Il romanzo di Antonio Scurati su Mussolini? Pieno di strafalcioni storici (e lo scrittore non sa neanche la differenza tra Cuneo e Torino…)

Posted on Nov 15, 2018, 1:22 pm
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L’articolo su Linkiesta del 23 ottobre scorso mi trova concorde circa le riflessioni avanzate sul libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, 2018) di Antonio Scurati. Condivido l’idea principale dell’antifascismo come «sentimento assoluto», ma non quella che esso debba essere svincolato dal regime politico instaurato da Benito Mussolini. Con l’introduzione delle leggi «fascistissime», egli dispose infatti lo scioglimento dei partiti politici e delle organizzazioni sindacali, abolì la libertà di stampa e sottopose l’istituto parlamentare all’esecutivo. Una serie di provvedimenti che, oltre a ricordare l’infausto regime fascista, devono essere valutati nella loro dimensione storica e respinti per garantire la tenuta delle istituzioni democratiche e repubblicane. L’Autore dell’articolo centra il bersaglio quando afferma che la società italiana «sta lentamente scivolando verso l’indifferenza» per il disinteresse degli storici, che fino ad oggi non hanno assunto alcuna posizione verso il romanzo storico di Antonio Scurati. Una propaganda ben orchestrata dei mass media ha trasformato un romanzo pieno di stravaganze storiche in un best seller segnalato in termini negativi da Ernesto Galli della Loggia per l’incapacità dell’autore «di orientarsi nella storia culturale italiana della prima metà del Novecento» e per la mancanza di «alcuni punti riferimento essenziali» (Corriere della Sera, 14 ottobre 2018).

L’Autore colloca il suo sistema narrativo negli anni compresi tra la costituzione dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919) e l’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) con le devastanti conseguenze sullo scenario politico fascista. Ma commette una serie di errori, che inficiano la narrazione storica e presentano un quadro distorto delle vicende in cui si trovano ad operare Benito Mussolini e i personaggi vicini e lontani al suo entourage politico. La lunghezza del romanzo non può giustificare la presenza di errori storici, imputabili alla fretta dell’autore di pubblicare il libro, ma anche alla «mancanza di editing», come ha sottolineato Galli della Loggia sul quotidiano milanese.

Per un errore di impaginazione la parte intitolata «Benito Mussolini Milano, 1 gennaio 1920» (pp. 168-171) si ritrova nel 1919: una semplice svista che apre il secondo anno di narrazione e chiude il primo su cui mi sono dilungato nel mio articolo su l’Avanti! (29 ottobre) e sulla mia lettera pubblicata su Dagospia (2 novembre). Quella parte è racchiusa dall’autore nel famoso articolo «Navigare necesse» (Il Popolo d’Italia, 1° gennaio 1920, poi in B. Mussolini, Scritti e discorsi. La rivoluzione fascista (23 marzo 1919 – 28 ottobre 1922), Hoepli, Milano 1934, pp. 51-54), da cui l’autore trae ispirazione per presentare Mussolini e i suoi rapporti con Gabriele D’Annunzio. Nell’articolo il futuro duce non fece alcun accenno a Keynes e neppure a Gesù e a Marx e ai loro «cristianesimi» (Scurati, p. 170; Mussolini, pp. 51-54). Egli non affermò la necessità «di essere contro tutte le chiese, le fedi, le speranze di salvezza (Scurati, p. 170), ma condannò quelle «due religioni» che identificò nella centrale moscovita e nel Vaticano.

Nelle quattro pagine l’Autore stordisce il lettore con le sue continue ripetizioni: «Bisogna navigare, sempre, è necessario» (p. 169) con reiterati e ossessivi riferimenti nel prosieguo della narrazione «Navigare sì, sempre, ma navigare a vista» (Scurati, p. 170), «Bisogna navigare, navigare a vista», «Navigare è necessario. Il futuro è sul mare, il naufragio ci attende» (Scurati, p. 171). La conclusione, tratta dall’articolo di Mussolini, non è chiarita dall’Autore, il quale non collega il suo attendismo tattico alle eresie prima individuate nei «due Vaticani» di Roma e di Mosca, là dove poi conclude che bisogna navigare «anche contro corrente. Anche contro il gregge. Anche se il naufragio attende i portatori solitari e orgogliosi della nostra eresia» (Mussolini, p. 54).

