“Fedeli al pensiero unico, abbiamo abdicato da secoli alle sirene e ai mostri marini”: Ilaria Cerioli ci racconta il suo viaggio a Peschici, tra vecchi immortali e i Suatt, musicisti di genio che costruiscono gli strumenti con l’asse delle lavandaie e il clistere

Posted on Agosto 18, 2019, 9:30 am
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In una bottega di falegname che ricorda quella di Mastro Geppetto, mi trovo tutte le sere a fare musica in compagnia di un gruppo di Peschici: i Buena Vista Social Club del presepe di roccia bianca, arroccato miracolosamente sul mare. Qui le case sono tutte strette e verticali; le ripide scale interne portano a stanze piccole, a corridoi stretti tanto che per salire ai piani superiori hai sempre bisogno di aggrapparti a un corrimano. I vicoli si intersecano, si intrecciano in un groviglio di saliscendi precari. Tutto sa di antico, di tradizione e, stranamente, la vecchiaia non puzza di cera e incenso ma sa di mare.  Probabilmente Cristo se ha deciso di ignorare Eboli è per trascorrere le sue meritate vacanze in un paese dove non si muore mai. Qui non esistono necrologi e, ancora a ottantanove anni, si suonano tarantelle. Salendo e scendendo scalini lastricati di pietra bianca e scivolosa mi chiedo come i vecchi riescano a camminare senza difficoltà. Si muovono lenti e silenziosi ignorando completamente i turisti rumorosi e indelicati, che arrancano sudati e ansimanti alla ricerca di gelati per la prole capricciosa o, se giovani, di una birra del Gargano. Gli anziani escono poco e quando camminano, lo fanno lentamente, passo dopo passo perché non c’è bisogno di affrettarsi verso casa o… verso la morte. Noi turisti del nord Italia restiamo sorpresi dai ritmi calmi del sud. Dalla siesta pomeridiana, dai negozi che aprono alle sei fino a mezzanotte, dalla musica folcloristica improvvisata nelle taverne ancora alle tre del mattino. Restiamo affascinati e intrigati da tutta questa vita che ci viene buttata in faccia come una sberla. Al sud si è forse più poveri ma decisamente più motivati a resistere. Invidio il cielo chiaro, il sole che muore nel mare, le bruschette col pomodoro e pure il vento di tramontana che, improvvisamente, annuncia la coda di un’estate che vorrei non finisse mai. Noi, persone per bene, tronfi per titoli e laurea, ci siamo dimenticati cosa significhi camminare quotidianamente in salita e vivere in perenne verticalità. Siamo abituati alle nostre città con strade orizzontali, a scorrimento veloce. Noi amiamo la velocità e anche l’attesa per la pizza ci disturba. Non sappiamo più aspettare, oziare e immaginare: fedeli al pensiero unico, abbiamo abdicato da secoli alle sirene e ai mostri marini. Li abbiamo piano piano esiliati estromettendoli dal nostro orizzonte geografico, preferendo di gran lunga un mondo dove non c’è tempo per l’Otium e, pertanto, neppure per l’immaginazione. Per questo oggi, ascolto in religioso silenzio i racconti dei marinai, dei falegnami musicisti e degli anziani di Peschici.

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“Come fa l’asino?” mi sono domandata l’altra sera mentre il gruppo dei Suatt mi spiegava il motivo della presenza di questo animale sulla copertina del loro secondo CD. Con mio disappunto non mi ricordavo che se il cane abbaia, l’asino raglia. E gli asini, simbolo di costanza nella fatica, ragliano ancora nelle vecchie canzoni. L’asino, l’ulivo e una sedia vuota diventano simboli di un mondo antico, fatto di memorie e di nostalgia per un caro amico scomparso. Tutte le sere, di generazione in generazione, in via Ponenete nella bottega del falegname ci si ritrova e si compone musica. I Suatt, complesso di circa diciotto persone, di età variabile dai 17 agli 89 anni, dal 2003 hanno ripreso l’abitudine dei loro padri che, prima nella bottega del barbiere, poi del falegname, una volta terminato il mestiere nei campi o in mare, si trovavano a comporre musica. 

Le parole delle canzoni recuperano ovviamente il dialetto e si ispirano principalmente alla vita del trabucchista. Una vita difficile, sempre esposta ai capricci del mare e alla povertà. In una canzone non a caso si parla del “cimbotto”, la spesa per la zuppa di pesce. Avete mai notato che una volta messo in pentola il pesce si riduce molto? Ecco, in questo brano un marito si lamenta con la gentile consorte creando un simpatico doppio senso tra la zuppa di pesce impoverita e il dubbio che lei abbia concesso scampoli di spesa e qualcosa d’altro ad un presunto amante.

I temi ricorrenti, pertanto, sono quelli della vita quotidiana del paese: donne mal maritate o affatto maritate; signorine arcigne; la difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena; una poderosa vincita al Super Enalotto, l’attaccamento alla terra, agli ulivi insomma alla “roba” che oggi giorno non fa più ricchezza. Oggi gli ulivi, infatti, non rendono più e se Mazzarò fosse di Peschici, preferirebbe morire piuttosto che vedersi costretto a tagliare i suoi alberi di olive. L’olio qui è denso e ha un sapore sempre più amaro perché, a causa dei costi di produzione, agli ulivi locali si preferiscono quelli di importazione. Ecco come si perde un patrimonio culturale e come si svuotano i paesi.

