Il vero antidoto alle “fake news” si chiama Voltaire. Dialogo con chi lo conosce meglio di tutti

Posted on Marzo 15, 2018, 10:12 am
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Ricamare un pensiero che introduca all’opera di Voltaire è irritante, è uno schiaffo all’intelligenza del lettore. Voltaire sta lì, icona del pensatore onnivoro, elegante, geniale. Non ha bisogno dei nostri aggettivi per vivere serenamente tra i grandi d’Occidente. Soprattutto, Voltaire resiste pimpante, indistruttibile, per sempre giovane. Schiattato 240 anni fa, esatti (era la fine di maggio del 1778), a differenza di tanti santissimi estinti, di Voltaire è inestinguibile lo stile. Voltaire è uno scrittore fenomenale, dotato della leggerezza (Italo Calvino) e dell’intelligenza lucida come una lama (Leonardo Sciascia) che ne fanno un maestro dell’arte narrativa, senza pari. Più che parlare di Voltaire, appunto, basta leggerlo. E far parlare chi è competente – della vaga incompetenza giornalistica ne abbiamo pieno il cervello. Per dire. L’anno scorso Einaudi, nella collana aurea de ‘I millenni’, in due tomi, ha stampato il Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni. Curatela impeccabile di Domenico Felice, che per Bompiani ha tradotto Tutte le opere (2014) e gli Scritti postumi (2017) di Montesquieu e che di Voltaire ha già “curato la prima traduzione integrale del Dizionario filosofico” (sempre Bompiani, 2013; un profilo completo di Felice lo trovate qui). Ad ogni modo. Leggetelo Voltaire. Insegna – come mi dice Felice – a pensare con la propria testa. Soprattutto, la sua foga nello scovare – e sconfiggere – le ‘fake news’ della Storia – cioè, le incrostazioni della superstizione, le stilettate della ‘religione’, certo che “Quanto piú i miracoli sono incredibili (ai deboli lumi del nostro intelletto), tanto piú vi si è creduto” – rendono la lettura di Voltaire clamorosamente corroborante. Sfogliare per credere. La filosofia della storia, per dire, è una lettura spregiudicata, rapace, Voltaire sembra molto più smaliziato di molti saggisti odierni, molto più giovane e vispo di troppi romanzieri di oggi. Voltaire passa dagli indiani d’America (“L’urone, l’algonchino, l’abitante dell’Illinois, il cafro e l’ottentotto conoscono l’arte di fabbricarsi da soli tutto ciò di cui hanno bisogno, laddove quest’arte è ignota ai nostri zotici”) agli indiani dell’India (“In India vi sono fachiri che vivono in solitudine, carichi di catene. Già, e vivono cosí solo perché i passanti, che li ammirano, facciano loro l’elemosina: mossi da un fanatismo pieno di vanità, fanno come i nostri mendicanti delle vie di gran traffico, che si storpiano per attirare la compassione”) dai Fenici (“I Fenici furono nell’Antichità ciò che erano i Veneziani nel XV secolo, e ciò che sono diventati poi gli Olandesi, costretti ad arricchirsi grazie alla loro industriosità”) agli Arabi (che “protetti dai loro deserti e dal loro coraggio, non hanno mai subito il giogo straniero”), con la sinuosità di un famelico cantastorie. E con la foga rapace di chi spacca gli stinchi a cantatori di fole, agli industriosi propagatori di ‘fake news’, orrendo anglicismo (“ci vengono inflitte storie antiche scritte senza discernimento e senza criterio; noi poi le leggiamo con lo stesso spirito con cui sono state scritte, e ci riempiamo la testa soltanto di errori”). Sublime Voltaire, geografo dell’intelletto. Meglio lui di Jules Verne o di Jack London. Ne parliamo – senza, volterrianamente, parlarne a vanvera – con Domenico Felice.

Intanto. Stupisce la straordinaria capacità divulgativa di Voltaire, penso ai brani rapidissimi e sagaci de “La filosofia della storia”, ad esempio. Mi pare che Voltaire sia uno studioso che usa l’intelligenza per sconfiggere le ‘fake news’ del suo tempo… è così?

