“Carne e sangue affrontando a tutto campo”. Per Nanni Balestrini: un pensiero di Paolo Fabbri e un brano dalla sua “Elettra”

Posted on Maggio 21, 2019, 9:04 am
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Di ciò che si pensa, ora, conta proprio poco. Conta il tributo, lo studio, semmai. Nanni Balestrini, nato nel Gruppo 63 quando non aveva neanche trent’anni, ha dato della letteratura, agita in ogni forma e in ogni genere, una estetica esplosiva e una dimensione politica. Tra i suoi libri ricordo le “Poesie pratiche” (Einaudi, 1976) e “Le ballate della signora Richmond” (Coop. Scrittori, 1977), “Vogliamo tutto” (Feltrinelli, 1971; poi DeriveApprodi 2004) e il riassuntivo “La Grande Rivolta” (Bompiani, 1999). In luglio, per Bollati Boringhieri, con l’introduzione di Andrea Cortellessa, sarà pubblico l’ultimo libro di Balestrini, nato nel 1935 e morto ieri, “La nuova violenza illustrata”. Per capirlo, si legga questa intervista rilasciata ad Aldo Nove. Qui si pubblica lo studio esegetico di Paolo Fabbri alla mostra di Balestrino “Parole da vedere”, in atto a Milano nel 2006 (qui il testo intero). Più sotto, un brano dalla sua “Elettra”, pubblica per Luca Sossella nel 2001.

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Grammatologie

Alla domanda: “cosa dice la poesia?” la prima risposta sta sulla punta d’ogni lingua: “la poesia dice quel che dice, dicendolo”. E dopo un’attenta osservazione dell’opera di Nanni Balestrini, possiamo precisare: “La poesia dice quel che vede, vedendolo”.
È la sorte comune delle avanguardie del ’900. Dopo la scossa prosodica del verso libero, dopo il sussulto grafico di Mallarmé (“Jamais un coup de dès…”) e la rivoluzione tipografica dei Futuristi e dei Dadaisti, la poesia si è trovata ad un trivio: esplorare le vie della sonorità musicale o battere il territorio dell’immagine. Oppure, come Balestrini, affrontare l’originalità semiotica della scrittura.
Ogni segno è arbitrario, ma i caratteri della scrittura fonetica tendono naturalmente a diventare ideogrammi, come le abbreviazioni o le sigle. “Il vocabolo scritto si mescola col suono così intimamente da usurparne il ruolo” (Saussure). È enunciabile visivamente, ma non pronunciabile. Non vanno confusi infatti i numeri con le cifre, i nomi con le firme e neppure i suoni con le lettere. La lingua non preesiste alla scrittura, la quale ha forme e forze espressive proprie che strutturano le lingue naturali. I segni scritti sono sincretici: integrano gli aspetti manuali, visivi e orali della comunicazione. L’attività tipografica non è semplice notazione fonetica, è trascrizione visiva.
L’opera di Balestrini si inserisce in questa evoluzione “a-parallela” tra la lingua, mobile ed evolutiva, e il codice stabile della scrittura: vuol mettere in moto la lettera per creare composti mai veduti e farle notare parole inaudite e impronunciabili. La sua è l’attività libera di un grammatologo che si esprime per logogrammi, icone grafiche agenti e ricombinanti. Un procedimento inverso a quello che R. Queneau – pittore e poeta – riconosceva in J. Mirò: estrarre dall’immagine figurativa gli elementi semplici, i “miroglifici”, da combinare in un nuovo testo visivo.

Eterografie

L’attività poetica di Balestrini inverte ironicamente il noto incipit di Montale “Non recidere forbice…”. Il suo intento è proprio incidere il corpo del testo, poi della lettera, in un percorso che lo ha portato gradualmente ad uscire da quel modello del libro a cui è legata la sua lunga esperienza editoriale.
Per alcuni disegnare è sciogliere la linea della scrittura per riannodarla altrimenti, per altri è necessario tagliare e incollare, staccare e giustapporre. Per W. S. Borroughs, scrittore (e per Bryon Gysin, pittore), la pratica del cut-up era un “metodo impersonale di ispirazione”, applicabile alla letteratura, al cinema e alla musica, e un modo di appropriazione soggettiva della tradizione artistica: “la poesia è per tutti” (Tzara). Da Borroughs (“cut the word lines and you will hear their voices”) a J. Kossuth, la forbice generalizza questo procedimento ad ogni scrittura. Balestrini lo ha esteso ai linguaggi quotidiani e metalinguistici, alle scritte cubitali e alle immagini qualsiasi dei mass-media. L’Eterografia di Balestrini – chiamiamola così per opporla all’autografo autoriale e all’allografia dei linguaggi seriali – si è disimplicata progressivamente dal formato-feticcio del libro. Ha cominciato distaccando le filze testuali ma rispettando, nella giustapposizione successiva, l’orientamento orizzontale delle righe; ha mantenuto la tonalità cromatica, il non colore del bianco e del nero e il corpo caratteriale delle lettere. Così facendo ha sfondato la norma della pagina, – l’ha squadernata – ma ha mantenuto un fondo di leggibilità possibile, quella che R. Jakobson chiamava una “semantica smorzata”. Ma la libera attività di Balestrini – diversa dal lavoro e dalla creatività – ha aperto uno spazio virtuale che trova un nuovo senso nel momento elettronico della scrittura a cui egli ha prestato la sua attenzione fin dal 1963. […]