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Fortunatamente, però, qualche folle crede ancora che con la cultura si può andare lontano. Insomma con la musica si può campare: Francesco Faraglio, ex sindaco di Peschici, ha voluto investire in questo gruppo di sgarrupati signori dallo sguardo fiero. E, riconoscendo il lavoro prezioso di ricerca dei Suatt, ha permesso finanziamenti per iniziare a trasformare un’attività ludica in un mestiere. Ora i Suatt, non solo sono diventati una delle attrazioni più amate dal turismo locale, ma vantano collaborazioni con musicisti famosi e nonostante i nomi con cui hanno suonato, nessuno di loro ha mai perso la propria autenticità. Sono rimasti fedeli alla vita di sempre e chi vuole conoscerli si deve arrampicare dal mare all’interno del paese. Dal lontano 2003, dopo aver creato una società e ottenuto il riconoscimento dal Ministero per esportare fuori da Peschici i loro concerti, il gruppo ha inciso due CD. Il termine Suatt, mi spiega il Presidente, fa riferimento alla cinghia con cui si legava l’asino al carretto. Questa cinghia di cuoio duro, una volta levigata dall’uso, poteva anche servire come strumento di punizione per i figli disubbidienti. Ovviamente, ci tengono a rimarcare, oggi non sarebbe più possibile questo sistema educativo. E, chissà se ne sono davvero convinti. Perché dal modo in cui mi raccontano la loro giovinezza hanno da tempo perdonato la mano potente dei loro padri. In fondo è meglio barattare qualche segno lasciato sulla pelle piuttosto che perdere il piacere delle strade riarse, delle spalle screpolate dal sole e dei piedi nudi lanciati in corsa sul selciato rovente. “Mancano le fontane” mi spiegano, infatti, prima il paese era pieno di fonti dove da ragazzi potevano trovare conforto alla calura estiva. Ora ne resta solo una protetta dalle mura del ristorante del castello come fosse una reliquia. Alla mia domanda sul perché siano state tolte le fontanelle mi rispondono per motivi politici: molte avevano ancora date e simboli del periodo fascista, pertanto per non disturbare la sensibilità politica dei turisti le amministrazioni hanno preferito espungere la memoria storica e artistica. Qualche volta mi chiedo se sia davvero una decisione saggia quella di seguire l’opinione comune. Allora anche il quartiere Eur di Roma o le architetture fasciste o Predappio stessa sarebbero forse da radere al suolo? Che strano paese è quello che ha paura del proprio passato. La storia deve essere studiata non cancellata.

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I Suatt, fortunatamente, non temono confronti e per loro la storia è davvero maestra di vita oltre che conforto al cambiamento feroce. Peschici, infatti, non è più quella della loro infanzia, quella degli anni sessanta e settanta, quando attori famosi e cantanti ne avevano fatto il loro ritrovo estivo. Oggi è meta di un turismo di massa, un po’ volgare e chiassoso. Nella bottega del falegname si vive protetti dal presente, insegnando alle nuove generazioni che esisteva un mondo in cui le famiglie erano numerose, e chi non emigrava in Australia era costretto a condividere lo stesso ambiente. La bottega dove ora si vendono oggetti di legno e si suona, era infatti una cantina ad uso abitativo dove in pochi metri dormivano, mangiavano e facevano l’amore.

Peschici: Ilaria Cerioli ci porta nella bottega dei Suatt, cantori che costruiscono i propri strumenti

Una volta la musica nasceva spontanea e ogni oggetto era buono per riprodurre un suono. Non era necessario saper suonare uno spartito, bastava andare a tempo con gli altri. Così i Suatt, fedeli alle tradizioni ancora oggi inventano strumenti ricavandoli dagli oggetti più disparati: dai tappi di bottiglia; da barattoli di vernice; dall’asse delle lavandaie o un clistere diventa trombetta. Ogni strumento, però, deve essere interpretato, cioè deve fondersi con chi lo suona. Strumento e persona diventano personaggio in scena: per questo anche i loro volti sembrano scolpiti. Non sono visi a caso, sembrano usciti dal Vangelo Secondo Matteo di Pasolini. Sono figure strane, spigolose, con tratti duri. Mi ricordano le maschere dei burattini. Chi sfrega il Putipù ha il volto magro del color del cuoio come Sandrone. Un altro, pallido e silenzioso, suona a occhi chiusi la chitarra facendo da risonanza a chi si esprime invece con tamburelli o percussioni improvvisate. Tra tutti vige un’unica regola: fare comunità nella musica e nella vita. Solo così si può davvero creare qualcosa di nuovo e straordinario: partecipando tutti all’atto artistico. Alcune canzoni sono quelle della tradizione: tarantelle e pizziche a cui si aggiungono Blues e Rock. Altre, invece, sono inventate con la collaborazione di tutti i componenti del gruppo e anche di chi non sa leggere la musica e non ha mai composto testi ha diritto di parola. Qui tutti possono esprimere il loro parere e dare un contributo, perché, come mi spiegano orgogliosi, “fare una canzone che non piace agli altri non serve a nulla”.

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Tra le canzoni che ho ascoltato alcune raccontano fatti realmente accaduti. Il tono è scanzonato, irriverente come una fabula atellana. Si prende in giro qualche scelta avventata della politica come il concedere negli anni le spiagge ai privati e trasformare il bellissimo litorale in file infinite di stabilimenti balneari. Oppure si racconta l’entusiasmo dello stare insieme in Amici miei e si canta la bellezza del luogo in Aria del Gargano. Qualche canzone più evocativa e romantica mi ricorda che qui le donne sanno farsi desiderare. Le serenate sotto le finestre delle future promesse spose avvertono che vale in amore sempre la stessa identica legge: gli uomini devono correre dietro le donne e non viceversa.

Ilaria Cerioli

*In copertina: Il pittore preraffaellita John William Waterhouse (1849-1917) ha dipinto “Una sirena”