Penso a una milizia di amanuensi. Alcuni concetti imperdonabili: abolire l’autore, che alimenta il sistema del narcisismo editoriale, per lasciare spazio alla poesia. I libri nei luoghi del dolore. Ritradurre la tradizione. Sporcarsi. Dilapidarsi

Posted on Novembre 23, 2019, 12:59 pm
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Gli Imperdonabili non hanno nulla da perdere né da prendere – hanno tutto.

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Il Sistema non esiste – esistono uomini – alcuni ben sistemati. Il Sistema editoriale, in particolare, non si può cambiare e non si può distruggere. Il libro, nonostante la morte del lettore, non morirà – ma il Sistema, ora oligarchico (le diverse, ‘simpatiche’, colte, estemporanee imprese editoriali alla fine devono piegarsi al valore/volere dei pochi che detengono librerie e meccanismo distributivo, finiscono per essere fioriture nella deflorazione), diventerà monopolistico. Il Sistema editoriale, quindi, va trasceso. Imperdonabilmente.

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Il Sistema culturale fa ‘sistema’, per sua natura è ignifugo al nuovo. L’esperienza di Guaraldi è esemplare: le ha tentate, con spirito avanguardista, ecumenico e dada, un po’ tutte. Editore ‘alternativo’ nei primi Settanta, nel 1974 apre a Rimini, insieme a Marsilio e a Mazzotta, un convegno “Per una editoria democratica”, “contro ‘le tigri di carta’ e contro il fenomeno della concentrazione che caratterizzava il panorama editoriale”. I temi di allora – libri usa&getta, potere culturale che si coagula in pochissime mani – sono quelli di oggi. Allora partecipò al convegno pure Giorgio Napolitano, Responsabile commissione Cultura del PCI. Naturalmente, tanto dibattito per nulla. Ma Guaraldi, amico di Federico Fellini, perciò con alta propensione al sogno, non demorde. Negli anni Novanta crea ‘I Nuovi Selvaggi’, organizza convegni – uno radunato in un saggio antologico utilissimo, Dire Scrivere Pubblicare Leggere Valutare. La vita della letteratura è la vita dell’editoria?, 1997 –, raduna gente buona (da Fulvio Panzeri a Giulio Mozzi, da Ferruccio Parazzoli ad Antonio Riccardi, da Guido Conti a Roberto Galaverni). Le analisi di ieri sono quelle buone oggi. Esempio: “Chi non sa che spesso i libri tornano all’editore senza neppure uscire dai pacchi in cui sono stati spediti alle librerie?” (Guido Conti). Mario Guaraldi, per superare “la crisi del ‘sistema editoriale italiano’”, “l’evidente crisi da bulimia consumistica… a cui corrisponde una gravissima forma di anoressia culturale”, scrive una lettera pubblica a Walter Veltroni, all’epoca pimpante Ministro per i beni culturali del Governo Prodi. Non accadde nulla. Nulla accadde nemmeno nel 2011 quando Guaraldi scrive un Appello per una “Costituente del Libro” a Giorgio Napolitano, nel frattempo diventato Presidente della Repubblica (“In un momento così critico, io sento forte l’esigenza di una vera Costituente del Libro che pur tenendo conto delle criticità dell’editoria italiana riesca a ridisegnare l’assetto della produzione e della circuitazione libraria avendo a cuore soprattutto le esigenze culturali del mondo della scuola…”). Attualmente, in ritiro editoriale, Guaraldi sta pubblicando la traduzione delle grandi opere di Filone d’Alessandria, il pensatore e teologo che fa da congiunzione tra il mondo ebraico, quello greco, quello del cristianesimo nascente. Forse la sua esperienza è un monito.

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Ogni appartenenza, capisco, incrina la nostra virginea vanità. Fare ‘parte’ di qualcosa non significa che quella ‘parte’ equivalga al nostro tutto: è un partire. Un marchio – Imperdonabili – come il tau sulla soglia della porta, come la P sulla fronte: dichiara una insufficienza, una rinuncia.

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L’uomo è un compromesso: è messo tra la bestia e l’angelo, dice il Salmista. È un compromesso tra desiderio e atto, tra volontà e cura. “Non scendere a compromessi” è un assurdo: vorrei volare come un gabbiano, ma mi ingabbia questo corpo, sono compromesso. Piuttosto, stipuliamo patti.

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Abbiamo una strana idea dell’innocenza – convinciamoci che siamo tutti sporchi. Che dobbiamo sporcarci. Poi, sporchi come bambini, luridi, mentre ci lampeggia il sorriso, partiamo, prendiamo parte, spaiamoci, spietati. Siamo sempre ‘cani sciolti’. Molti sono soltanto cani. Altri si sciolgono al primo mutar del tempo, con scioltezza. A volte vale obbedire più che abbaiare.

