In superficie. Un filo sull’ultimo libro di Gabriele Romagnoli ci ricorda che l’amore è un intreccio e che amiamo infinitamente

Posted on Novembre 17, 2018, 1:27 pm
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La forma specchia il contenuto, ne è l’emblema. In editoria, funziona così. Le copertine, le ‘coperte’, spesso – per eccentricità o per aderenza al contenuto narrativo – decretano il successo di un libro. La storia dell’editoria italiana è la storia di copertine indimenticabili: quelle di Ferenc Pintèr, ad esempio, o di gesti grafici immortali, come quello di Bruno Munari, oppure di invenzioni simili a quella che ha portato alla nascita della collana ‘Medusa’ Mondadori. A partire da qui, è venuto in mente con Elena Paparelli di varare la rubrica “In superficie”: leggiamo i libri di oggi ‘superficialmente’, cioè snidando i segreti delle loro copertine.

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Romagnoli“Esiste una parola, in giapponese – scrive Gabriele Romagnoli nel suo ultimo libro, Senza fine, Feltrinelli 2018 – per definire il labirinto dei legami: musubi. Musubi è la connessione fra le persone rappresentata da un intreccio di fili. Legare quei fili è musubi, il fluire del tempo è musubi. Nel tempo i fili convergono e prendono forma, si torcono e si aggrovigliano. Talvolta si sbrogliano, oppure si spezzano e capita anche che si ricongiungano”.

E poteva non esserci un filo, al centro della copertina minimalista del libro di Romagnoli?

Il rosso caldo dello sfondo è quasi una scelta obbligata, trattando il volume – avverte pronto il sottotitolo – de La meraviglia dell’ultimo amore.

“Quel che si è smarrito – dice lo scrittore – non è la possibilità dell’altro, ma la concezione di sé. Ritrovarla, finché c’è tempo, è l’unica salvezza”.

E dunque il filo, che disegna il percorso delle nostre storie nel tempo, come un nastrino che impreziosisce la confezione regalo, attraversa il centro esatto della copertina, tracciando il simbolo dell’infinito.

A giocare graficamente con il filo, reso mentore di un volume intero, era stato già Bruno Munari, nel suo libretto d’artista del genere degli illeggibili: “L’idea è nel filo”, 1964. Nessuna parola. Estetica editoriale allo stato puro. Tre anni dopo, ancora un libro, per il Museum of Modern Art di New York: un volume di cartoncino bucato – rosso, nero e grigio – dove le pagine successive occhieggiavano attraverso i fori portando poi a pagine traslucide, che rivelavano infine il percorso di un filo rosso luminoso quanto impreciso. Che scompariva nell’ultima pagina.

Il filo in copertina di Romagnoli disegna invece – dichiaratamente – la forma dell’ultimo amore, che attraversa – idealmente – il tragitto descritto nelle pagine, quello dell’ultimo legame che porta con sé il desiderio di non cercare ancora, la sicurezza di essere appagati, e di non voler essere altro.

A differenza di quello di Munari, che nel suo percorso giocava con le spirali-scarabocchio sparse e sperse fra le pagine, il filo di Romagnoli – attraverso una manciata di storie di amori definitivi narrati in maniera tagliente e umanissima – si intreccia con gli inciampi e le traiettorie imprevedibili della vita, creando affascinanti musubi, e altrettanto affascinanti approdi luminosi.

Il punto – ci ricorda Romagnoli – è che si vive più a lungo e l’idea che sia il primo amore a non essere mai dimenticato appartiene forse ad altri tempi storici, ad altre generazioni.

Come richiesto da amore maturo, quindi, la copertina comunica in maniera discreta, non intrusiva, ma decisa. E il libro si pone come un autentico dono da aprire, scoprire, attraversare.  Finché c’è tempo.

Elena Paparelli