Le parti dedicate a «Gabriele D’Annunzio Fiume, 18 marzo 1920» (pp. 175-179) e a «Margherita Sarfatti, Milano primavera 1920» (pp. 181-184) presentano un quadro semplicistico e per alcuni aspetti distorto delle vicende che ruotano intorno ai due personaggi e ai loro rapporti con Mussolini. Esse si aprono con il riferimento ad Alceste De Ambris (1874-1934) – «chiamato dal Comandante a inizio d’anno come suo capo di gabinetto» – e alla consegna del «disegno di carta costituzionale il 18 marzo del millenovecentoventi» (p. 175). In realtà la «chiamata» di D’Annunzio avvenne il 21 dicembre 1919 con una lettera a De Ambris, ignorata dall’Autore e pubblicata da Renzo De Felice nel volume Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio De Ambris-D’Annunzio (Morcelliana, Brescia 1966, pp. 159-160). Sul «Disegno di costituzione» (non «disegno di carta costituzionale»), l’Autore non ricorda «la genesi e lo sviluppo» degli articoli in esso contemplati e ignora le «lunghe conversazioni» tra D’Annunzio e De Ambris che – prima della consegna del testo – aveva trascorso più volte vari soggiorni a Fiume, dopo avere difeso l’impresa del poeta pescarese (cfr. Il Popolo d’Italia, 21 ottobre 1919). Le date del soggiorno di De Ambris, non specificate dal volume di De Felice, sono precisate da un giovane ricercatore, che ricostruisce i suoi vari soggiorni come quelli dell’8 novembre e di «fine novembre» 1919 sulla base di un’attenta consultazione della stampa coeva e della lettura delle Note per un opuscolo Fiume (un tentativo di rinnovamento incompreso e vilipeso), scritto nel 1934 e rimasto inedito (cfr. E. Serventi Longhi, Alceste De Ambris. L’utopia concreta di un rivoluzionario sindacalista, FrancoAngeli, Milano 2011, p. 133 e p. 134).

ScuratiNel «Disegno di costituzione», rimaneggiato (p. 176) da D’Annunzio e diventato Carta del Carnaro nell’agosto 1920 ed emanato dopo varie modifiche il 12 settembre (Scurati, p. 297), l’Autore attinge a piene mani e riprende i vari articoli senza l’uso delle virgolette, necessarie anche in un romanzo, i cui rinvii documentali sono la premessa necessaria per la serietà di qualsiasi lavoro storico. Il motivo per cui D’Annunzio riscrive il testo «ogni giorno» dalla data della consegna sfugge a Scurati, che lo riduce sic et simpliciter ad una questione formale di stile (precisa l’autore: «In fondo è un poeta, per uno come lui lo stile è tutto», ossia ad un tentativo di trasformarlo in una «lingua aulica e oracolare» (Scurati, p. 177). Più acuto il pensiero di Angelo Tasca – considerato in modo erroneo da Scurati un «rampollo di una famiglia della borghesia torinese» (p. 186) – là dove dice che «D’Annunzio è un poeta e i poeti sono talvolta prigionieri dei loro sogni» (A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, a cura di Sergio Soave, La Nuova Italia, Firenze 1995, p. 185). Ma, al di là dei due differenti giudizi, rimane lo strafalcione storico di considerare Tasca un rampollo dell’alta borghesia torinese, quando egli nacque a Moretta in provincia di Cuneo da una famiglia operaia (il padre era un semplice manovale delle ferrovie dello Stato): si veda la biografia di Alexander J. De Grand su Angelo Tasca. Un politico scomodo, Franco Angeli, Milano 1985. Il ritardo della rielaborazione poetica da parte di D’Annunzio non riguarda l’aspetto letterario, ma investe la reazione dei suoi adepti, insoddisfatti dalla costituzione di De Ambris e contrari ad un sistema democratico: gruppi di legionari minacciarono addirittura di abbandonare il Vate (cfr. La Carta del Carnaro nei testi di Alceste De Ambris e di Gabriele d’Annunzio, a cura di Renzo De Felice, il Mulino, Bologna 1974, p. 20).

Il telegramma di Enrico Flores a Nitti, inviato da Milano il 19 aprile 1920, è copiato dal volume Mussolini il rivoluzionario 1883-1920 (Einaudi, Torino 1965, p. 592), ma è presentato come una «telefonata» (Scurati, p. 191). Non si comprende inoltre perché mai l’Autore sopprima il passaggio che riguarda l’invito dei Fasci di Combattimento ai partiti liberale e radicale per «reagire di accordo» alle «attuali agitazioni» (R. De Felice, p. 592 e nota 3, Scurati, pp. 190-191). L’altro telegramma del medesimo giorno, ripreso sempre dal volume del De Felice (p. 592), viene riportato in modo erroneo da Scurati, che confonde la presentazione dello storico reatino con il contenuto del telegramma, di cui omette la parte più interessante relativa alla richiesta di denaro agli industriali del circondario di Monza da parte di un emissario («un generale in pensione») dei Fasci di combattimento in cambio di protezione.