Voltaire libroCertamente. Voltaire parla in continuazione delle «opinioni» che governano il mondo (hanno mutato – scrive – «gran parte della Terra. Il cristianesimo […], che noi consideriamo qui un’opinione quanto ai suoi effetti, distrusse le religioni greca, romana, siriaca ed egizia nel secolo di Teodosio. In seguito, Dio permise che l’opinione del maomettismo schiacciasse la verità cristiana in Oriente, in Africa, in Grecia; che essa trionfasse sul giudaismo, sull’antica religione dei magi e sul sabeismo, ancora più antico; e che andasse in India, dove assesto un colpo mortale a Brahma, fermandosi appena al Gange. Nella nostra Europa cristiana, l’opinione ha separato da Roma l’Impero di Russia, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, l’Inghilterra, le Province Unite, metà della Germania e i tre quarti dei paesi elvetici»: Saggio sui costumi, t. II, «Note supplementari…», p. 725), soffermandosi a lungo su quelle «false», per demolirle, in quanto responsabili, a suo giudizio, della stupidità umana («I maestri della menzogna fondano il proprio potere sulla stupidità umana»: Saggio sui costumi, t. I, cap. CIX, p. 73), a sua volta responsabile dei ritardi, più o meno lunghi, nello sviluppo tecnologico, economico, politico e culturale dei diversi popoli della Terra. Basta un solo esempio: quello delle «pie frodi» (ossia le menzogne costruite ‘apparentemente’ a fin di bene, mentre oggi le si costruiscono ‘realmente’ solo per nuocere). Scriveva nelle Lettere filosofiche del 1734 (cap. X, «Sul pericolo delle false leggende e della persecuzione», in Voltaire, Scritti politici, Utet, 1978, pp. 507-508): «Ammettiamo che ci sia qualcuno così privo di buona fede o così fanatico che mi dica: “Perché insistete tanto sui nostri errori e sui nostri sbagli? Perché volete distruggere i nostri falsi miracoli e le nostre false leggende? Essi sono l’alimento della devozione per molte persone. Ci sono degli errori necessari; non strappate dal corpo una vecchia ulcera, perché essa porterebbe con sé la distruzione del corpo”. Ecco che cosa gli rispondo: “Tutti questi falsi miracoli con i quali scuotete la fede che si deve ai miracoli veri, tutte queste assurde leggende che aggiungete alle verità del Vangelo, spengono la religione nei cuori. Troppe persone che vogliono istruirsi, ma non ne hanno il tempo, affermano: ‘I maestri della mia religione mi hanno ingannato, dunque non esiste nessuna religione. È meglio gettarsi tra le braccia della natura che in quelle dell’errore: preferisco dipendere dalla legge naturale che dalle invenzioni degli uomini’. Altri hanno la disgrazia di andare ancora più lontano: vedono che l’impostura ha messo loro un freno, e non vogliono più nemmeno il freno della verità, orientandosi verso l’ateismo. Diventano depravati perché altri sono stati ingannatori e crudeli. Ecco, in verità, le conseguenze di tutte le pie frodi e di tutte le superstizioni”». E nel cap. IX del Saggio sui costumi (pp. 246-247, 250) scrive: «Non possono venire occultate le pie frodi che disgraziatamente compirono i primi cristiani di tutte le sette per consolidare la nostra santa religione, la quale non aveva bisogno di questo aiuto vergognoso. Fu escogitata una lettera di Pilato a Tiberio […]; fu inventato un preteso editto di Tiberio, che poneva Gesù tra gli dèi; furono escogitate le Lettere di Seneca a Paolo e di Paolo a Seneca; fu creato il Testamento dei dodici patriarchi, che venne ritenuto autentico per lunghissimo tempo […]; furono escogitati i Viaggi di san Pietro, l’Apocalisse di san Pietro, gli Atti di san Pietro, gli Atti di san Paolo e gli Atti di Pilato […]; furono inventati versi delle Sibille [..]; infine, venne creato un numero incredibile di màrtiri, che furono confusi con i veri […]». Concludendo: «Tutte le frodi, tutti gli errori e tutte le ripugnanti sciocchezze da cui siamo sommersi da millesettecento anni non hanno potuto nuocere alla nostra religione. È divina certamente, se millesettecento anni di imposture e di stupidaggini non hanno potuto distruggerla; e tanto più rispettiamo la verità quanto più disprezziamo la menzogna». Circa poi la «scrittura», lo «stile» di Voltaire, vale anche per il Saggio sui costumi, a mio giudizio, quanto Italo Calvino scrisse nella sua «Introduzione» del 1974 al Candido: «Nel Candide oggi non è il “racconto filosofico” che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma di una morale e di una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale […]» (Candide o della velocità [1974], in Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, 2017, p. 112; corsivi miei).

