La scelta di non consumare, demandando al fato la congiunzione – che differenza c’è tra corpo sacrificale e corpo del reato? Nella scena finale del film, Tony Leung è ad Angkor Wat, il tempio eretto un millennio fa, dove l’albero si confonde con la pietra, la pantera con l’agguato monastico. L’uomo compie un rito, frugale: sussurra qualcosa in una cavità del muro, poi copre la cavità con la terra. Si può seppellire la voce? Come al Muro di Salomone si ascende per conficcare un cartiglio tra le pietre – un’intenzione, una preghiera – così in quel tempio l’uomo sussurra il suo segreto. Si può nascondere soltanto un amore – o ci si nasconde, dal resto del mondo, per adempiere il perduto.

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Vent’anni fa Wong Kar-wai gira In the Mood for Love, un film straordinario, tessuto su seta, vergato sulle acque. Un film da vedere tra i veli. La storia è semplice. Siamo a Hong Kong, negli anni Sessanta: un giornalista scopre il tradimento della moglie. Lei lo tradisce con un tizio che lavora per una compagnia aerea, che abita, insieme alla moglie, nella stessa casa, in appartamenti contigui. In questo gioco di scambi, di destini infranti come volti in vetro, il giornalista fa amicizia con la moglie del fedifrago: traditi entrambi sapranno ricambiare il tradimento? Il film ruota in verità su di lei, Maggie Cheung, la donna tradita, sulla sua severa bellezza, i continui cambi d’abito – e d’umore, di stato. Lui, il giornalista, capisce che il tradimento è benedetto, è una rivelazione: libero, acclamato dal dolore, scopre cosa ama davvero, e chi.

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In the Mood for Love, tuttavia, è un film di erosioni e di silenzi: per lo più corpi – vergini, perciò abbacinanti, feroci – sotto la cupola di una musica che dà asfissia estetica, che graffia con grandine di aghi. Soprattutto, è un film di fraintendimenti – i traditi si accorgono troppo tardi del tradimento, troppo tardi confidano nell’amarsi – e di appuntamenti mancati. Quando lui, il giornalista, Chow, chiede a lei, Su, di lasciare la città, di partire, insieme, i due si sfiorano, beffati dal caso, beati al nulla. D’altronde, un sussurro non ha la forza di edificare un destino: ci sono cose – le più importanti – che per realizzarsi hanno bisogno di molte vite, di una fede che sorpassi le rinascite, le induca a una rapace convergenza.

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Che agghiacciante verità: conservare nell’astuccio del segreto il desiderio più grande. Sfigurarlo, in fondo: perché il desiderio è un dio e l’uomo, carnale, la sua contraffazione. Intatto significa eterno, magnifico – ma anche mostruoso.

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È per snodare il segreto sepolto nei recessi di Angkor Wat che Wong Kar-wai realizza 2046, nel 2004. 2046, il numero della stanza d’albergo dove si incontravano i traditi – senza consumare il corpo, ma dandosi alla voragine dell’immaginazione – nel film precedente, diventa un oblò tra oblio e canto, una onirica ossessione, il registro di tutte le amanti perdute, un tuffo blu. Il giornalista, Chow, diventato scrittore di successo, si ulcera, con rituale costanza, perché ha perso l’amore, la capacità di amare, vive nell’irrecuperabile e nell’irredento – che in questo caso ha il viso potente, gemello, di Gong Li e di Zhang Ziyi.

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Il principio di In the Mood for Love, tuttavia, si trova in un Ashes of Time, magnifico film del 1994 – non so se esista in versione italiana – ambientato nella Cina dell’anno mille, tra deserti istruttivi come un koan. La storia, all’apparenza ‘di cappa & spada’, sviscera la desolazione e la mania: si è fatti per chi ci riconoscerà troppo tardi; si vive per distruggere i legami più solidi e incamminarsi verso la morgana, ciò che è fugace e può ferire a morte. Tutto, infine, anche il tempo, è polvere – qualcuno, tra un millennio, sputerà sulle nostre ceneri ricombinando, a memoria, tra lacune e bagliori, il corpo che abbiamo vanificato, per una scorretta idea di martirio, di innocenza. (d.b.)

*In copertina: un fotogramma da “2046”, lei è Zhang Ziyi