In risposta a Luigi Mascheroni: io non ho 20mila libri, ma ne ho 10 bellissimi. Dal Pirandello del 1923 alla collezione fanatica di “Alice nel Paese delle Meraviglie” al Dizionario di lingua cimbra

Posted on Agosto 30, 2018, 12:26 pm
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La prima cosa che osservo quando entro in una casa nuova o sconosciuta è la libreria: misura, posizione e volumi presenti. Con la scusa della miopia spiccata, chiedo sempre – quando c’è l’oggetto totemistico – se posso avvicinarmi. Inclino la testa, scorro con gli occhi i titoli e mi faccio un’idea della persona.

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La mania mi è nata nella fase dell’imprinting, a casa dei miei zii veneti di Crespano del Grappa: file e file di “Asterix”, il gallo creato da due geni francesi, Goscinny e Uderzo, che se devi portarti un fumetto in un’isola deserta, ti porti Asterix. Li ho letti tutti, sdraiato per terra sulla moquette. E non ho preso allergie: gli acari li ho ammazzati a forza di mangiate formaggio Asiago stagionato.

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L’odore di una casa e la libreria sono gli occhi di una persona, la stretta di mano “non convenzionale” quando entri nella sua dimora. Ricordo case prive di libri, tristi come una pozzanghera d’acqua in autunno, specchio fedele del proprietario. Non chiedo mai “i libri”, li cerco semplicemente con gli occhi e poi mi faccio un “profilo” ideale, che ovviamente non sono disposto a ritrattare.

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Luigi Mascheroni, micidiale firma de il Giornale – scrive il nostro Davide Brullo – ne possiede oltre 20 mila. Io molti meno, ma tutti selezionati. Una libreria in legno, recuperata ad Asiago da una casa che è stata buttata giù. La proprietaria ha chiamato i miei genitori: “Prima di abbatterla, se volete prendere gli arredi, sono lì per voi”. I miei genitori hanno portato a Rimini le finestre in stile inglese, quelle bianche, per intenderci, un tavolo in legno e una libreria. Una già ce l’avevo, anni Settanta, in ferro e vetro. La terza idem, quella dei miei sette anni, fatta di compensato, su cui spicca ancora il primo libro letto, escluso i fumetti: “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne. Ero in seconda elementare.

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libri

Un brandello della libreria (pirandelliana) di Alessandro Carli

Non possiedo libri economicamente preziosi. Ne ho alcuni però che per me, poeticamente, valgono tanto. I dieci libri must della libreria di Alessandro Carli.

Rosso di San Secondo, “Marionette, che passione!…”, tre atti con un preludio. Milano, fratelli Treves edizioni, 1926. Me lo ha trovato Mirco della Libreria Riminese, 20 euro, oltre 15 anni fa quando, tra il ventaglio dei “soggetti” da studiare per la tesi di laurea c’era anche l’autore di Caltanissetta. Profuma di maglia di lana dei nonni, polvere e tempo, e ha qualche ruga. Da leggere senza umettarsi le dita, sennò si sfalda.

Gilles Clément, “Manifesto del Terzo paesaggio”, a cura di Filippo De Pieri, pubblicato da Quodlibet. Piccolo ma prezioso libello, trovato in una libreria sul Lago di Garda, a Riva, se non ricordo male. Ai tempi, quindi oltre dieci anni fa, avevo in mente di realizzare un progetto fotografico sul “Terzo paesaggio” riminese. Il progetto è rimasto nel cassetto, il libro sul comodino del mio letto.

Luigi Pirandello, “Il giuoco delle parti – Ma non è una cosa seria”. Ed. Treves, 1923. Trovato a un euro in una bancarella a Santarcangelo di Romagna dal mio pusher di libri preferito, un signore marchignolo con la barba che attinge a piene mani nelle topaie di Urbino. Da leggere con i guanti di seta, altrimenti le pagine si staccano. Odora di soffitta, dove ha riposato – a naso – per oltre 50 anni o più.

Lewis Carroll, “Alice nel Paese delle meraviglie”. Il capolavoro di Dodgson è la mia passione, ne ho oltre trenta edizioni: colleziono Alice in diverse lingue del mondo. Tra le chicche, una del 1920 acquistata per 20 pound a Portobello Road di Londra e una in lingua “braille”, regalo di compleanno di un caro amico.

“Princesa” un libro di Fernanda Farías de Albuquerque – Maurizio Jannelli pubblicato da Est nel 1997. Trovato in una bancherella di Genova a meno di cinque euro. Nel Nordest del Brasile Fernandinho subisce la violenza di mille José di campagna. Trasformatasi in donna grazie al silicone e alla chirurgia plastica prende il nome di Princesa e fugge verso le grandi città del Brasile e dell’Europa dove varcherà la soglia della prigione.