Razze, costumi, religione. Come la pensa Voltaire? Ogni evento ‘religioso’ è ridotto alla facoltà immaginativa dell’uomo e alle condizioni storiche contingenti, ma le razze esistono…

La storicizzazione degli ‘eventi’ religiosi è uno dei tratti salienti del Saggio sui costumi: «È verosimile – vi legge ad esempio – che, al principio, Maometto fosse un fanatico, così come lo fu Cromwell all’inizio della guerra civile. Entrambi impiegarono la loro intelligenza e il loro coraggio per far vincere il proprio fanatismo; ma Maometto fece cose infinitamente più grandi, perché viveva in un tempo, e presso un popolo, in cui era possibile farle. Fu certamente un grandissimo uomo, e formo grandi uomini. Bisognava che fosse martire o conquistatore, non c’era via di mezzo. Vinse sempre, e tutte le sue vittorie furono ottenute con pochi uomini contro molti. Conquistatore, legislatore, monarca e pontefice, interpretò sulla Terra la parte più grande che si possa interpretare agli occhi degli uomini comuni» (t. II, «Note supplementari…», p. 730). E nelle Lettere filosofiche del 1974, Voltaire già scriveva: «Non è curioso che Lutero, Calvino, Zuinglio, tutti autori illeggibili, abbiano fondato sette che dividono l’Europa, o che l’ignorante Maometto abbia dato una religione all’Asia e all’Africa, mentre Newton, Clarke, Locke, Le Clerc ecc., i più grandi filosofi e le migliori penne del loro tempo, siano riusciti creare appena un piccolo drappello, che anzi diminuisce di giorno in giorno? Ecco cosa significa venire al mondo al momento giusto. Se ricomparisse, oggi, a Parigi, il cardinale di Retz non riuscirebbe a spingere alla sollevazione nemmeno una decina di donne. Se rinascesse, Cromwell, che fece decapitare il proprio re e si proclamò sovrano, sarebbe un semplice commerciante di Londra» (Lett. VII, p. 237 dell’ed. cit.). Concludo sul punto, rinviando gentilmente il lettore alla breve ma importante voce «A proposito, l’occasione» del Dizionario filosofico (a cura di D. Felice e Riccardo Campi, Bompiani, 2013, pp. 405-407), dove tra l’altro si legge: «Se Maometto ricomparisse oggi, sarebbe tutt’al più sceriffo della Mecca» (p. 407). Circa il razzismo di Voltaire, esso è un fatto, ‘pesantemente’ confermato nel Saggio sui costumi. Qualche citazione anche qui (è sempre preferibile farlo parlare direttamente): «Solo a un cieco e consentito mettere in dubbio che i bianchi, i negri, gli albini, gli Ottentotti, i Lapponi, i Cinesi e gli Americani siano razze completamente diverse» (La filosofia della storia, cap. 2, in Saggio sui costumi, t. I, p. 6); «[…] tutto si manifesta in molteplici forme, e la stessa Provvidenza che ha prodotto l’elefante, i rinoceronti e i negri, ha fatto nascere in un altro mondo alci, condor, porci che hanno l’ombelico sul dorso, e uomini di un carattere differente dal nostro» (La filosofia della storia, cap. 8, in Saggio sui costumi, t. I, p. 27); «Nell’antica Roma, gli Ebrei erano visti nello stesso modo in cui noi vediamo i negri, come una specie inferiore di uomini» (Saggio sui costumi, t. I, cap. VIII, p. 238); «Noi compriamo schiavi domestici solo presso i negri. Tale commercio ci viene rimproverato: un popolo che fa mercato dei suoi figli e ancora più condannabile del compratore. Questo traffico dimostra la nostra superiorità: colui che si sottomette a un padrone, è nato per averne» (Saggio sui costumi, t. II, cap. CXCVII, p. 652). Le osservazioni che si possono fare, e che sono state fatte, sono innumerevoli. Le migliori restano, a mio avviso, quelle di Michèle Duchet in Anthropologie et hisoire au siècle des lumières (1971; tr. it. Le origini dell’antropologia, 4 tt., Laterza, 1976-77), la quale dopo un’attenta analisi dell’antropologia volterriana (con puntuali confronti con Rousseau e Buffon) e dopo aver rimarcato che affermare, come fa Voltaire, che le specie umane sono immutabili e che sono sempre state quello che sono significa dire che non possono derivare le une dalle altre e, a più forte ragione, che non possono derivare da un’unica coppia (Adamo ed Eva) (t. III, p. 83), conclusivamente scrive: «Lungi dall’essere in anticipo rispetto al proprio secolo, l’umanismo di Voltaire non è che un riflesso della cattiva coscienza dei philosophes, incapaci di porre il problema nei suoi veri termini […]. Voltaire pensa non tanto ai profitti dei coloni del Nuovo Mondo e alla sorte dei loro schiavi, quanto ai servi della regione di Gex e alla prosperità di Ferney [dove visse dal 1758 al 1777]. Ciò di cui loda i fisiocratici è la dimostrazione, cifre alla mano, “che si può fare qualsiasi cosa con uomini liberi” e di aver dato forza di legge a questa massima di Montesquieu [Lo spirito delle leggi, XV, 8, in Montesquieu, Tutte le opere (1721-1754), a cura di D. Felice, Bompiani, 2014, p. 1409]. La sua simpatia per la causa degli schiavi è solo una conseguenza di quell’‘interesse ben inteso’ di cui gli economisti proclamavano la virtù. Inoltre, egli ne trasferisce costantemente le idee nel proprio mondo, perorando più vigorosamente la causa degli “schiavi dei monaci” che non quella dei Negri delle piantagioni, e preferendo alla proprietà del buon Filmer (il narratore di Ziméo [di Saint-Lambert]) la fattoria-modello di Ferney. Un umanismo ben ordinato comincia da se stessi» (t. III, p. 121).