La caduta definitiva del governo Nitti (10 giugno 1920) e il ritorno al potere di Giolitti aprì uno scenario nuovo che l’Autore cerca di delineare nella parte dedicata agli «eventi fiumani» del medesimo anno (Scurati, pp. 209-213, pp. 272-275 e pp. 290-298). Emerge un quadro semplicistico con riferimenti inutili come la notizia della malattia venerea del poeta Giovanni Comisso (p. 213), la descrizione dei baffi di Alceste De Ambris (p. 272) o il ruolo da scribacchino di Umberto Fascanelli (p. 273), attivi in una città come Fiume divisa tra i postriboli cittadini e le feste di San Vito e di Natale (p. 209 e p. 211).

La parte sul scrittore belga Léon Kochnitzky (1892-1965), autore di un volumetto elogiativo su D’Annunzio (Bruxelles 1921), è disordinata e non chiarisce il suo ruolo nell’impresa fiumana. Il musicista di origine ebraica condivise per breve tempo questa esperienza come responsabile dell’Ufficio Relazioni Esteriori e promotore della Lega di Fiume: un progetto che egli ideò per riscattare i popoli oppressi contro l’ordine stabilito dalla Società delle Nazioni. Ma non può essere definito «un giovane… di modesto talento ma di grandi ideali», la cui attività «si riduce alla tessitura di piccoli, oscuri intrighi balcanici» (p. 210). Kochnitzky pubblicò un interessante volte La quinta stagione o I Centauri di Fiume (Zanichelli, Bologna 1922), in cui chiarì molte questioni connesse alla vicenda fiumana. Ne era convinto anche Renzo De Felice, che gli attribuì il merito di avere chiarito i rapporti non sempre idilliaci tra D’Annunzio e De Ambris (R. De Felice, Sindacalismo rivoluzionario… cit., p. 68), e ne è convinta L. Hughes-Hallet che nella biografia di Gabriele d’Annunzio… (Rizzoli, Milano 2014, p. 425, pp. 446-447 e sgg.) chiarisce il clima in cui si svolse e maturò l’impresa di Fiume, ma anche l’entusiasmo con cui il giovane belga vi partecipò a partire dalla fine dell’ottobre 1919 (p. 459).

Caratteristica la ricostruzione degli episodi collegati ad Amerigo Dùmini e avvenuti a Montespertoli l’11 ottobre 1920, là dove persino il titolo è tratto da un articolo di Giacinto Reale, reperibile sul sito internet www.ereticamente.net. Qui Scurati raggiunge il culmine del semplicismo storico, laddove trasforma «La bandiera rossa sventola» nell’incipit «La bandiera rossa pende floscia all’asta del palazzo comunale»: copia il riferimento a «un grosso bandierone rosso» che «è la prima conseguenza della vittoria socialista alle elezioni comunali», ripreso e diventato nel libro «un enorme bandierone rosso» con «la vittoria dei socialisti è stata schiacciante» (Scurati, p. 233). Nell’articolo di Giacinto Reale si ritrova descritto il ruolo del camorrista Gennaro Abbatemaggio, l’arrivo di Arrigo Dùmini con gli altri tre fascisti (Bruno Frullini, Attilio Paoli e Giacinto Fani), il cui scopo – come sarà precisato più tardi da Frullini nel suo Squadrismo fiorentino, prefazione di Alessandro Pavolini, Firenze 1933, p. 39) – «era quello di imporre ai trionfanti pussisti … di inalberare anziché il cencio rosso la gloriosa bandiera italiana». Il tutto viene riproposto in modo disordinato da Scurati, che ricorre alla descrizione della biografia malavitosa di Abbatemaggio (pp. 233-234) con il ricorso ad un altro sito. Lo scrittore ignora così la ricca bibliografia sul camorrista napoletano e sugli intrecci malavitosi con Dùmini, che va dal vecchio libro di Luigi Guidotti ai più recenti di Gigi Di Fiore e di John Dickie. Strano che uno scrittore, il quale si dichiari antifascista negli inviti televisivi seguiti alla pubblicazione del volume, senta la necessità di attingere da siti “destrorsi” e di non rendere chiaro il suo pensiero su argomenti e personaggi connessi agli anni più oscuri della storia d’Italia.

Nunzio Dell’Erba