In carcere un bambino non impara a dire “mamma” ma “agente, apri”. Innocenti che scontano le pene dei genitori

Posted on Dicembre 14, 2018, 10:05 am
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La notizia è ormai vecchia, la tragedia di pochi mesi fa. A settembre, una detenuta tedesca di nome Alice, nel carcere di Rebibbia, sezione femminile, getta i figli dalle scale. La piccola, neonata, Faith muore sul colpo, il fratellino, di due anni, Divine, si spegne, poco dopo, in ospedale. “Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà. Ora sono in Paradiso” ha detto, con folle lucidità, al suo avvocato, Alice.

La frase, un’atroce didascalia per il suo crudele gesto, il doppio figlicidio, mette, con forza, il dito nella piaga delle carceri italiane. I bimbi, gli innocenti, ancora oggi dietro le sbarre. Poche settimane fa, si tiene una piccola, ma affollata, presentazione di due libri, a Varese. Mi siedo sull’ultima sedia libera, in fondo alla biblioteca Bruna Brambilla. Si tratta di due libri scritti da carcerati, il primo, Storie in libertà pubblicato dalle Edizioni Emmeeffe, è il frutto di un concorso letterario pluriennale degli Istituti Penitenziari della Lombardia. Le prefazioni sono diverse – Maurizio De Giovanni, Andrea Fazioli, Gianni Mura, Valerio Varesi – come molteplici i racconti dei carcerati che, nelle cinque edizioni del concorso, hanno dato voce a potenti narrazioni di libertà. Una libertà che puzza di galera, sembra un controsenso, ma lo dicevano anche gli stoici: “il saggio deve essere libero anche in catene”. “Quando non è possibile la libertà esteriore – spiega Ermanno Morosi, mentre legge i racconti fuggiti dall’inchiostro dei carcerati – ce la si costruisce dentro, si forma una cittadella interiore, è la strategia della fuga, nel ricordo, nella nostalgia, nel passato”. Non è forse quello che facciamo anche noi, dopotutto, ogni giorno? “Non è mai gratuita, è una fuga consapevole, piena di consapevolezza del passato, del dolore”. I racconti, inutile dirlo, non sono d’autore, neppure hanno l’ambizione di essere letteratura, ma sono letterari. “La letteratura è di per sé ambigua, vuole avere a che fare con la realtà, la letteratura è fiction, ricostruzione della realtà. Chi sta dentro un carcere non può certo permettersi il lusso della finzione, ha il bisogno di esprimere se stesso e ci interpella, come essere umano”.

L’altro libro presentato è piccolo e colorato, non ha molte parole, è un breve racconto illustrato, si intitola Mamma, dove siamo? ed è stato scritto da detenuti madri, analfabete, che sono state accolte in I.c.a.m., l’Istituto a custodia attenuata per detenute madri. Le donne sono circa il cinque per cento della popolazione carceraria, spesso tra le mamme, ogni donna ha almeno un bambino. Ma i bambini, come si sa, non hanno commesso alcun reato. Sono innocenti, per definizione. Nel nord Italia – ci spiegano – le detenute sono soprattutto rom, donne analfabete, che non hanno avuto una scelta culturale, non hanno mai frequentato la scuola e sono completamente illetterate. Spesso sono ladre, “pessime ladre, ma brave mamme”, sostengono le educatrici. In carcere, imparano a scrivere poche parole, imparano a leggere, a disegnare. “Mamma dove siamo?” è una domanda, una fra le prime, che pongono i bambini alle loro madri, non appena iniziano a pensare. E le mamme raccontano, al proprio amato figliolo, perché sono lì? No, solo pochissime madri dicono la verità, la verità è scomoda, fa male, meglio una confortevole bugia, una fantasia colpevole. Ora, per legge, dal 2017, i bambini fino ai dieci anni possono rimanere dietro le sbarre, con le loro madri; si è allungata la loro pena, la loro carcerazione. Fino a dieci anni fa, fino alla nascita dell’I.c.a.m, nel 2006, il progetto pilota a Milano, la sezione femminile ospitava la sezione nido dentro le celle. Agenti in divisa, il suono delle chiavi che aprono e chiudono le celle, i bambini che sentono il cupo e crudo rumore delle prigioni, le urla, i pianti, la battitura delle sbarre, si ascolta il sordo rumore del bastone che colpisce le sbarre. Spesso, la prima parola che un bambino impara, in cella, è un suono dal senso agghiacciante, un nastro di lettere che ben poco ha a che fare con l’infanzia: “agente, apri”. Non è mamma, non è papà, la prima parola, da ricordare, quella da ripetere è un’istanza di libertà.

C’è come una tragica tenerezza nell’immaginare un figlio così. E ci si chiede come sia possibile. Dove stia l’errore. Tutti vorrebbero portar fuori, strappare i bambini dal carcere, smetterla di punire gli innocenti. Salvarli. Senza togliere la certezza della pena. È fin troppo facile pensarlo, al di là della retorica. Quella delle colpe dei padri (e delle madri) che ricadono sui figli è una vecchia storia, anzi, è la tragedia greca. Da più che un decennio, il progetto pilota, I.c.a.m., è attivo a Milano, nato nel grembo di un ex brefotrofio, ci spiega Marianna Grimaldi, la coordinatrice dell’Istituto. Sbirciamo da fuori, l’edificio è bello, nobile, antico, in rete si possono scovare alcune foto, sembra un asilo nido, gli agenti sono in borghese. Non ha nemmeno l’aria di una prigione. Ripenso a Rebibbia, ad Alice che ha buttato i figli dalle scale. Lì si sentirà ancora il rumore del carcere, le chiavi, le grida, la voce che tradisce le violenze? Non serve scomodare la Montessori per capire che, forse, nella vecchia sezione nido dentro la sezione femminile del carcere, per i bambini (e per le loro madri) non c’è futuro. C’è l’ustione del ricordo, la cicatrice del trauma, c’è il dolore, l’angoscia, nello sguardo della propria madre, che non si dimentica. Qualcuno ha scritto – la scrittrice brasiliana Lya Luft – che l’infanzia è il pavimento su cui cammineremo per tutta la vita. L’infanzia dovrebbe essere un giardino, “un fuoco da accendere”. L’infanzia, in questo caso, pare un quaderno da buttare, senza margini, con le pagine già strappate e perdute per sempre.

Linda Terziroli