“In Argentina fu genocidio culturale”: a 35 anni dalla morte di Julio Cortázar, una intervista sui rapporti tra letteratura e politica

Posted on Febbraio 12, 2019, 1:07 pm
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Julio Cortázar ci manca da 35 anni, muore a Parigi il 12 febbraio del 1984. Il “Clarín”, tra i massimi quotidiani di Buenos Aires, pubblica l’ultima intervista del grande scrittore argentino realizzata durante la visita definitiva nella sua città, il 3 dicembre del 1983. I temi toccati da Cortázar sono quelli del rapporto tra lo scrittore e il regime, tra l’artista e la sua appartenenza politica, già trattati, in altra sede, nel dibattito acceso con Liliana Heker. Qui si traducono alcuni estratti dall’intervista. (d.b.)

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Le minacce di morte. “Le prime minacce di morte le ho ricevute a Parigi. Restai in guardia. Disgraziatamente, ciò che è accaduto è stato sempre più grave, culminando con il golpe di Videla. Da allora sono diventato ciò che non avrei mai creduto di diventare: un esiliato. Sapevo che se fossi tornato in Argentina non ne sarei uscito vivo. Ho scritto troppi articoli contro la giunta militare per essere perdonato”.

Torturati o torturatori. “Passeggio per Buenos Aires, che è sempre così bella, con i suoi suoni, le voci, gli odori, entro in un caffè, guardo i volti dei miei compatrioti e mi chiedo: chi di costoro è stato torturato? Chi di questi ha fatto parte dei gruppi paramilitari che hanno portato alla scomparsa o alla morte di 30mila argentini? Questa è la zona oscura, una zona che il tempo, la storia e la giustizia dovranno chiarificare”.

Il neocolonialismo degli Usa. “La realtà dei paesi sudamericani non è uniforme. Il tentativo di esportare un movimento rivoluzionario o di applicare un modello A nel paese B è fallimentare. In Argentina, il neocolonialismo economico da parte degli Stati Uniti è un problema preoccupante, che condiziona l’ordine interno. La complicità delle classi dirigenti locali con gli Usa è evidente”.

Quasi un genocidio culturale. “Ovviamente la nozione di ‘genocidio’ suppone la distruzione di un intero popolo. Ho parlato di ‘genocidio culturale’ quando tre figure fondamentali della nostra letteratura sono tragicamente scomparse: Rodolfo Walsh, Paco Urondo, Haroldo Conti. I tre, inoltre, erano miei cari amici. Bisogna capire lo stato mentale in cui ho giudicato l’azione della giunta militare. Ho usato quella parola e molti si sono offesi, perché non tutti sono vittime. Ma bisogna pensare che sono stati dieci anni di autocensura per gli intellettuali argentini che hanno vissuto qui. Ritiro la parola ‘genocidio’, ma mantengo la convinzione generale. Qui quasi nessuno ha potuto leggere i venti articoli che ho scritto sulla situazione del mio Paese: dimmi se questo esilio culturale non è terrificante… Penso anche a legioni di scienziati che hanno dovuto lasciare l’Argentina per lavorare all’estero”.

Sulla responsabilità dell’intellettuale. “Torniamo all’etica. Il problema di ogni intellettuale è un problema di responsabilità. Deve rispondere ai suoi lettori, alla sua gente. E se è un problema di responsabilità è anche un problema etico, giusto? Si tratta di una questione di scelte: c’è chi resta nella sua ‘torre d’avorio’ e continua a scrivere sonetti – ed è perfettamente in suo diritto – ma non è un uomo che si assume una responsabilità di tipo storico”.

La letteratura fa politica? “Il problema è quello di creare una convergenza equilibrata tra la vocazione dello scrittore, una letteratura che sia la più bella ed esigente possibile e un senso di responsabilità che porti a trasmettere anche un messaggio di tipo politico o ideologico. Chi dà la priorità al messaggio politico di solito scrive opere mediocri. Il realismo socialista in Unione Sovietica è un esempio piuttosto efficace”.

Sono solo con me stesso. “Non ho mai scritto una frase pensando al lettore che leggerà. Sono consapevole del fatto che non scrivo per tenere i miei scritti nel cassetto, ma per pubblicarli e farli arrivare a un lettore. Ma quando faccio letteratura sono solo con me stesso”.