“C’è chi si abbevera al divino e la cui maschera è d’argilla”. In onore di Stefano Agosti, un maestro. Studiò la poesia che s’inabissa nell’indicibile. Ora ripubblicate la sua traduzione micidiale di Saint-John Perse

Posted on Luglio 08, 2019, 11:56 am
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Al cospetto dell’opera, la comunanza verbale è più profonda di quella territoriale, fisica. Stefano Agosti passa per essere “francesista e critico letterario italiano” – piuttosto, era uno di quelli che valicava la letteratura per far brillare un pensiero. Non ne conosco le rivelazioni critiche – sul suo percorso vi mando a chi ne sa più di me: Irene Santori che ne scrive un ritratto su il manifesto e Paolo Di Stefano, che lo tratteggia sul “Corrierone” – non ho mai conosciuto, propriamente, Stefano Agosti. Eppure, mi è stato maestro. A conti fatti, uno dei maestri più importanti.

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Amico di Vittorio Sereni, trovava sintonia con l’opera di Andrea Zanzotto – i suoi “scritti su Andrea Zanzotto” sono raccolti da il Saggiatore come Una lunga complicità – con quella di Rimbaud e di Gadda (ancora in catalogo il Saggiatore), indagava cioè la parola dell’eccedenza, che accade rompendo l’ovvio della comunicazione e la sua statistica. Ad Agosti si è grati per l’ottima traduzione di Canti delle Balandrane, di René Char, era il 1993, Mondadori, “attualmente non disponibile” dicono i tronfi librai on line.

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Ad Agosti sono grato, piuttosto, perché ha tradotto e curato un libro fondamentale. Per questo mi è stato maestro. Perché ho letto attraverso la sua competenza linguistica Saint-John Perse. Esilio, che è stato pubblicato trent’anni fa da SE, è uno dei libri capitali del secolo, insieme alle Elegie duinesi, i Quattro quartetti, le poesie di Wallace Stevens, Quarta dimensione di Ghiannis Ritsos. L’esegesi di Agosti è impeccabile: verso per verso riconosce i riferimenti – spesso enigmatici – del poeta e riconduce al senso l’allusione, quei versi infiammabili. Nel lungo “Saggio interpretativo sulla poesia di Saint-John Perse”, Istanza fàtica e costruzione del poema, che non cede un grammo alla facilità, che non strizza l’occhio al pubblico (chi vuole sapere, si appresti alla scalata, non esiste red carpet in Everest), Agosti scrive che “l’eccedenza del Reale (la sua ‘impossibilità’) è quanto il poema di Perse intende riflettere attraverso l’elaborazione di una scrittura rigorosamente destituita di fondamento. La pulsione fàtica che incessantemente ànima il testo, non rappresenta altro che la condizione ideale d’accesso a questo Impossibile; e quindi… anche al non dicibile (al non effabile)  al non raffigurabile dentro cui si pronuncia il Reale e che il poema assume nella totalità del proprio volume”. La poesia trascende la norma comunicativa, non ha mediazioni grammaticali, avviene, traluce nell’indicibile. Non bisogna ‘capire’ ma arrendersi, non esiste altro utile che rinuncia grammaticale e abbandono. Il testo di Agosti è una pietra miliare negli studi su Saint-John Perse, il grande poeta, Nobel per la letteratura nel 1960, sconsideratamente poco considerato in Italia. La ‘presa’ traduttiva mi pare meravigliosa. In onore di Agosti – per non dire di Saint-John Perse – andrebbe ristampato Esilio. (d.b.)

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da Piogge, VI

Se un uomo è invaso da tanta solitudine, vada ed appenda ai santuari la maschera e il bastone di comando!
Quanto a me, io portavo spugna e fiele per le ferite d’un vecchio albero, carico delle catene della terra.
“Avevo, avevo questa voglia di vivere lontano dagli uomini, ed ecco che le Piogge…”

Transfughe senza messaggio, o Mime senza volto, voi conducevate ai confini di così belle seminagioni!
Quali bei fuochi d’erba fra gli uomini vi distolgono una sera dal vostro cammino, o quali storie concluse
Al fuoco delle rose nelle camere, nelle camere ove vive il cupo fiore del sesso?

Desideravate forse le nostre donne e le nostre figlie dietro la griglia dei loro sogni? (Vi sono premure da sorelle maggiori
Nel più segreto delle stanze, e rituali così puri, quali volentieri immagineremmo dalle antenne degli insetti…)
Non fareste molto meglio a spiare, presso i nostri giovani, l’amaro, virile profumo che emana dalle buffetterie di guerra? (simili a un popolo di Sfingi che, avvolte dalla cifra e dall’enigma, discutono sul potere alle porte degli eletti…)

O Piogge, per cui il grano selvatico invade la Città ed i selciati s’aggrovigliano di cactàcee irose,
Sotto mille passi novelli sono mille pietre novelle appena visitate… Nelle vetrine ventilate da una piuma invisibile, fate bene i vostri conti, o gioiellieri!
E l’uomo duro fra gli uomini, nel mezzo della folla, si sorprende a pensare allo sparto pungente delle sabbie… “Avevo, avevo questa voglia di vivere senza dolcezza, ed ecco che le Piogge…” (Sull’ala del rifiuto, la vita sale agli uragani ormai…)

Passate, o Meticce, e lasciateci alla nostra vigilanza… C’è chi si abbevera al divino e la cui maschera è d’argilla.
Ogni pietra lavata dai segni d’immondizia, ogni foglia lavata dai segni di latrìa, ti leggeremo finalmente, terra detersa dagli inchiostri del copista…
Passate e lasciateci alle nostre più antiche costumanze. Che la parola ancora mi preceda! e noi canteremo ancora un canto degli uomini per coloro che passano, un canto del mare aperto per coloro che vegliano.

Saint-John Perse

*Il brano è tratto da: Saint-John Perse, “Esilio”, traduzione e commento di Stefano Agosti, SE, 1989