“Dizionario della lingua cimbra dei sette Comuni Vicentini” di Umberto Martello Martalar a cura dell’Istituto di ricerca “A. Dal Pozzo” di Roana. La lingua Cimbra nel sottotitolo viene definita “un idioma antico, non trascurabile componente del quadro linguistico italiano”. Il dizionario è composto di due parti strettamente integrate. Il lessico ampio e significativo, è arricchito di esempi importanti non solo in campo linguistico, ma anche in campo storico e culturale. Scrive l’autore: “Riandare al proprio passato e riflettere su quanto ci ha differenziati non è involuzione, ma riscoperta della nostra identità e riaffermazione della nostra capacità autonoma di comunità anche piccole e di modeste risorse di avere una cultura creativa”. Me lo ha regato la nonna materna, era di mio nonno Gionson, su cui ho scritto un libro.

“Il parco incantato” di Mary Luke, edizioni “Club della donna”, 1979. Trovato in casa, è la storia di un ragazzo che si innamora di una donna dipinta. Poi si scopre che anche un suo antenato si era innamorato della stessa fanciulla. Ottimo regalo da fare per conquistare il cuore di una ragazza, ovviamente se è dotata di un minimo di sensibilità e di interesse. Se non ti caga, puoi regalarle anche una poesia originale di Neruda che non te la dà.

Per l’editore Corraini, nel 2001, Bruno Munari ha dato alle stampe anche “Cappuccetto bianco”. In queste pagine assolutamente bianche non si vede nulla, ma si sa che c’è una bambina tutta vestita di bianco, sperduta nella neve. Si sa che c’è una nonna, una mamma, un lupo. Si sa che c’è una panchina di pietra nel piccolo giardino coperto dalla neve, ma non si vede niente, non si vede la cuccia del cane, non si vedono le aiuole non si vede niente, proprio niente, tutto è coperto dalla neve. “Mai vista tanta neve”. Preso al “Giardino dei ciliegi” di Rimini dopo aver rotto le palle a Serena Zocca, una delle proprietarie, che me lo ha ordinato e mi ha fatto anche un piccolo sconto. Pagato meno di 10 euro, ma il suo valore è infinito. Anzi, quello di un assegno in bianco.

“Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, traduzione di Nini Bompiani Bregoli (Tascabili Bompiani), una delle tante ristampe di fine anni Novanta. Me lo ha regalato Alessandra, una mia compagna dell’Università. Viveva a Pesaro, fidanzata ai tempi. Lo abbiamo letto assieme alla Fortezza di Urbino, a due voci. Poi siamo andati a vedere Ludovico Einaudi alla Scala, il “03.03.03”, nelle condizioni migliori per entrambi: esami finiti e in attesa della tesi. Poi ci siamo allontanati, e anni più tardi mi disse che stavo mettendo in pericolo il legame con il suo moroso. Forse oggi sono sposati e hanno un bimbo, e forse lo ha chiamato Alessandro…

“Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco, “Rizzoli Super Pocket 7” grandi best-seller da grandi editori, febbraio 1997, prezzo 6 mila e 500 lire. Preso all’Iper di Savignano sul Rubicone perché era piccolo di dimensioni e poi perché mi aveva colpito il riassunto. L’ho fatto firmare dall’autore quando è passato a Cattolica a teatro, libro controverso e dibattuto, che ha spaccato la critica. L’ho regalato più volte, soprattutto alle ragazze. Ha funzionato…

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Avverto ancora l’odore dei libri della casa di un mio compagni di liceo a Venezia, Sebastiano si chiama. Viveva a San Marco, padre notaio, oggi fa l’avvocato a Bologna. Libri ovunque mentre nelle stanze si spargevano le canzoni di Fabrizio De André. Aveva volumi antichi sulla storia di Venezia, edizioni dell’Ottocento e forse anche prima. Ammiravo le “coste”, ingiallite dal tempo. File di libri lungo il corridoio, in sala e in cucina. Come un’Avemaria, però letteraria.

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Nella casa di Paola non ci sono libri. Mi ha invitato a cena a luglio, nelle colline di Cesena. Quadri, stampe, poster e dischi, ma nemmeno un libro. “Non leggo” mi ha detto. Le ho regalato due libri, “alla peggio li usi come fermaporta” le ho sussurrato. Così ha fatto, e me lo ha scritto con toni trionfalistici. A casa mia non la invito, potrebbe svuotarmi la libreria e utilizzare i volumi per “dare aria” alle stanze. Col rischio che poi prendo freddo…

Alessandro Carli