“Sopportare la vita, anche quando sembra una tortura”: dialogo con Ilaria Palomba

Posted on Febbraio 22, 2020, 11:25 am
8 mins

L’ultimo libro di Ilaria Palomba, già autrice dalla bibliografia intensa – citiamo “Disturbi di luminosità”, Gaffi 2018; “Mancanza”, Augh! 2017; “Homo homini virus”, Meridiano Zero 2015 – si intitola “Brama”, è edito da Giulio Perrone Editore. Questa la sintesi: “Possedere l’altro, primeggiare, schivare le attenzioni di una madre morbosa, meritare il riconoscimento di un padre inarrivabile sono i desideri che animano Bianca, fragile trentenne, ricoverata più volte in psichiatria per i suoi vani tentativi di suicidio. L’incontro con il filosofo Carlo Brama, ambivalente oggetto di desiderio, rende maggiormente precario il suo stare al mondo e apre un viaggio a ritroso nell’infanzia e nell’adolescenza pugliese, frugando tra i segreti di una famiglia borghese piena di scheletri nell’armadio. L’amore non è una fiaba a lieto fine ma una radiografia della psiche, un legame tanto carnale quanto spirituale che, come in un rito, nel suo compiersi conduce al trascendimento della ragione. Tra Carlo e Bianca c’è un gioco crudele che diventa una condanna, una tessitura di destini, sacra e terribile, cui cercano entrambi di sfuggire”. Per Pangea ha intervistato Ilaria Palomba il poeta Gabriele Galloni.

*

Partiamo dal personaggio principale e cioè Bianca. Mi affascina, di questo personaggio, la sua tridimensionalità; l’idea, cioè, che parallelamente al racconto di Brama ci possano essere (andando avanti e indietro tra il suo passato e il suo presente) miriadi di altre storie da narrare: tanti sono i rimandi a vicende esterne alla vicenda raccontata. Dunque, chi è Bianca?

Bianca non è. Non si definisce e questa mancanza di identità è la definizione più plausibile che si possa dare di lei. Bianca è stata molte cose ma nel corso della narrazione tutto ciò che è stata perde di senso, le maschere cadono e a Bianca resta solo Carlo, un’identità presa in prestito. Possiamo dire di lei solo questo: Bianca è una tensione che si estende dal nulla all’essere e l’essere è Carlo.

E Carlo Brama?

Carlo è un uomo turbato, un nichilista a lutto per la morte di Dio ma ancor più per la morte dell’uomo. Carlo è un uomo che sente di aver perso la battaglia per la vita e dunque vive in un limbo a cavallo tra la notte e l’alba, tra il nulla e il qualche cosa, tra la morte e il ricordo della vita.

Altro tema centrale, in questo romanzo come in altre tue opere, è l’influenza distruttiva della famiglia. Qual è il suo ruolo in Brama? E in che modo Bianca si porta dietro i suoi trascorsi familiari? Ritieni che questi ultimi siano essenziali per definirla?

Bianca vive una condizione molto comune per una figlia unica: un Edipo sconfinato. La famiglia è solo un involucro, una zavorra pesantissima che lei si porta dietro e dentro. Questo peso le impedisce di conoscere sé stessa. È Carlo a chiederle indirettamente di farlo, Bianca dovrà quindi liberarsi di tutte le altre esistenze che si porta dietro per intraprendere il cammino della conoscenza di sé. È un cammino alchemico.

Sei laureata in filosofia e per diverso tempo hai vissuto a Parigi per frequentare la Sorbona; dirigi anche Dissipa Tu, una rivista letteraria che tra le altre cose si occupa di limiti e di realtà altre (penso alle tue interviste con persone ai margini della società). Dunque cos’è per te la follia? Esiste una linea di confine fra quella che chiamiamo normalità e quella che chiamiamo follia o è semplice retorica?

Premetto che dissipatu.blogspot.com non è solo un blog che affronta il tema della follia, è un blog di arte, letteratura, filosofia che ha una rubrica dedicata ai dialoghi sul tema del disagio, con persone che anonimamente vogliono raccontare cos’è per loro il disagio (mentale, fisico, sociale). Spero un giorno di riuscire a scrivere un saggio sulla psicosi sociale. Cioè su come possa la follia divenire la base dei comportamenti umani in un contesto sociale che lo richiede. Il nostro presente è connotato da una forte dose di individualismo, asocialità (i social paradossalmente stimolano l’asocialità) e il modello narcisistico e antisociale risulta oggi vincente, questo non significa che sia sano. La follia non è una cosa avulsa dal contesto in cui si vive, al contrario, ne è un eccesso. La follia, il disagio e il disturbo psichico, si definiscono in relazione al contesto o in opposizione a esso, in ogni caso da questo dipendono. Ciò che fa la differenza tra sanità, disagio e disturbo in ambito psichico è la quantità. Avere un po’ d’ansia prima di un esame è logico e sano, averne tanta da arrivare a evitare l’esame potrebbe essere espressione di un disagio; tentare il suicidio per sfuggire alle prove della vita (cosa che fa Bianca) è molto probabilmente espressione di un disturbo. Tutti hanno dentro di sé le risorse per essere sani o malati, è una questione di quantità non di qualità, non siamo tutti davvero così diversi tra noi, alcuni sono in eccesso o in difetto di qualcosa (ansia, paura, rabbia, tristezza, retro pensiero, fantasia, ideazione, progettualità, istinto di autoconservazione) che in altri è in equilibrio con il resto.

Parlaci di Francesca, del suo ruolo (cruciale) all’interno di Brama.

Francesca è l’amica di Bianca, ambivalente perché diventa a tratti oggetto di desiderio, a tratti la persona con cui Bianca si confronta perché hanno entrambe una tendenza anticonservativa che deriva però da esperienze molto diverse. A un certo punto scrivo che Francesca è Persefone, la guardiana del mondo infero perché è condannata a rivivere l’esperienza della perdita di qualcuno che ama. In Brama tutto è simbolico.

Una tematica ricorrente nella tua opera di scrittrice, il fil rouge che unisce Fatti male a Brama (che di Fatti male sembra essere la versione borghese e, se possibile, ancora più crudele) è il sacrificio. Partendo dal sacrificio, dall’espiazione e dal dono di sé, cos’è per te la morte?

Una liberazione, da tutto ciò che gli altri (e noi stessi) pretendono da noi, un salto nel vuoto, nel nulla, un ritorno al nucleo. Anche se ho scoperto parlando con una mistica che se esiste la reincarnazione siamo condannati a portarci dietro gli errori del passato e a rivivere gli effetti delle cause poste in altre vite. Se così fosse la morte sarebbe solo un passaggio da un corpo all’altro senza che nulla nel destino dell’anima cambi. Forse c’è però un modo per cambiare karma o destino ed è quello di sopportare tutto ciò che sembra tornare. Sopportare la vita anche quando sembra una tortura. Ci sto provando, spero che nella mia prossima vita gli ostacoli insormontabili che sto sopportando si siano dissolti.

Gabriele Galloni