“Ora vi spiego gli inganni economici che quotidianamente ci propinano. Dall’Euro si può uscire e il debito pubblico è un’arma per colpevolizzarci”: Ilaria Bifarini, economista indipendente, dialoga con Matteo Fais

Posted on Giugno 13, 2019, 8:23 am
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Sempre più seguita sui social e, di conseguenza, sempre più nel mirino degli hater. Questa è la storia di Ilaria Bifarini, l’economista indipendente che sostiene l’italexit (l’uscita dell’Italia dalla moneta unica). A fronte di tanto consenso, i suoi detrattori – che è ben chiaro da che parte stiano – si sono inaspriti come non mai. La loro argomentazione è sempre più o meno la stessa: lei non è un’accademica, i competenti sono altri. Mai che replichino nel merito, invece che portare avanti questa assurda gara per titoli.

In tutta risposta la Bifarini ha appena dato alle stampe un nuovo testo, Inganni economici. Quello che i bocconiani non vi dicono, subito divenuto un bestseller del genere. In esso analizza le menzogne del pensiero TINA-There is No Alternative (Non c’è alternativa), ovvero il ritornello ossessivamente ripetuto da tutti quei politici e presunti esperti che vorrebbero far passare le attuali storture imposte, dall’austerità all’euro, come irreversibili. La nostra libera economista le demolisce una per una, in un libro agile e semplice, pensato per essere letto da chiunque, anche da chi non possiede un’adeguata preparazione tecnica. Insomma, da quelli che chi sta ai piani alti ha tutto l’interesse a mantenere nella più assoluta ignoranza, con la scusa che tanto non potrebbero capire – e quindi, sempre secondo alcuni di loro, neppure votare…

Partiamo dal sottotitolo, Quello che i bocconiani non vi dicono. Questa figura del “bocconiano” ritorna come un fantasma in tutta la tua opera. Anche il tuo primo libro, Neoliberismo e manipolazione di massa, portava come sottotitolo Storia di una bocconiana redenta. Ma ci potresti definire in poche frasi chi è e quali sono i tratti caratteristici di un “bocconiano”? Insomma, da cosa lo si riconosce?

Per “bocconiano”, con una certa autoironia, essendo laureata all’ateneo di via Sarfatti, mi riferisco a quegli economisti accreditati e osannati dal mainstream, spesso dei tecnici o degli accademici che si ritengono i soli massimi esperti della scienza economica, da loro veicolata come esatta e infallibile. La verità è l’esatto contrario: l’economia, nata come costola della filosofia, è una scienza sociale che si occupa dell’uomo e del suo benessere, che ha perso il suo connotato originario per divenire puro tecnicismo. I continui fallimenti dei suoi dettami e i disastri umani a essi collegati, tra cui quello evidente a tutti della Grecia, dimostrano come non esista un modello unico economico universalmente applicabile e come quello attuale sia inefficace e addirittura deleterio. Redimersi vuol dire liberarsi dalla soggezione a questo paradigma unico, sostenuto con una certa arroganza dai sedicenti competenti, e pensare a delle alternative in grado di riportare la collettività verso il cammino dello sviluppo.

Veniamo al titolo, Inganni economici. Siamo in molti, anche a rischio di passare per complottisti, a sentirci presi in giro. Vorrei, però, sapere da te perché c’è qualcuno – a proposito, chi? – che è animato da una tale volontà.

Nel mio primo libro dedico proprio un paragrafo a quello che ho ribattezzato il complotto del complottismo. Ridicolizzare chi la pensa diversamente, tacciando di complottismo chi mette in dubbio e dissente dal pensiero unico dominante, è una tecnica molto sottile ed efficace utilizzata dai media. Per non incorrere in questo tranello volutamente, e anche con una certa provocazione, supporto tutte le mie analisi con fonti di primissimo livello, riportando i frequenti casi di smentita delle proprie teorie da parte delle stesse organizzazioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, spesso costretto a fare ammende (come nel caso dell’errore dei moltiplicatori in Grecia).

Il neoliberismo, il tuo principale bersaglio polemico in questo libro come nel primo, dici tu, porta con sé una visione colpevolizzante per l’uomo europeo. Perché lo fa e come ci riesce?