In sintesi. Rifacendo – con sforzo prodigioso – la Storia, che storia vuole narrarci Voltaire?

Rispondo anche qui con le parole stesse di Voltaire: «Volete dunque vincere – scrive rivolgendosi alla sua compagna e ispiratrice Madame du Châtelet – il disgusto che vi causa la storia moderna a partire dalla decadenza dell’Impero Romano, e farvi un’idea generale delle nazioni che abitano e devastano la Terra. In questa immensità cercate solamente quanto merita di essere conosciuto da voi: lo spirito, i costumi e gli usi delle nazioni più importanti, suffragati da fatti che non è lecito ignorare. Il fine di questo lavoro non è di sapere in quale anno, presso una nazione rozza, un principe indegno di essere ricordato succedette a un principe barbaro. Se si avesse la sfortuna di poter immagazzinare nella testa la successione cronologica di tutte le dinastie, non si conoscerebbe altro che parole. Come bisogna conoscere le grandi gesta dei sovrani che hanno reso i loro popoli migliori e più felici, così e possibile ignorare i comuni monarchi, che potrebbero soltanto sovraccaricare la memoria. A che cosa vi servirebbero i dettagli di tanti piccoli affari che ora non esistono più, di tante famiglie estinte che si sono disputate province inghiottite successivamente da grandi regni? Oggi quasi ogni città possiede la propria storia, vera o falsa, più ampia e dettagliata di quella di Alessandro. Gli annali di un Ordine monastico occupano, da soli, più volumi di quelli dell’Impero Romano» (Saggio sui costumi, t. I, «Prefazione», p. 175).