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Torno alla questione del Sistema. Lordi di vita e di mondo, mi pare, non accettiamo più di essere ‘sistemati’ nell’anonimato delle librerie, degli inviti giusti, della premiopoli nostrana, della Rete, del dibattito che divaga in stagno. Lo dico senza graffio critico: la percezione è che non siano più quelli, da anni, i luoghi in cui può radicarsi la parola. La libreria equipara secondo la legge del più forte (che è quella di mercato); la Rete fomenta il fraintendimento (scrivo la prima cosa che mi viene in mente), mica il dialogo.

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Assumo alcune frasi da uno scritto di Francesca Serragnoli che mi ha impressionato: “Come è liberante non servire a nulla”. E poi: “Bisogna riportare al centro le opere, ora che stanno scomparendo dalle scuole anche quelle classiche, togliere la vita degli autori… diventare anonimi come gli autori biblici, perché anche dai nostri stessi testi riemerga quel frammento di realtà e ritorniamo spettatori, lettori (e non autori) anche di noi stessi”. Lo stesso pensiero mi arriva, come una fiocina, da Francesca Ricchi: la necessità di “spostare l’attenzione dal creante – che è importante ma non nel suo bisogno di farsi riconoscere – al creato”.

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Il seguito è l’ipotesi di un progetto editoriale ‘imperdonabile’. La pubblicazione di una serie di libri – Gli Innominati; I Terrapiattisti… – di poesie, sillogi da 20/30 pagine, a un prezzo sbandato, dove ci sia solo il titolo e sia celato l’autore. Eccolo, il patto. Siamo nel sistema editoriale – marchio isbn, presenza reale nei luoghi deputati alla diffusione del libro – ma lo trascendiamo. Non creiamo una ennesima alternativa – destinata alla voragine intestinale del ‘sistema’ – ma qualcosa di altro. Di totalmente altro. Se è vero che l’autore, il poeta, è il suo linguaggio, egli si pone da parte, nella fierezza dell’anonimato, per dare spazio alla poesia. Abolire l’individuo per far sorgere l’individualità del testo. Chi ci sta a questo punto? Chi è della partita, da questa parte dell’Ilisso e del Lete, disintegrando il narcisismo su cui vegeta il sistema editoriale?

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In sostanza, o si sta nel mondo a testa sotto, figli del deserto, oppure si va altrove. O altri o altrove. Con altrove intendo: portare la parola, il libro, dove non c’è e dove ha necessità. Negli ospedali, ad esempio, dove la parola è coinvolta al confronto con il male e ne è, eventualmente, annientata. Creare progetti editoriali negli ospedali. Dove i libri sono gratis. Un sollievo. Una sollevazione.

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C’è stato un tempo – vivendo da sempre nell’insussistenza e nell’inconsistenza – in cui ho pensato di scrivere per strada. Accogliere i desideri di bambini e passanti – io vorrei una favola, io una poesia per la donna che amo, io un racconto –, e scrivere lì per lì, pattuendo qualche soldo. Scrivere libri ‘unici’, uno per uno, su richiesta, adempiendo una domanda, dando disposizione di genio, guardandoci in faccia. Imperdonabilmente.

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Terzo. Riappropriarci del sacro. Riprenderci la tradizione. Riproporla rinverdita. Con ingenuità da spiritati. Cosa significa? Ri-tradurre, in progetti contadini e titanici, i libri fondamentali, con tensione al sospiro e al superiore. Ritradurre la Bibbia – Gian Ruggero Manzoni ha compiuto memorabili traduzione di Esodo e Genesi, Andrea Temporelli del Cantico dei Cantici, Andrea Ponso è appena riemerso da un lavoro siderale in Qohelèt. Ritradurre il Corano. Le Upanishad. I Veda. Il Tao te Ching. Platone. I miti australiani e quelli giapponesi. In questo caso, imperdonabilmente, la traduzione è vissuta come ‘carisma’, come precipizio nella mutazione (“il dono… dell’interpretazione delle lingue”, dice Paolo in 1 Cor 12, 10): precisa lo stile di lingua e di vita di chi traduce. A questo lavoro d’officina e d’opificio, fa seguito la proposta di testi autenticamente ‘imperdonabili’, imperdonabilmente dimenticati dall’editoria massiva.

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Soltanto questi aspetti – ascesa dell’opera in virtù dell’autore, in ascesi; fare editoria negli spazi nevralgici, oltre la nevrosi del sistema editoriale; destinare il proprio talento alla richiesta viva di un uomo; costruire, traducendo, la tradizione – configurano l’impresa, pur apartitica, a pretesa politica e morale. Cioè, avventura che riguarda la città, la civiltà, e i suoi costumi

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Il ‘gruppo’ tende a escludere, qui, esclusivamente, possiamo dire di un vagabondaggio, di una escursione. Non c’è ‘gruppo’, bensì cenacolo – ci sfamiamo, dilapidandoci. Dovrà esserci un codice.

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Se penso, penso a una militanza da amanuensi. (d.b.)

*In copertina: Marinus van Reymerswaele, “San Girolamo”, 1541