“In due salotti milanesi si è brindato all’attentato contro di me e deplorato il fatto che me la sia cavata”. Tanti auguri Indro! Elogio di un maestro antipatico (per fortuna)

Posted on Aprile 22, 2020, 8:12 am
8 mins

“Ti disprezzo. Basta così”. “No, tu mi invidi. Basta così anche per me. Ti credevo migliore”. Finisce così, dopo appena tre mesi, e per lettera, come per lettera era iniziata. E poteva finire solo così, con uno sca*zo feroce, tra Oriana Fallaci e Indro Montanelli – di quest’ultimo ricorre il compleanno proprio in questi giorni, il 22 aprile – e te lo posso assicurare, quanto può costare, arrivare a dirsi così, insultarsi fino a mortificarsi, io che l’ho fatto, con le identiche cattive parole, e le medesime mi sono arrivate, non per lettera ma per WhatsApp, e comunque il male brucia uguale. Ma Montanelli e la Fallaci arrivano a ‘lasciarsi’ perché litigano su un tema importante per tutti e due, vissuto duramente da tutti e due, ma valutato in modo opposto. E questo tema è la Resistenza, e non sto qui a dilungarmi su come l’abbia vissuta e combattuta Montanelli e vissuta e combattuta la Fallaci anche se era appena una ragazzina: i due sulla Resistenza si confrontano, litigano, epistolarmente si scannano, chiudono ogni rapporto. Anzi no, chiude Montanelli, che la Fallaci è donna che fino all’ultimo ci ripensa, non ci rinuncia, a Montanelli né al libro che con lui si era accordata a scrivere. Oriana però non rinuncia nemmeno a sostenere quanto sostiene. E non se lo rimangia, quel “ti farò a pezzi!” se Montanelli solo ci proverà “a infangarla la Resistenza”, che per Oriana rimane pagina nobile, di storia nazionale di cui essere fieri, e invece per Montanelli è pagina da farci i conti, mettere in discussione storica, sociale, politica. Dicevo la Fallaci ci ripensa, passa una notte insonne e all’alba si alza e riscrive, a Montanelli, per provare a ricucire, riparare, trovare una possibile nuova intesa. Non chiede scusa e Montanelli non risponde, non si fa più sentire, e a novembre 1971 la Fallaci avvisa la Rizzoli che del libro non se ne fa più niente.

*

È il compleanno di Montanelli, e se tu vuoi conoscerlo davvero, leggi I conti con me stesso, pagine del suo diario degli anni 1957-1978, e se vuoi farti una risata cinica, vai dritto al 22 maggio 1977, giorno in cui Montanelli scrive: “È morto Francesco Maratea. Aveva 88 anni. Credevo di più!”. Francesco Maratea, redattore de Il Messaggero, per Montanelli era un uomo “talmente pauroso che, per tutta la sua vita, aveva esercitato l’arte di non dire nulla. Nello scrivere, la sua tecnica era nel prenderla da lontano, ma talmente da lontano che, dopo tre colonne, non era ancora entrato in argomento, e chiudeva l’articolo dicendo: “Lo spazio non ci consente…”. Nel parlare, la sua trincea erano i monosillabi. Maratea dava regolarmente ragione al suo interlocutore, ma solo a furia di “Ah!” e di “Oh!” allungati e modulati in modo da dare forza alle parole altrui senza pronunziarne di sue”. E qui Montanelli riporta un suo esempio diretto:

“Francesco, che ne dici di questo Ciano?”

“Aaaah…!”

“A me sembra un ragazzo intelligente…”

“Oooooh…!”

“Ma un po’ viziato…”

“Eeeeh…!”

Conclude Montanelli: “Francesco Maratea era un gran signore, un collega esemplare, colto e intelligente. Quando, per momentanea dimenticanza o debolezza, ne diceva una, era sempre azzeccata”.

*

Del diario scorri poche pagine, e arrivi al 2 giugno 1977: “È la festa della Repubblica. Io la celebro ricevendo nelle gambe 4 pallottole di rivoltella, calibro 9”. Montanelli è gambizzato dalle Brigate Rosse, lui è appena uscito dall’albergo Manin, dove risiede, per compiere come ogni mattina a piedi il breve tragitto che lo separa dalla redazione de il Giornale di via Negri. Montanelli è armato ma gli serve a nulla, cade a terra, e nel suo diario raggelano le immagini che le sue parole formano, con lui che si aggrappa a un’inferriata, e un cane che dall’altra parte gli lecca la faccia. E la padrona di questo cane che è lì, ferma, terrea, imbambolata. Paralizzata dal terrore. È Montanelli a terra che la conforta. Montanelli si salva e, poche ore dopo, dal letto d’ospedale, impartisce i suoi ordini alla redazione: “Calma. Misura. Eleganza. Lasciamo che urlino gli altri. Saranno costretti a urlare. Noi, titolo a 7 colonne. Editoriale anonimo di Bettiza”. 3 giugno 1977: il giorno dopo, Montanelli legge avido il resoconto del suo attentato sui giornali rivali. Annota nel suo diario: “L’Unità fa 7 colonne in cui campeggia il mio nome. Lo stesso fa Repubblica. Scalfari: il mio successo lo riempie di un furore che lo fa sragionare. Ma la cappella più grossa la fa il Corriere che titola su 5 colonne a centro pagina: Attentato contro giornalisti mettendo il mio nome solo nel sommario”. Montanelli si era dimesso dal Corriere della Sera 4 anni prima, in polemica con la svolta sinistrorsa del quotidiano. Segna nel suo diario il 4 giugno 1977: “In due salotti milanesi, quello di Inge Feltrinelli e di Gae Aulenti, si è brindato all’attentato contro di me e deplorato il fatto che me la sia cavata”. Lo stesso giorno gli fa visita Piero Ottone, direttore del Corriere: “Per far fronte alla sua ipocrisia, chiamo a raccolta la mia”. Ma da Montanelli arrivano anche ospiti inattesi: “Ci sono nuovi visitatori: i ragazzi delle scuole. Mi toccano come una reliquia!”. E ancora: “Alla Camera, il comunista Carandini (figlio del conte liberale e nipote di Albertini) ha detto: “Montanelli se l’è guadagnato!”. Che zelo questi neofiti del PCI, specie quando sono nobili e miliardari!”.

*

Non credo sia mai superfluo ricordare che Indro Montanelli è stato il più grande giornalista italiano e il maestro migliore che la mia e le seguenti generazioni possano avere. Montanelli nel 1936 si propone reporter gratuito al Corriere con queste parole: “Accettereste qualche mio articolo di cose viste?” e per cose viste si intende corrispondente di guerra in Spagna. Collaborazione nettamente rifiutata tanto che Ugo Ojetti, sulla missiva, vi scrive “Illuso”.

Barbara Costa

*L’epistolario Montanelli-Fallaci è tratto da: Paolo Di Paolo, Che notte difficile mi hai dato, in Corriere della Sera, 28/08/2014