Con perspicacia da antropologo, Voltaire indaga il Giappone, l’America, la Cina, l’Arabia. Cosa scopre nei ‘costumi’ altrui in contrapposizioni a quelli europei?

Voltaire fu le premier historien de la civilisation (Lanson). Egli concepì il lavoro dello storico come un’indagine in cui si combinassero la critica delle fonti, la ricostruzione e la descrizione degli eventi e della complessa trama delle cause: al contrario delle vecchie «cronologie», la storia per Voltaire avrebbe dovuto presentarsi come un vasto affresco in cui trovassero posto i differenti fattori (economici, sociali, demografici ecc.) che concorrono alla costituzione di una determinata società – sia questa la monarchia assoluta di Luigi XIV, o i remotissimi imperi cinese e indiano, o le misteriose civiltà precolombiane d’America, che Voltaire, contro l’eurocentrismo dominante presso gli scrittori del suo (e del nostro) tempo, sentì il bisogno di inserire come elementi fondamentali in quella storia cosmopolita, che doveva descrivere, nella ambiziosa intenzione di Voltaire, «i costumi e lo spirito delle nazioni». In altri termini: 1) ampliamento del dell’oggetto della storia (che diventa «storia delle civiltà», «storia totale»: non più storia delle avventure dei singoli, non storia dei regnanti o dei personaggi politici, dei condottieri o dei colonnelli, ma storia della vicenda umana, con le realtà ideologiche, concettuali e materiali, con i problemi esistenziali, economici e sociali che di volta in volta hanno coinvolto il nucleo umano fin dai primordi); e (2) e allargamento del spazio della storia (non più solo il ‘continente’ Europa, ma anche, a pari titolo, gli altri continenti allora noti, e cioè Asia, Africa e America, antiche moderne; ossia, non più solo la civiltà cristiana, ma anche le altre grandi civiltà, in primis la cinese/confuciana, l’indiana e la musulmana). Che cosa Voltaire scopre nelle altre civiltà? In primo luogo, che la morale è dappertutto la stessa, stante (per il Nostro) l’immutabilità della natura umana, ma che ad elaborarla e praticarla meglio sono stati i Cinesi, a partire dal loro maestro Confucio (insegnò «la morale più pura» [Saggio sui costumi», t. II, «Note supplementari…», p. 730]: «Noi insultiamo tutti i giorni le nazioni straniere, senza pensare quanto le nostre usanze possano apparire loro stravaganti. Osiamo ridere di un popolo [quello cinese] che professava la religione e la morale più pura oltre duemila anni prima che noi avessimo cominciato a uscire dal nostro stato di selvaggi, e i cui costumi e le cui usanze non hanno mai subito alcuna alterazione, mentre da noi tutto e cambiato» (Saggio sui costumi», t. II, «Note supplementari», p. 726); «Per quale fatalità, forse vergognosa per i popoli occidentali, si deve andare fino in estremo Oriente per trovare un saggio semplice, scevro da ogni ostentazione di sfarzo e da impostura, che insegnava agli uomini a vivere felici seicento anni prima della nostra èra volgare, in un tempo in cui tutto il Settentrione ignorava ancora l’uso delle lettere e in cui i Greci avevano appena cominciato a segnalarsi per la loro saggezza? Questo saggio fu Confucio che, nella sua qualità di legislatore, non volle mai ingannare gli uomini. Quali regole di condotta più belle si sono mai fornite dopo di lui nel mondo intero?» (Dizionario filosofico, ed. cit., «Filosofo», p. 2467); «[…] Confucio, il primo dei mortali che non abbia ricevuto alcuna rivelazione; egli ricorre unicamente alla ragione, e non alla menzogna e alla spada. Viceré di una grande provincia, fa fiorire in essa la morale e le leggi: caduto in disgrazia e povero, le insegna e le pratica nella prosperità e nell’avvilimento; rende amabile la virtù; ha come discepolo il più antico e saggio dei popoli» (Dizionario filosofico, ed. cit., «Alcorano», p. 131). In secondo luogo, che l’Occidente europeo occupa il primo posto nello sviluppo scientifico-tecnologico. Sempre in confronto alla Cina, scrive: «Tutti i giorni mi càpita di sbagliarmi, ma ho il sospetto che i popoli che hanno coltivato le arti siano vissuti tutti sotto una teocrazia. Faccio sempre eccezione per i Cinesi, che appaiono saggi da quando costituiscono una nazione. Sono privi di superstizioni fin dal tempo in cui la Cina è diventata un regno. È un vero peccato che, arrivati per primi a vette così alte, nel campo delle scienze essi siano rimasti fermi al punto in cui da tanto tempo si trovano. Paiono aver ricevuto dalla natura una cospicua dose di buon senso, ma una alquanto limitata di industriosità. Eppure, in altri campi, la loro industriosità si è sviluppata ben prima della nostra» (Dizionario filosofico, ed. cit., «Teocrazia», p. 2827).

