In UK esce la biografia definitiva di Oscar Wilde. Perché il dandy grassoccio ci piace così tanto? Ha capito che la vita è arte e il mondo un teatro, ha avuto il coraggio di sputtanarsi, sapeva che tra palco e patibolo non c’è differenza

Posted on Ottobre 18, 2018, 6:35 am
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Come diventare una griffe. Incontenibile, incontestabile, a suo modo paradossale la fama di Oscar Wilde. Tutti – anche gli illetterati – sanno chi è Wilde perché la fama dell’uomo – il dandy con una certa propensione alla bisessualità – ha castrato l’artista. La diagnosi, per altro, è vecchia di ottant’anni: Mario Praz fu cinico e salutare quando scrisse che “la voga delle opere più scadenti del Wilde nel resto d’Europa, come di certe delle peggiori cose del Byron, rappresenta lo stesso fenomeno, e può giustificarsi pensando che in realtà non è tanto l’opera, quanto l’uomo, anzi il mito, che ha cattivato il pubblico continentale. Sul continente il Wilde è stato preso sul serio, come in Inghilterra mai”. Sintesi brutale: Il ritratto di Dorian Gray non vale il suo prototipo, À rebours, di Huysmans, pubblicato cinque anni prima; La ballata del carcere di Reading si disintegra al cospetto di una qualsiasi raccolta poetica di William B. Yeats; il De profundis, che olezza di sentimentalismo e di vacuo esistenzialismo, non è certo Nietzsche. Eppure, Wilde – favolista eccellente e umorale self-made-man del verbo – resta, resiste, inossidabile, perché?

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Piccolo scaffale wildiano. In Italia esce la nuova traduzione del “Dorian Gray” e vengono riscoperte le poesie di ‘Bosie’, il serpentesco amante; nel mondo anglofono è uscito un saggio sugli ultimi, desolati anni di vita del divo Oscar, ma soprattutto è pubblica, da un paio di settimane, la biografia ‘definitiva’ del dandy irlandese, Oscar. A Life, firmata da Matthew Sturgis per Head of Zeus (costa 25 sterline). Che cosa c’è ancora da dire di Wilde? Secondo Sturgis – che si dilunga per 600 pagine e passa – moltissimo: l’ultima biografia – quella di Richard Ellmann, Oscar Wilde, 1987 – appare datata, “il resto sono solo pubblicazioni frammentarie”, e negli ultimi trent’anni “si sono fatte scoperte bibliografiche straordinarie”. Ad esempio – sono stipati alla Free Library of Philadelphia – i taccuini di Wilde, le prime versione di Salomé e della Ballata del carcere di Reading, soprattutto, “sono venute alla luce molte lettere altrimenti ignote”, dettaglio importante per un personaggio che ha fatto della propria vita un’opera d’arte, cioè per cui la vita è preminente, per importanza, al mero dato artistico.

