In superficie. La fotografia dell’assurdo e del ridicolo, la collusione, l’allusione, l’attimo irripetibile. “Sorridere” di Michele Smargiassi

Posted on Aprile 27, 2020, 11:23 am
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Una foto d’antan in un elegante bianco e nero ritrae un uomo seduto con il mento appoggiato sulla mano mentre guarda davanti a sé e sorride di un sorriso a fior di labbra. Accanto a lui, una coppia di novelli sposi seduti lo sta osservando perplessa e interrogativa. Il suo sguardo indagatore è anche il nostro, sedotti dalla posa spontanea del giovane uomo, tanto concentrata quanto leggera. La luce dello scatto fa il resto. Il titolo del libro, posto sotto la foto, ne costituisce quasi la didascalia, stampata in un simpatico giallo ocra: Sorridere. Mentre il sottotitolo didascalico, in nero, presenta il contenuto del libro: «La fotografia comica e quella ridicola».

Creare una fotografia comica, di cui Elliott Erwitt è stato l’indiscusso papà, richiede tecniche precise, come quella del contrasto, dell’assurdo, la sproporzione, l’allusione, l’artificio della collusione, l’attimo irripetibile. E da bravo giornalista l’autore del volume Michele Smargiassi ne esplora le potenzialità attraverso gli scatti spassosi collezionati, puntando a una riflessione sulla fotografia come documento a suo modo antropologico che riflette su due sorrisi differenti, ben sintetizzati da Stefano Bartezzaghi nell’introduzione: «quello richiesto dalla fotografia da fare e quello stimolato dalla fotografia mostrata». Che, volendo, possono anche sovrapporsi «perché una foto in cui uno ha sorriso può farci sorridere».

Muovendosi con disinvoltura fra sorrisi richiesti e sorrisi donati, Smargiassi si diverte e ci fa divertire, attraversando il confine che separa il comico dal ridicolo: «Il ridicolo – scrive l’autore – è un’aggressiva sanzione sociale, che isola il ridicolizzato e lo riduce a oggetto. Il comico è il play del bambino che ride assieme alla madre perché da lei si attende protezione. Il ridicolo è il game dell’adulto nella spietata competizione sociale».

L’interessante disamina storico-visiva offerta dal libro è presentata da un’immagine poco chiassosa in copertina, piuttosto enigmatica, sommessa, persino malinconica. Oppure anche un po’ maliziosa. L’ambivalenza di un mezzo sorriso colto in un momento di pausa dalle pose obbligatorie richieste dalla cerimonia conquista la scena, mentre gli sposi protagonisti si fanno spettatori insieme a noi.

È «la coda dell’occhio», lo sguardo vincente di Smargiassi, che funziona sempre, e anche in questo caso non delude. Viene in mente la copertina dell’autobiografia di Groucho Marx, Groucho e io, uscita in seconda edizione nel 2017 per Adelphi: anche qui, per rappresentare la comicità debordante e irresistibile di Groucho, era stato scelto non un suo ritratto ilare, ma uno pensoso, serissimo, tratto dalla pellicola del 1946 “Una notte a Casablanca”. Si gioca per contrasti, lì come qui, e l’altra faccia del comico in copertina piace. D’altra parte, lo scriveva anche Alberto Moravia, che la comicità implica l’esperienza indispensabile della serietà. O no?

Elena Paparelli