In superficie. Enuncia l’interiorità senza concederla: il genio di Grace Paley, brillante e malinconico, si vede dalla copertina…

Posted on Dic 05, 2018, 12:05 pm
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“Scrivere di donne è un atto politico perché significa prendersi cura di loro”, diceva Grace Paley, scrittrice newyorkese, figlia di emigrati russi ebrei in America, regina della short story e attivista per i diritti civili e per l’ambiente, femminista, cantastorie, poeta, madre.

E la copertina con “Tutti i racconti” pubblicati quest’anno da Sur non poteva non ospitare delle figure  femminili: una vecchia fotografia di due ragazzine e una donna, di spalle, nell’atto di attraversa la strada, mentre di fronte a loro si apre il  tipico scorcio di un sobborgo newyorkese.

PaleyChi conosce la scrittura della Paley – nata nel Bronx e scomparsa ormai più di dieci anni fa – sa quanto le sue storie nascano proprio dalla strada, e dalla grande capacità di ascolto delle tante voci che affollano il quartiere, le case, i giardinetti, i salotti, la città.

L’ascolto, per la Paley, era una responsabilità propria di ogni scrittore. Poi però, come è ovvio, interveniva la lingua della letteratura, che nel suo caso diventava un felice impasto di ironia, malinconia, brillantezza, spirito dissacrante e leggerezza, ritmo, acume, verve innovativa, capacità introspettiva ed empatia.

La letteratura – scriveva – non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere”.

L’ignoto di cui parla, nel suo caso, è tutto quello che si nasconde nel quotidiano, su cui la Paley gettava il suo sguardo curioso e pieno di pietas, facendosi narratrice di esistenze imperfetta ma vere.

Delle figure in copertina dell’edizione BigSur non conosciamo i volti, le espressioni, la luce dei loro occhi. E la fotografia – da sempre certificato di presenza – fa quello che suggeriva Roland Barthes: enuncia l’interiorità senza concederla.

Così, noi seguiamo con lo sguardo l’andatura di queste donne che con naturalezza e grazia d’altri tempi ci introducono nei micro mondi domestici e metropolitani della grande scrittrice americana, mentre la fotografia – la sua luce che, per citare Barthes, si fa nucleo carnale – diventa sfacciatamente pop, grazie ad un intervento in post produzione che ne colora il cielo di un giallo acceso.

Il passato viene felicemente consegnato all’invenzione, e il tempo reclama una nuova scansione dalla parola. Il tentativo della Paley – quello di “far entrare le donne e gli uomini in carne e ossa nella lingua” – ci aspetta, soltanto due pagine dopo. Appena l’intervallo di attraversare la strada.

Elena Paparelli