20 anni fa esce “Il sesto senso”, un film che continua a commuovere. D’altronde, i morti sono tra noi, tengono in vita i vivi, rincorrono l’estrema nostalgia

Posted on Agosto 06, 2019, 12:41 pm
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La formula fu semplice, efficace. Il 6 agosto del 1999 esce in sala Il sesto senso. Nessuno ci scommette. Ha ragione l’articolista del “Guardian”: “Per gli studios, agosto è il mese in cui seppellisci i cadaveri. I blockbuster escono a maggio, giugno, luglio, hanno ormai finito il loro giro… i film d’agosto, per spettatori ancora attratti dall’aria condizionata delle sale cinematografiche, sono, tendenzialmente, errori, giochi d’azzardo, esercizi di equilibrismo avvolti nell’incertezza”. L’azzardo, questa volta, fu azzeccato.

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Il sesto senso, in termini assoluti, non è un bel film, M. Night Shyamalan non è un grande regista – il suo film più riuscito resta il claustrofobico The Village. Ma a volte per fare la storia del cinema non è necessario un bel film né un grande regista. Ci vuole l’idea giusta al momento giusto.

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Bruce Willis veniva da film d’azione: The Jackal, Armageddon, Attacco al potere. In Codice Mercury dà mostra di una certa affinità con i bambini. L’idea di farne uno psicologo in cappotto e cravatta, pacato, dedito a esumare i mostri nella psiche dei bambini, è riuscita.

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Il bambino, Haley Joel Osment, con quel viso di una intensità oltremondana: sarà protagonista anche nel film di Steven Spielberg, due anni dopo, A.I. Intelligenza Artificiale. In ogni caso, il talento di essere ‘altro’.

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L’esperto del “Guardian”, Scott Tobias, ci mette in guardia: Il sesto senso ha avuto successo perché “era – e resta – un film inclassificabile. Architettato come un film horror… potrebbe essere letto come la risposta americana a Il cielo sopra Berlino, con Bruce Willis che assume il ruolo di Bruno Ganz, l’angelo che ammira – e a volte allevia – le tristi e solitarie vite dei mortali”. Non esageriamo. Il cielo sopra Berlino non è un film, ma una agnizione in cui il genio del regista si mescola al ‘parlato’ di Peter Handke. Non c’è azione, ma destino e desiderio. Quando guardi Il sesto senso, non contempli: vuoi vedere come va a finire.

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Il finale ‘con rivoluzione copernicana’ è una scelta narrativa rischiosa, meravigliosa. L’ultima frase, l’ultimo fotogramma, ad azione conclusa, ti obbliga a rileggere dal principio il film, con una prospettiva a testa in giù. La prima visione è dettata dall’affanno – la seconda da un proficuo senso di nostalgia.

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Incredibilmente, Il sesto senso fu un successo clamoroso ‘al botteghino’, resistendo come uno dei film che ha incassato di più nella storia del cinema recente. A Hollywood ottiene sei nomination nelle categorie più importanti – film, regia, sceneggiatura, attori – ma quello è l’anno di American Beauty e di Kevin Spacey e di Pedro Almodóvar, che stupisce con Tutto su mia madre.

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La formula fu semplice, efficace. Il bambino che parla con i morti. L’idea che i morti siano ancora tra noi, in attesa di risolvere quel rimorso, all’inseguimento di quel rancore, di quella malinconia. Il bambino. I morti. L’associazione è deflagrante. D’altronde, perché si danno i bambini ai nonni? Perché l’alba della vita si conferma nel tramonto, perché chi muore si consegna a chi deve vivere. Chi vive, semplicemente, è preda della vita.

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Tutto è già nella descrizione di Dante: chi non plana in Dio – cioè, ha concluso la propria identità, interpretandola pienamente – chiede, con conficcata ossessione, come si sta di là?, come stanno i miei?, che cosa pensano di me?, qualcuno si ricorda ancora chi sono?

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Basta domandarsi: con che forza i morti agiscono nella vita? Fino a che punto i vostri gesti sono l’egida di un padre morto tragicamente, di un nonno che vi raccontava la sua vita, di una ulcera che ancora vibra, fosforescente, nell’al di là? I morti, in qualche modo, tengono in vita i vivi: la nostra vita è la risposta a una eredità. Quando questo legame si scioglie, i vivi sono morti in vita, non hanno passato, non fecondano futuro. Potrebbero uccidersi. Solo i ‘folli di Dio’ possono permettersi di non avere padri: il loro vuoto è garanzia di una confidenza più arcuata.

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Dovremo esercitarci a parlare con i morti, a placarne il morso, a dirimere le loro mani in gioia.

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Marina Cvetaeva sentiva il morto sulla spalla destra – a volte mangiano al nostro stesso tavolo, i morti. Non è una questione di benevolenza – cosa sono bene e male nell’altra vita? – ma di ostinazione.

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Per questo, il successo de Il sesto senso non è poi “impossibile da definire”, come scrivono i giornali anglofoni. C’è il bambino. E ci sono i morti. C’è tutto. (d.b.)