Piccolo discorso sull’importanza della contraddizione. (O meglio: l’eletto non passa per le elezioni)

Posted on Febbraio 03, 2020, 1:29 pm
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Mi passo in bocca, leccandone le ombre, questa parola. Antilegomenon. Non m’importa la declinazione, la fattura verbale, sono un imberbe, un bimbo nel linguaggio. Mi lascio legare da questa parola, senza contraddittorio. Contraddizione.

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Simeone significa esaudire un desiderio (“Il Potente ha udito che ero trascurata, mi ha esaudito”, dice Lia, moglie di Giacobbe, in Gn 29, 33). Simeone esaudisce la vita vedendo Gesù bimbo – muore risolto nella promessa, senza vedere il Risorto. Come a dire: si è esauditi intuendo il divenire di un destino, senza essere testimoni della gloria. Basta questo, l’avvio privo di esito. Quando Simeone, “il giusto, il pio”, vede Maria al tempio con Gesù, lo benedice dicendo che sarà “luce per la rivelazione delle genti”, ripetendo la formula di Isaia (“ti ho stabilito… luce alle nazioni”, 42, 6; “Ti farò luce per le genti”, 49, 6). Poi, come racconta Luca, Simeone aggiunge che Gesù “è posto per la caduta e la resurrezione di molti in Israele, come segno di contraddizione” (Lc 2, 34). I contrasti – luce/resurrezione; caduta/contraddizione – esplodono nell’ultima profezia di Simeone, terribile: “a te, poi, l’anima sarà trapassata da una spada – così che siano rivelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2, 35). La contraddizione comporta la rivelazione (l’apocalisse); sapienza accade per tramite di spada. L’anima esiste per essere trapassata.

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La parola esatta è antilogia: contro il discorso, contro i detti, contraddizione. Cioè: contro la convenzione, conficcato in te, contro ciò che credi di essere – chi sei?, ma chi ti credi di essere senza credere? Ma, pure: contro te stesso. Nel prologo di Giovanni Dio è detto Logos; in Luca Gesù è detto Antilogos. Gesù può essere contro se stesso? Certo: è la tortura del dubbio – Cristo riassume anche l’anti- – a verificare, a potenziare il detto.

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Lotta incontrovertibile tra verbo e avversione. Gesù ha figura di spada (“Non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra, non porto la pace ma la spada”, Mt 10, 34).

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La traduzione latina – et in signum cui contradicétur – che allenta il greco ammette il doppio movimento: egli è segno di contraddizione per gli altri; ma è in contraddizione con sé. Gesù pone una divisione implacabile – non sana, impone la ferita. La condivisione, semmai – semmai accadrà –, accadrà dopo.

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Sergio Quinzio ci fa pensare, ostinatamente, alla “tragica” esistenza dei quattro Vangeli. “Perché più Vangeli, perché faticose iterazioni, perché nuovi tentativi, e operanti da coloro che non appartengono neppure alla stretta cerchia dei discepoli ai quali Gesù aveva affidato l’annuncio, se il Vangelo è la buona notizia del compimento perfetto di tutto?”. Del segno di contraddizione dice: “Dietro la dolce povertà del Messia deposto nella mangiatoia e adorato da pastori, e dell’offerta di sole due tortore o colombi per la legale purificazione della madre e il legale riscatto del primogenito, c’è la povertà grande e terribile del fallimento e della morte; il vecchio Simeone, per il quale l’ora tanto attesa della ‘consolazione di Israele’ è l’ora del morire”.

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Dubitare di chi sbandiera una coerenza priva di fondamento: non sono se non chi mi fraintende.

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Chi si crede potente cerca l’approvazione, ma il carisma è vivere nel disapprovato. Chi si crede integro vive della coerenza, ma il talento è riconoscersi incoerenti, senza abolire il contrasto, la lotta fuori di sé e dentro di sé. Il re, in effetti, è adornato di sputi, una nota a margine, apocrifa, sull’argine della Storia, spiga soltanto ostilità. Ti pone nella contraddizione.

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Contraddizione non significa relazione con la verità relativa, incenerimento del rivelato secondo il mio sentire – l’interrogativo dell’esteta per cui tutto è uguale al suo contrario, ciò che fa la differenza è la mia scelta. Contraddizione non è adorare una verità in divenire. Al contrario, è la verità che contraddice la nostra condotta, è stare nel moto umano, che è esodo dal vero – non dal presunto della giustizia. Insomma: significa abitare in tenda, non avere un luogo certo dove poggiare il capo, convertirsi, convogliare nella conversione – cioè: convolare nella contraddizione, nella lotta autentica. Al buio.

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L’eletto non ha elezione. Con certezza ci avviamo nell’incoerente, nel gorgo del tremendo. Graziare il mondo, senza ringraziamento. (d.b.)

*In copertina: Hans Memling, “Cristo che benedice”, 1481