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oscar libroDunque, cosa impariamo di più del polimorfico Wilde? Che “da adolescente pensò di diventare cattolico romano (e per questo il fratello ha minacciato di diseredarlo)”, che, studente a Oxford, fu insediato tra i massoni, nel 1875, che chiese di essere impiegato nell’azienda di John Ruskin per il gusto di stare di fianco a uno dei suoi miti, che “avrebbe voluto fare l’ispettore scolastico, secondo l’esempio di Matthew Arnold – e dobbiamo ringraziare la provvidenza se non ha realizzato questo intento” (così Anthony Quinn nella divertita recensione pubblicata dal Guardian). Sfarfallii inutili, si dirà. In questo caso, pare non sia vero perché anche l’alluce biografico di Wilde ha l’evidenza di un’opera letteraria. Dal tour statunitense del 1882, per dire, Wilde torna con un amore da appendersi alla camicia. “Quando penso all’America, ricordo soltanto labbra come petali cremisi di una rosa estiva, occhi come agata oscura, il fascino di una pantera, il graffio di una tigre, la grazia di un uccello”, scrive Oscar alla misteriosa lei, nominata semplicemente ‘Hattie’. Beh, il baldo biografo ha scoperto l’identità della felina fanciulla, riassunto del creato tutto: si chiama Harriet Crocker, all’epoca aveva 23 anni, ed era “figlia di una magnate delle ferrovie di San Francisco”. Che la tizia avesse i soldi lo dimostra, tra l’altro, un ritratto del 1887, griffato Giovanni Boldini, in cui ‘Hattie’ appare nella sua ruggente bellezza. Wilde, come si sa, passata la passione, portò all’altare, in un florilegio di pettegolezzi, Constance Lloyd. D’altronde, il divo che alla dogana di New York pronunciò la frase fatidica, “non ho nulla da dichiarare tranne il mio genio”, fece, in Usa, un mezzo fiasco: a Washington una donzella, evidentemente ignifuga al suo carisma, sbottò, “si tagli i capelli e si presenti con dei pantaloni più lunghi”. Effetti del divismo.

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La domanda, ad ogni modo, resta: perché c’importa ancora di Wilde? Propongo alcune risposte.

a) La moda. Wilde cavalca la moda dello scandalo a tutti i costi – capisce, per dire, l’importanza del sesso e del corpo nella fedina estetica di un uomo ‘pubblico’ – più lo offendono più rilancia, esagerando. Usa lo stesso meccanismo degli uomini dello spettacolo via social: non risponde alle accuse, reclama una attenzione sempre più morbosa. Wilde crea nuove mode, sta sempre ‘sul pezzo’, è imbarbarito dal desiderio di fama. Il recensore del Times gongola scrivendo di Wilde: “Quando Sarah Bernhardt arrivò in Inghilterra nel 1879… Wilde le gettò una bracciata di gigli… Tempo dopo, la diva ricordò gli ‘occhi luminosi e i lunghi capelli’ del suo nuovo amico poco più che ventenne. Questo è l’Oscar che conosciamo: sempre in posa, floreale all’eccesso, paladino del bello, opportunista, seguace delle star”. La parola precisa è star-stalker. Wilde vuole essere amico di tutti quelli che contano e essere ammesso dappertutto. Per poi sputtanare tutto.

b) Affascina che un uomo “fisicamente poco attraente – goffo, dinoccolato, faccione” con un talento non certo assoluto, abbia avuto il successo che avuto. Merito del carisma. “Per Dante Gabriel Rossetti e Algernon Swinburne era un signor nessuno”: lui riuscì a diventare il “sacerdote dell’estetismo”. Un uomo sostanzialmente modesto, sa imporsi in modo duraturo, seppellendo molti più talentuosi di lui.

c) Nel mondo del reality perpetuo, della dichiarazione continua, dell’asfissia social, Oscar Wilde, pioniere di un individualismo un po’ pacchiano, ha dimostrato non tanto che la vita è un’opera d’arte ma che il mondo è un palcoscenico. Ha recitato. Ogni cosa che ha scritto non ha l’autenticità della confessione, non dice il vero: Wilde scrive per il lettore, tutto è posa, nudità data in pasto al guardone.

d) La dissipazione. Gli ultimi anni di Wilde sono una profezia allucinata, un molosso a squarciarti le cosce. Povero, vagabondo, braccato, senza soldi e senza denti, grasso. Rubava per procacciarsi spiccioli. Ha pisciato in testa al bel mondo finché tutti gli hanno voltato le spalle: è precipitato, ed è questo a rendercelo simpatico, “è diventato la sentinella della sua catastrofe”, scrive Sturgis. Non si chiede altro, alla vita, in fondo: giocarsi in una posa, inabissarsi in una poesia, anelare che gli applausi dei fan si trasformino in glaciale condanna, consapevoli che tra palco e altare sacrificale, tra stage e patibolo non c’è differenza. (d.b.)