca quotidiana e i sociologi si riversano sull’identità dell’individuo, non sull’età del malessere (titolo, peraltro, di un romanzo di Dacia Maraini datato 1963, in cui una ragazza vive soffrendo il rapporto con gli altri fino al limite dell’irrealtà e della psicosi). Corriamo il rischio di una persecuzione, di una guerra civile contro il presunto diverso che non conosciamo? A Piacenza, tempo fa, si sono dati appuntamento, tramite i social, frange di teenager per trasformare la piazza in un campo da fight club (“non sappiamo chi si picchia, lo facciamo per vincere la noia”, ha dichiarato apertamente un ragazzo). Il Viminale teme di sgomberare un palazzo occupato dagli esponenti di CasaPound in zona Esquilino a Roma, perché i neofascisti minacciano un bagno di sangue. Quali segnali intercettiamo da insane baruffe e da storture istituzionali, mentre l’intellettuale tace? Nulla, a quanto pare, come se il male comune fosse un tabù sul quale tacere.

L’Italia si è rivelata, nel secondo Novecento, un paese piccolo-borghese al quale si è contrapposta una duplice società, proletaria e radical chic, di sinistra, detentrice del patrimonio della cultura. Se il potere democristiano (occidentale) ha tenuto le redini della società economico-imprenditoriale, produttiva, il Partito Comunista, minoritario, perché non fosse tentato dal promuovere una pericolosa rivolta popolare guidata dall’influsso sovietico, ha avuto in mano il cinema, la musica, la letteratura, il teatro, l’editoria. L’uomo, nell’immaginario collettivo, è stato soppesato in base al guadagno mensile, al possesso di beni per un puerile accreditamento. Nell’epoca del capitalismo, a partire dal boom economico degli anni Cinquanta fino agli anni Novanta, siamo stati abituati a svalorizzare la conoscenza, il sapere, in ragione della proprietà privata e della ricchezza. L’intellettuale non ha mai inciso sui grandi cambiamenti epocali, spesso organico ai partiti o del tutto alienato nella sua creatività senza alcun prezzo. La borghesia italiana, come diceva Alberto Moravia, ha germinato un movimento conservatore, il fascismo, dove ha regnato l’immoralità. L’impressione è che la stessa cosa sia avvenuta negli anni successivi: l’universo borghese ha alimentato specie estraneità e corruzione. Lo stesso Moravia nei romanzi Gli indifferenti, Agostino e La noia ci dimostra come il denaro e il sesso siano gli strumenti ideali per “possedere” le persone e non solo gli oggetti. Oggi che la distinzione in classi sociali è venuta meno, come l’appartenenza residuale alla destra e alla sinistra del secolo breve, seppure si dividano ancora gli schieramenti in base a vecchi schemi, le nuove povertà hanno catalizzato sia i figli della ex borghesia che i figli dell’ex proletariato. Se la società dei consumi li aveva stereotipati e uniformati (Pier Paolo Pasolini), quella della disoccupazione li riunisce nella nevrosi del nuovo millennio, nel malessere dell’inerzia. Dalla noia all’ansia, il desiderio della ricchezza rimane però inossidabile. Nessuno vorrebbe rinunciarci, fino al punto che uno scopo primario resta ancora occupare i ruoli pubblici di prestigio, uno scranno in Parlamento, la presidenza di un ente privato.

Francesco Alberoni, qualche tempo fa, scriveva sul “Giornale” che continuiamo a immaginare “gli sceicchi arabi che hanno aerei privati, che vivono in palazzi con rubinetti d’oro, con mogli e concubine. E in modo analogo sono visti i famosi divi di Hollywood e i super miliardari americani che passano il loro tempo in yacht favolosi e in ville lussuose, dove, insieme a donne bellissime, bevono bibite ai bordi della piscina e si spostano da una festa notturna all’altra”. Ma questa percezione è sbagliata, perché nell’età post-capitalista nessuno sopravvive al passato. All’eredità fiorente di una famiglia si sostituisce una continua conquista individuale, solitaria. Oggi la distribuzione ineguale della ricchezza rappresenta l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile, dicono gli esperti. Si tratta di un bene utilizzato come riferimento per valutare il benessere della popolazione e definisce la distanza fra i più ricchi e i più poveri, nonché il divario che separa il 20% della popolazione con il reddito più alto, dal 20% con quello più basso (sostanzialmente la differenza che intercorre tra i pensionati e i giovani). Cosa resterà dell’Italia della crisi tra venti anni, quando saranno venuti a mancare i nonni e i padri più anziani? Azzardiamo una previsione. Non più l’ideologia, il partitismo, l’agiatezza. Meno che mai la prosperità. Presumibilmente aumenterà lo scontro di civiltà, mentre diminuirà la sicurezza sociale (esattamente come sta avvenendo nell’Africa delle guerriglie). Come a dire che il futuro sarà traslocato in un nuovo ordine mondiale. Perché quando si perde il capitale, sono i flussi migratori l’alternativa alla povertà. Dal nord al sud registreremo un primitivismo a tinte fosche e dagli impulsi anarchici che contagerà la maggioranza residente.

