In superficie. Riguardo all’ultimo libro di Murakami Haruki siamo certi soltanto di una cosa: i capelli in copertina sono magnetici

Posted on Gennaio 12, 2019, 1:08 pm
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Se invece dei capelli sulla testa/ ci spuntassero i fiori, sai che festa?/ Si potrebbe capire a prima vista/  chi ha il cuore buono, chi la mente trista./ Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:/ non può certo pensare a brutte cose./ Quest’altro, poveraccio, è d’umor nero:/ gli crescono le viole del pensiero./ E quello con le ortiche spettinate?/ Deve avere le idee disordinate”. Gianni Rodari si divertiva a mettere in filastrocca i capelli come cartina di tornasole di stati d’animo e pensieri. E pare quasi di vederli, questi tripudi floreali spuntati dalla testa.

MurakamiI capelli come narrazione grafica, in copertina vanno del resto a colpo sicuro: il recente Donne che parlano (Marcos Y Marcos, 2018) di Miriam Toews presenta due donne di spalle che si abbracciano, unendo i loro capelli di diverso colore in una sola treccia. Segno di una solidarietà che di lezioso ha ben poco, visto che il romanzo racconta la tragica storia avvenuta in una comunità mennonita boliviana, in cui alcune donne di notte venivano anestetizzate da uomini che abusavano di loro.

Ma è nell’ultimo romanzo di Murakami Haruki, L’assassinio del Commentarore Vol. 2: Metafore che si trasformano (in uscita a fine mese) che i capelli disegnati centrano l’obiettivo di aderire in una sintesi eloquente al contenuto promesso dal testo: ancora fresca la suggestione, regalata dal primo volume, del pittore che sa carpire i segreti che nascondono i volti delle persone che ritrae, in questo secondo libro spunta in copertina un grande chignon nero stilizzato che si fa immagine di un uomo intento a dipingere.

Il gioco sembra quello classico del disegno della giovane-vecchia basata sull’ambivalenza di lettura, permessa dal possibile capovolgimento del rapporto figura-sfondo. L’illusione ottica che intrappola chi guarda sulla base di ciò che gli occhi preferiscono.

Nel nuovo libro di Murakami sono infatti due i pittori della storia: “uno vive la tragedia del materialismo artistiche che, in quanto mezzo limitato, lo trascina verso gli inferi; l’altro che, proprio in quella corsa disperata verso il basso, vi legge il mistero dell’arte”.

Doppi, mistero e fantastico, realtà e allucinazione, sospensione e movimento.

E tutto scivola, e tutto resta.

Elena Paparelli