Il vero modo di rispettare la Legge è essere dei fuori legge: come Franz Kafka spiega il Vangelo e perché è preferibile chiamare Dio “Padre delle luci”

Posted on Settembre 03, 2018, 12:07 pm
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Dentro la legge o fuori legge? E che cos’è questa legge? La legge è ciò che lega le cose, è il legamento della realtà, intanto. La realtà – questo è il vero – muta senza sosta: la legge ha una pretesa di immutabilità. Dà ordine alla danza. Senza la legge, le cose si muovono senza senso e senza peso: la legge crea armonia, crea un modulo alla danza. Perché l’ordine esista, però, occorre obbedirgli: la legge lega la realtà delle cose finché il popolo è legato al rispetto della legge. Perché la legge sia, deve essere incrollabile, assoluta: “non aggiungerete nulla ai comandi, non toglierete nulla: obbedite ai comandi del Potente, Dio vostro, che io vi detto” (Dt 4, 2). Obbedire significa essere dentro la legge.

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Nel primo Testamento, l’obbedienza alla legge di Dio, rende Dio più vicino. Obbedire alla legge, essere dentro la legge, significa stare dentro Dio. Che bella immagine: “quale tra le grandi nazioni ha dèi così vicini come lo è il Potente, nostro Dio, a noi?”. Dio è a un alito dal nostro viso – la legge è Dio. Obbedire alla legge significa baciare Dio.

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Gesù, che è dentro Dio, è fuori legge. Il racconto di Marco è intorno a una prescrizione relativa – ancora una volta – al cibo. Gesù – provocando “i farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme”, i quali, gli intellettuali del tempo, i sapienti nella legge, erano incuriositi da Gesù, lo ascoltavano – “dichiara puri tutti gli alimenti”. Esigendo la metafora, Gesù dice che “niente che entra da fuori nell’uomo lo rende impuro; ma solo ciò che esce fuori dall’uomo rende impuro l’uomo” (Mc 7, 15). Il male non viene da fuori – è dentro l’uomo. “Dal cuore degli uomini sgorgano le malvagità” (Mc 7, 21). Che verità sgargiante e inaccettabile: del male è fautore l’uomo, anche l’obbedienza alle leggi è male, anche la legge, in sé, è male. La legge viene da Dio, ma l’interpretazione della legge, la sua esecuzione, è male.

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Gesù è fuori legge perché non accetta la legge degli uomini – e in modo più radicale si lega alla legge di Dio. Il problema non è quello, volgare, di predicare bene e razzolare male: chi non è colpevole di contraddizione nelle proprie asserzioni? Tutti diciamo cose che non siamo in grado di adempiere pienamente. Il problema, appunto, è la fuoriuscita dalla norma per entrare nella legge. Il male è nell’uomo, che è una contraddizione: bisogna entrare dentro di sé, allora, prima di mostrare, fuori di sé, quanto si è giusti. Non c’è giustizia nell’apparire giusti, ma meschinità.

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Delle legge non possiamo conoscere l’esigenza né la gittata – più che adempierla, dobbiamo accettarla.

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E cos’è obbedire?, e perché? Non si obbedisce per un premio, perché la legge è “dono perfetto che viene dall’alto” (Gc 1, 17). La legge, di per sé, è premio, perché la legge è il segno di Dio che vuole legarsi a noi. La legge è una corda: più che obbedire alla legge – ci si può uccidere, a forza di obbedire – occorre risalire la corda.

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Se dovessi disegnare la legge sarebbe un labirinto o un bunker? Dio vuole perderti, vuole perdersi o vuole una unione apocalittica?

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Giacomo chiama Dio in modo commovente, “Padre delle luci” (Patròs ton phòton). Bisognerebbe inneggiare continuamente questo Padre che signoreggia sulle luci, perché la legge è la legenda di un accecamento.

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Giacomo ci dice che dove abita il “Padre delle luci”, “non c’è mutamento o rivolgimento d’ombra” (Gc 1, 17). La legge è chiara e immutabile, come Dio. Tutto muta, tutto vive all’ombra – la notte esiste per ricordarci la nostra naturale esigenza di luce, noi pasteggiamo con la luce. L’ombra non si ribella, non c’è rivolta dell’ombra – Dio non ha ombra: l’ombra di Dio è l’uomo.

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Nella Questione delle leggi, Franz Kafka ipotizza che la legge, se è tale, sia invisibile. Se la scrivi, in effetti, la legge, detta e digerita, non è più legge: è interpretazione. Quando è scritta, la legge non è più divina, ma umana: e l’uomo la corrompe – si fa la legge per trovare l’escamotage e schivarla. Scrive Kafka. “Una volta, uno scrittore riassunse così questa situazione: l’unica legge visibile e indubitabile che ci sia inflitta è la nobiltà; e noi dovremo privarci di quest’unica legge con le nostre stesse mani?”. Viviamo all’ombra del “Padre delle luci”: ecco la legge. (d.b.)