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“L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle élites”

Il Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Alberto Bonisoli, è intervenuto durante una visita agli scavi della Regio V° del Parco Archeologico di Pompei, dichiarando: “La cultura è un tema da sviluppare di più per creare lavoro buono”. Ha annunciato la volontà del Mibact di fare assunzioni. “Abbiamo bisogno di professionalità, giovani e meno giovani, con contratti stabili. I posti di lavoro vanno distribuiti sul territorio, visto che la ricchezza culturale italiana è diffusa ovunque, da Pompei alle grandi città, passando per i piccoli borghi. Trasferire la cultura ai giovani non vuol dire farlo solo verso chi da grande vorrà fare l’archeologo, ma anche verso chi diventerà medico o economista. Dobbiamo partire dalle scuole, far toccare ai bambini, con mano, le ricchezze del nostro paese”. Affermazioni ordinarie, scadenti, alle quali non risulta sia stato dato seguito sugli investimenti promessi. Dunque solite omissioni, mancanza di fermezza, situazioni al limite del degrado. Sui beni architettonici e sui musei spendiamo meno di un quarto rispetto al 1955. La cultura viene inderogabilmente associata al turismo culturale, non come un bene a sé stante, un arricchimento personale, un veicolo cognitivo.

L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle élites. Un primo segno di risvolto, finalmente, da parte di uno scrittore. Il responso delle urne dice che il cambiamento non solo generazionale è richiesto dalla maggioranza degli italiani. “Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli di amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri”. Baricco definisce le élites una “minoranza ricca e molto potente”, caratterizzata da una “cecità morale” che impedisce di vedere ingiustizie e violenze, che vive in una “zona protetta” all’interno della quale ci sono dei privilegiati. Questo patto tra le élites e la gente non c’è più, è stato rotto per sempre. L’analisi non è sbagliata quando lo scrittore dice che il popolo è passato alla riscossione crediti. Pretende cioè un risarcimento morale: nient’altro che la sottrazione del potere alle élites, esattamente come ha già acquisito la distribuzione del potere mediatico. Ora la gente accede a qualunque informazione ed esprime opinioni di fronte ad ogni platea, che costituisce una massa informe e disomogenea.

Alessandro Baricco ha ragione anche quando afferma che si rende necessaria una distribuzione più equa della ricchezza (lo sosteneva Paolo Volponi, un utopista della società industriale e del capitale). Annota che “la dissimmetria è evidente e che ha scatenato una rabbia sociale che è dilagata come un’immensa pozzanghera di benzina”. La crisi economica e l’Unione Europea, che è solo un apparato burocratico mal concepito, hanno trasformato lo scenario politico dell’Italia. In una visione geograficamente più ampia, sovranazionale, non siamo un unico popolo con un’unica moneta e un’unica bandiera. Siamo un’accozzaglia di popoli in competizione. Ma le sacche di resistenza e la non assunzione di responsabilità sulla grave risi da parte delle élites, hanno generato i termini ambigui di populismo e sovranismo, nonché rispolverato l’accusa fasulla di fascismo.

Penso alle Marche, dove vivo. Un terzo della popolazione in età lavorativa è disoccupata, inoccupata o cassaintegrata. Il potere d’acquisto della moneta è stato pressoché dimezzato e temi che hanno costituito il fiore all’occhiello della democrazia per decenni, sono diventati un tormento come da altre parti: la sicurezza e la sanità. Di fronte ad uno scenario drammatico, l’accusa delle élites è fuori dalla realtà. Ma su un punto Baricco sbaglia. Il game ha sicuramente rivoluzionato la società ed è entrato in modo feroce nella vita di tutti. L’insurrezione nata con un videogioco e approdata a Facebook, alla piattaforma dove “uno vale uno” è una colonizzazione, una sfera orizzontale, appiattita, ma non un potere, un comando, un dominio. È una frontiera manipolabile come il telefono, l’iPhone. Rimane uno strumento che non controlla e non gestisce nulla. La rivoluzione digitale ha comportato solo la metastasi delle verità, dell’individuo spazientito, isolato e protagonista in proprio, più autoreferenziale in un sistema monopolistico, scaduto.

