“La mia follia consiste nel pretendere un mondo all’altezza della mia immaginazione, per questo mi sento così vicina ad Alejandra Pizarnik, Sylvia Plath, Sarah Kane e Amelia Rosselli”: dialogo con Ilaria Palomba

Posted on Maggio 28, 2019, 9:37 am
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Esegeta degli abissi, anatomista della follia, Ilaria Palomba pratica la letteratura come ferita, come gesto, dice lei, del “danzare sulle rovine”, di rovinosa bellezza. Dopo l’esordio, subito feroce, nel 2012 con “Fatti male” (Gaffi), la Palomba ha proseguito un percorso coerente dentro lo stigma del dolore e dell’eccesso, attraverso libri come “Homo homini virus” (Meridiano Zero, 2015) e “Disturbi di luminosità” (Gaffi, 2018). Ultima è la raccolta di poesie “Deserto” (Fusibilia Libri, 2019).

Hai aperto un blog sul disagio mentale, dissipatu.blogspot.com, come mai questa scelta e che legame c’è tra il blog e la tua produzione artistica?

Dissipatu, nasce da un verso de La libellula di Amelia Rosselli, una delle poetesse che più amo. Le linee guida del blog sono: follia, disagio come sentimento di fine del mondo, arte come cura. Sono concetti demartiniani, deleuziani ma anche dostoevskijani. Credo nella diversità come valore. L’idea di un blog sul disagio mi è venuta mentre ero ricoverata al Sant’Eugenio per un tentativo di suicidio e mi hanno trattata peggio di una bestia. Lì ho sperimentato quella che chiamano: camicia di forza farmacologica. Ogni naturale movimento del corpo era impedito e non ero più libera di pensare, non potevo leggere perché i farmaci che mi davano, in dosi massive, provocavano una feroce diplopia. Così sono riuscita solo ad appuntare delle cose su quel che stavo vivendo e le radici di questo male.

Deserto è una silloge sul deserto interiore, la guerra tra i sessi, la fine di un amore, che senso ha avuto per te scrivere un libro così spietato?

Deserto l’ho scritta quasi interamente nei giorni del ricovero, si può dire sia stato un atto catartico, psicomagico. Sentivo che tutta la potenza che tentavano di placare e imprigionare fosse ancora presente in me, se pur sopita, quell’energia, quell’abisso, era ancora lì a illuminare le pareti nere del pozzo della follia. La mia follia consiste nel pretendere un mondo all’altezza della mia immaginazione, per questo mi sento così vicina ad Alejandra Pizarnik, Sylvia Plath, Sarah Kane e Amelia Rosselli.

In Disturbi di luminosità ci sono tre piani di lettura, il primo piano, più epidermico, è quello del romanzo confessionale, il secondo è quello di un romanzo profondamente filosofico, con innumerevoli riferimenti e rielaborazioni, il terzo è quello di un piccolo teatro della coscienza: il monologo allucinato della narratrice che, letterariamente parlando, non ha nulla da invidiare ai testi di Sarah Kane.

Psicosi delle 4:48 ha ispirato Disturbi, certamente, come anche Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, come l’immensa Libellula della Rosselli. Disturbi è narrativa, filosofia, poesia, autofiction distorta, allucinata, nulla è sogno, nulla realtà, non esiste il tempo, tutto torna ciclicamente. Disturbi è un mondo di fantasmi del Goya. Se fosse un dipinto sarebbe il Saturno di Goya.

Poi hai studiato per un anno al CeaQ seguendo i seminari di Michel Maffesoli, ed è qui che hai elaborato il saggio Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art, in che modo ha influito su di te quest’esperienza?

Avevo venticinque anni, avevo vinto una borsa di studio di venticinquemiladollari, e chi li vedrà più tutti quei soldi! Ero contenta ma terrorizzata, avrei dovuto scrivere un saggio sul postmoderno, sulla crisi della civiltà occidentale, seguendo i seminari di Michel Maffesoli su Realité réel real. Alla fine ho scritto un saggio sulla ferita come arte, quindi sulla performance art, sulla body art, ho intervistato artisti molto particolari, sono entrata nelle loro abitazioni e in un certo senso nelle loro vite. Così nasceva, contemporaneamente al saggio, il romanzo Homo homini virus. Dal CeaQ invece ho mutuato alcuni concetti, linee guida della mia poetica.

Quali sono le linee guida della tua poetica?

Nascono dal mio anno di studi al CeaQ e si potrebbero sintetizzare così: un pensiero antiumanista o transumanista (dunque anche transpolitico), un’idea decadente dell’umano, aporetica, la superiorità dell’immaginario (l’inconscio) sul principio di realtà, un certo cannibalismo nei rapporti affettivi, la ferita come arte, il sacrificio della bellezza e della purezza, danzare sulle rovine.

Gabriele Galloni