Amanuensi

La libera attività di Nanni Balestrini va ben oltre l’esposizione delle sue eterografie: comprende azioni teatrali, balletti, happening, radiodrammi, sceneggiature cinematografiche, poesie sonore con voci recitanti e strumenti: dall’operapoesia al rap. Accantonate le esperienze della poesia visiva, Balestrini si presenta come un intercessore tra differenti flussi semiotici e diversi sensi. Chiede ai duri d’occhi di prestare gli orecchi e viceversa.
Per quanto riguarda la sua pratica di “lisciaggio retroattivo” della scrittura e della topologia della molteplicità delle sue mappe, possiamo chiederci come potremmo abitare quegli spazi e pronunciare quelle scritte. Dobbiamo allora ricordare che, per la tradizione retorica e quella materialista (Democrito e Protagora erano entrambi di Abdera!), il testo è un complesso di lettere, così come il mondo è un composto d’atomi. E che oggi anche la vita è scritta come molteplicità di frasi fatte con l’alfabeto della genetica.
Quanto alle tavole di Balestrini, suggerisco di cedere alla tentazione tattile di appoggiarvi le mani e lasciarle scorrere. Convertirne la grafia dall’ottico all’aptico e ascoltarne, da amanuensi, il messaggio dove sembra scritta, in un’ignota lingua per ciechi, una promessa di guarigione.

Paolo Fabbri

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Si pubblica il “Coro primo” dall’ “Elettra” di Nanni Balestrini, edita da Luca Sossella nel 2001.

coro primo 

qui parla Elettra
ondeggianti carne e sangue
Elettra le sue voci
che tingono di rosso
le sue voci ondeggianti
il mare e scrivono
carne e sangue che tingono
la storia colpiscono
di rosso il mare
cuore stomaco cervello
e scrivono la storia
la seduzione dolcemente
colpiscono cuore stomaco
inconsapevole di chi vive
cervello la seduzione
in uno strano presente
dolcemente inconsapevole
senza farsi apparentemente
di chi vive in uno strano
troppe domande anche se poi
presente senza farsi
il suo rapporto con la vita
apparentemente troppe domande
sembra particolare continuo
anche se poi il suo rapporto
ma non definitivo un modo
con la vita sembra particolare
forse estremo di convivere
continuo ma non definitivo
con la sua fragilità con quell’irrequietezza
un modo forse estremo
disordinata che è il suo fascino
di convivere con la sua fragilità
è tutte queste cose insieme
con quell’irrequietezza disordinata
a tante altre è una bella
che è il suo fascino è tutte queste cose
partita emozionale
insieme a tante altre
fatta di piccoli e profondi
è una bella partita
slittamenti del sentimento
emozionale fatta di piccoli
che i corpi li fa danzare
e profondi slittamenti
li riempie di tic
del sentimento che i corpi
nevrosi tenerezza
li fa danzare li riempie
che i corpi li scopre
di tic nevrosi
come sono fatti che non sanno
tenerezza che i corpi
come non perdere il desiderio
li scopre come sono fatti
lasciandoli muovere respirare
che non sanno come non perdere
soprattutto nelle loro diversità
il desiderio lasciandoli muovere
per molti irresponsabile che è il tentativo
respirare soprattutto
di fare i conti tra un quotidiano
nelle loro diversità per molti irresponsabile
e quei sogni di libertà
che è il tentativo di fare i conti
di vivere a tutto campo
tra un quotidiano e quei sogni
anche facendosi del male
di libertà di vivere
carne e sangue affrontando
a tutto campo anche facendosi
anche la dimensione sconosciuta
del male carne e sangue
della malattia la paura
affrontando anche la dimensione
della morte senza giudicare
sconosciuta della malattia
un gioco intenso di metafore
la paura della morte
tessute come la trama
senza giudicare un gioco intenso
incessante di un tappeto
di metafore tessute
una memoria allargata
come la trama incessante
i colori sgargianti
di un tappeto una memoria
una storia per immagini
allargata i colori
il piano narrativo sfuma
sgargianti una storia
gioca sull’ambiguo
per immagini in cui il piano narrativo
e mai sulla certezza sul fascino
sfuma gioca
della moltiplicazione sulla sfida
sull’ambiguo e mai sulla certezza
di catturare l’infinito
sul fascino della moltiplicazione
riflesso di specchi
sulla sfida di catturare
che è l’esistenza su questo intreccio
l’infinito riflesso
potente di sogno
di specchi che è l’esistenza
dilatato e l’occhio
su questo intreccio potente
dilatato sul presente
di sogno dilatato
acuto osservatore
e l’occhio dilatato
di una realtà in cui riesce
sul presente acuto
a catturare gli strati
osservatore di una realtà
sovrapposti sotto il sole
in cui riesce a catturare
del supplizio qui parla
gli strati sovrapposti
qui parla Elettra
sotto il sole del supplizio

Nanni Balestrini