È proprio questa la sua arma più potente: l’utilizzo di leve psicologiche per far sentire il cittadino colpevole e dunque meritevole di punizioni. In particolare, è stata costruita una questione morale intorno al tema del debito pubblico, rafforzata dall’Unione Europea. Si è creata una narrazione colpevolizzante e autolesionista, completamente interiorizzata dall’opinione pubblica, per la quale paesi come il nostro che presentano un debito pubblico molto elevato (stessa condizione, fuori dall’Europa, di Stati Uniti e Giappone) vengono denigrati e tacciati di essere irresponsabili e scialacquatori. Al nostro cospetto i Paesi del Nord Europa vengono considerati virtuosi ed esemplari, dunque autorizzati a infliggerci le dure misure di austerity. Una conoscenza più consapevole della materia economica ci aiuta a comprendere come il debito pubblico corrisponda di fatto al reddito dei cittadini e come, in Italia, esso sia cresciuto fortemente per fattori differenti dal deficit. Nonostante quello che ci viene fatto credere, infatti, siamo da oltre 25 anni in avanzo primario, ossia quella situazione deprecabile per la quale lo Stato chiede ai cittadini attraverso la tassazione più di quanto offra in cambio con i servizi. È un circolo vizioso che, anziché far diminuire il debito come sostiene l’assurda teoria dell’austerity espansiva, soffoca il Pil e l’economia aumentando così il debito stesso.

Tra i tanti inganni economici da te indicati come miti da sfatare, ne ho scelto uno che mi sembra particolarmente interessante – anche se la scelta è stata difficile, perché li ritengo tutti importanti e da approfondire. Si tratta del tuo cavallo di battaglia, ovvero l’idea che l’euro sia irreversibile. Ti chiederei, in sintesi, di introdurci alla comprensione della falsità nascosta dietro questa idea.

I “bocconiani” sostengono che l’Euro sia irreversibile, come se fosse una legge della natura ineluttabile alla quale non possiamo sottrarci, o una sciagura divina a cui il cittadino dell’eurozona non può ribellarsi. In realtà non è così: la moneta unica, che non a caso esiste solo da noi e nei Paesi africani del Franco CFA, è un esperimento economico riuscito male, un errore umano, frutto dell’adesione cieca a un modello che ha mostrato tutta la sua insostenibilità. L’euro, nonostante abbia creato danni di grossa portata, va avanti da meno di venti anni, un lasso temporale davvero ridotto nell’arco della storia dell’economia. Non esiste alcun limite irremovibile che impedisca di tornare alle valute nazionali, così come fanno nel resto del mondo. Peraltro, nel caso di un possibile italexit, c’è un vuoto normativo, in quanto non viene disciplinato, ma questo non corrisponde a un divieto. Ancora una volta si tratta di una trappola ideologica e ingannevole di cui siamo divenute ignare vittime.

Il tuo testo si conclude con un invito a tornare a Keynes. Perché proprio lui e non piuttosto a un altro?

Occorre tornare a politiche keynesiane che riportino al centro lo Stato, perché questo è l’unico modo per invertire la rotta dell’assurda austerity espansiva.  Solo attraverso il recupero di un ruolo attivo dello Stato nazionale, quale promotore del rilancio degli investimenti pubblici produttivi, di cui il paese ha così tanto e urgente bisogno, si potrà tornare a far ripartire la domanda. Quella che stiamo vivendo dal 2008, senza soluzione di continuità, è stata ribattezzata la Grande Recessione e le sue analogie con la Grande Depressione del 1929 sono molto forti. Allora si uscì dallo stato di crisi attraverso il New Deal che prevedeva proprio interventi di carattere pubblico, di tipo keynesiano, volti a sostenere il rilancio dell’occupazione attraverso politiche di investimenti e di rilancio del territorio. Queste misure, una volta applicate, porterebbero anche a ritrovare quel senso di appartenenza e di amore per il proprio Paese, la cui mancanza affligge molti di noi e rende ancora più difficile qualsiasi possibilità di rialzare la testa e incamminarci verso un reale cambiamento. Una volta intrapreso tale sentiero si potranno anche proporre dei modelli di sviluppo diversi, capaci di andare oltre Keynes, ma in una situazione come quella attuale non ci sono alternative migliori di quelle proposte dal padre della macroeconomia.

Matteo Fais