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Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri, diceva Pier Paolo Pasolini. L’appello in favore della cultura, dell’opinione che sia frutto di conoscenza e non di comunicazione, di sapere e non di trasmissione di un pour parler, è pressoché caduto nel vuoto. La cultura non entra nel dibattito, si lascia soffiare un primato, dicevamo. Se ne resta in sella ad un cavallo che non corre. Non basta scrivere romanzi, poesie, saggi. Bisogna afferrare la realtà, maneggiarla, proporre idee, occuparsi di giustizia della cultura che in fondo equivale alla giustizia sociale. L’attenzione ad un settore molto trascurato è il nucleo del pensiero che si rinnova. Più soldi alla cultura e meno alle clientele. Meno denaro a pioggia e più autonomia. Più meritocrazia e meno burocrazia. Meno eserciti di controllo, più progetti lungimiranti. Il potere delle élites si scalza con l’applicazione del principio di riconoscimento del merito, che è tipico di una società liberista che in Italia, dalla prima Repubblica ad oggi, non ha avuto mai spazio né consenso. L’acquisizione di un potere non elitario avverrà solo quando un concorso pubblico non sarà deciso a tavolino.

L’Italia spende per l’istruzione il 4% del Pil. Peggio di noi, nella Ue, fanno solo l’Irlanda (3,7%) e la Romania (3,1%). Tutti gli altri stati membri spendono di più e la media Ue è del 4,9%. Per l’università in particolare, viene speso lo 0,4%: siamo in penultima posizione in tutta la Ue, davanti al Regno Unito (0,3%), ma lontani dalla media dell’Unione (0,7%). Per ricerca e sviluppo l’Italia spende l’1,33% del Pil, posizionandosi sotto la media Ue (2,03% del Pil) ma lontani dalle ultime posizioni. Peggio di noi fanno Spagna, Grecia, Portogallo, Bulgaria, Romania, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia e Slovacchia. Di questo 1,33%, solo poco più del 40% viene dal governo. Il restante 60% lo fornisce l’impresa no profit o l’investimenti estero. Di questo passo la cultura non solo non conterà più nulla, ma sarà un mero fastidio, un intralcio.

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Prendo ad esempio un libro. Lo scrittore invisibile (Gaffi 2014) di Alfonso Berardinelli (che stimo) è una raccolta miscellanea di interventi, nonché di interviste, sul ruolo di intellettuale, di critico militante (termine “strano e bellicoso”) diviso tra l’accademia e il giornalismo, capace di praticare un mestiere discutendo sui metodi inseriti tra storicismo, formalismo, strutturalismo, post-modernismo e una visione dell’attualità priva di schemi fissi. Emerge immediatamente che per avere dei “difetti definibili” la nostra critica dovrebbe prima cercare di esistere invece di suicidarsi nel cosiddetto maquillage culturale. Berardinelli rivendica, nonostante tutto, un diritto, “perché siamo ancora un paese scarsamente educato alla critica”. Polemizza con il costume, la politica, la società, sul termine rivoluzione usato un po’ ad effetto (l’idea della rivoluzione è stata un mito che nell’Occidente moderno è diventata una teoria). E sul pensiero unico del Novecento annota che “il marxismo ha fatto deserto di tutto ciò che lo ha preparato e accompagnato, e quando è crollato sembra aver lasciato il deserto dietro di sé”. L’Italia risulta un paese vario, ibrido, con un carattere non propriamente nazionale, “innamorato” delle parole. Berardinelli sostiene che l’élite culturale è finita da tempo, in ragione del fatto che nel passaggio dalla cultura alla vita sociale “c’è di mezzo una realtà indomabile, mentre il male avrebbe a che fare sempre con l’irrealtà”. Anche Berardinelli sbaglia: le élites esistono ancora. In un’intervista rilasciata nel 1993, il critico afferma: “Penso che una delle cose più nuove che ci troviamo di fronte è proprio la scoperta che la politica è un brutto affare”. C’è la tendenza a respingere la delega ai partiti di tutto ciò che non appare un problema di natura economica: sogni, utopie, ideali, come fosse necessario delimitare i fatti sociali. È la scoperta dell’acqua calda.

Intellettuali, fate finalmente proposte concrete. Il poeta Roberto Roversi, anni fa sosteneva che mentre il livello medio della cultura si è alzato, il livello alto è precipitato o è alla macchia. Per livelli alti intendeva il pensiero che subisce un’elaborazione, tenta un azzardo, sperimenta un rischio, organizza un progetto nuovo. Cosa è successo di tutto questo? Un eccesso di compromessi e di parole snaturate ha seppellito sotto cumuli di cenere ogni tensione. La prossima volta, personalmente, lanceremo un suggerimento, una vera e propria mozione.

Alessandro Moscè