A che visione del mondo (e della storia) a suo avviso prepara la via Voltaire?

Per quanto concerne la storia, a una visione non “monistica”, ma “pluralistica”: non esiste “la” storia (nella fattispecie, la storia cristiano-occidentale), ma “le” storie, le quali vanno conosciute e rispettate secondo il canone dell’humanitas: «conoscere e rispettare l’uomo in ogni uomo» (Alfonso Traina, Comoedia, Padova, 2009, p. 9). Per quanto concerne, invece, i valori (i «valori ultimi») che definiscono, o in cui si condensa, una determinata una visione del mondo, Voltaire, diversamente da Montesquieu, non riconosce la molteplicità e la relatività dei valori in tempi e luoghi differenti: la nozione di cambiamento e di crescita gli è largamente estranea. Per lui esistono soltanto le età luminose (ad esempio, il nostro Rinascimento) e quelle buie (ad esempio, il nostro Medioevo), e le tenebre sono dovute ai delitti, alle follie e alle disgrazie degli uomini. Guarda «disinvoltamente» alla storia – come ha scritto Isaiah Berlin – come un accumulo di fatti legati da nessi causali, il cui scopo è mostrare agli uomini sotto quali condizioni è possibile realizzare al meglio quei fini essenziali che la natura ha piantato nel cuore di ciascuno: bisogna mostrare chi sono i nemici del progresso, e in qual modo possono essere sconfitti. «Con ciò Voltaire fece probabilmente più di chiunque altro per determinare l’intero orientamento dell’Illuminismo; Hume e Gibbon sono dominati dallo stesso spirito» (Controcorrente. Saggi di storia delle idee, Adelphi, 2000, p. 127).

Infine. Perché è ancora salutare leggere questo Voltaire? Che insegnamento ultimo ci dona, al di là della forza polemica contro l’ignoranza degli ingenui?

È «ancora salutare leggere questo» – come altri – Voltaire perché infinitamente più degli storici, filosofi e scrittori à la page (quasi tutti insulsi e inconsistenti) può aiutarci a diventare ‘maggiorenni’, cioè a ‘ragionare con la nostra testa’: osez penser par vous-même («Abbiate il coraggio di pensare da soli»), egli scrisse nel suo Dizionario filosofico («Libertà di pensiero» [1765]) vent’anni prima del prussiano Kant (Sapere aude, in Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? [1784]). Ovvero: può aiutarci a non dimenticare, come invece facciamo troppo spesso, che la posizione distintiva degli esseri umani è la posizione eretta. Per limitarci alla storia: perché questa, come altre storie che Voltaire scrisse, rientra a pieno titolo nel novero di quelle che «ci fanno conoscere i nostri doveri e i nostri diritti, senza avere la pretesa di insegnarceli» (Dizionario filosofico, ed. cit., «Storia», p. 1879). Nel Saggio sui costumi «si è pensato assai meno – scrive il Nostro – a raccogliere una moltitudine enorme di fatti, i quali si annullano gli uni con gli altri, che a raccogliere quelli principali e più certi, affinché possano servire da guida al lettore e permettergli di giudicare da sé sull’estinzione, la rinascita e i progressi dello spirito umano, e fargli riconoscere i popoli dalle loro stesse usanze» (t. II, «Note supplementari…», p. 723).