Il libro dei libri. “Il ramo d’oro” di James Frazer, un inesauribile palazzo di storie

Posted on Agosto 01, 2020, 6:47 am
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Uno dei libri fondamentali del secolo ha al centro l’Italia, Nemi, “il sacro bosco e il santuario di Diana Namorensis, la Diana del Bosco”, sui Colli Albani. Me lo ha ricordato Aurelio Picca, di recente, che in quei dintorni ha ambientato il suo ultimo romanzo. La scena fondamentale su cui si apre quel libro è micidiale, possente, pare un romanzo, appunto. “In questo bosco sacro cresceva un albero intorno a cui, in ogni momento del giorno, e probabilmente anche a notte inoltrata, si poteva vedere aggirarsi una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno come se temesse a ogni istante di essere assalito da qualche nemico. Quest’uomo era un sacerdote e un omicida; e quegli da cui si guardava doveva prima o poi trucidarlo e ottenere il sacerdozio in sua vece. Era questa la regola del santuario. Un candidato al sacerdozio poteva prenderne l’ufficio uccidendo il sacerdote, e avendolo ucciso, restava in carica finché non fosse stato uccido a sua volta da uno più forte e astuto di lui”.

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Il ramo d’oro va letto insieme al Tramonto dell’Occidente. Oswald Spengler dichiara la fine di un mondo, il nostro; James G. Frazer disseppellisce il selvaggio sotto un Tamigi di parrucche vittoriane, narra il rito di sangue all’origine della didattica parlamentare, la lotta che precede l’oratoria. Scozzese nato a Glasgow, il papà era chimico, nel 1854, svolse l’accademia al Trinity College, fu un avventuriero nella disciplina antropologica, cominciò a pubblicare il suo libro assoluto nel 1890, entro il 1915 terminò l’opera, in dodici volumi, nel 1922 ne realizzò una edizione abbreviata, per tutti. Sapeva scrivere, il Frazer, per questo il suo libro, di fatto, è uno straordinario repertorio di miti, una camera delle meraviglie, un viaggio irto di pericoli. Infine, una raccolta di fiabe cruente – nel 1924, in effetti, Lady Frazer, Elizabeth Grove, tradusse gli studi del marito in un libro per bambini, The Leaves from the Golden Bough.

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L’indole di Frazer – che cerca la continuità del rito in diversi contesti storici e mitici, con la scioltezza del romanziere – è chiara fin da subito. Il titolo del libro, Il ramo d’oro, si riferisce a un quadro di Turner del 1834 – “la scena del quadro, tutta soffusa da quella aurea luminescenza d’immaginazione con cui la divina mente del Turner impregnava e trasfigurava i più begli aspetti della natura, è la visione di un sogno” – che riproduce un brano del sesto libro dell’Eneide. Enea può scendere agli inferi impossessandosi di “un ramo, d’oro… sacro all’infera Giunone” che si trova “entro un albero ombroso”. Arte figurativa e poesia sono per Frazer elementi necessari come i reperti storici, i dati archeologici, la mitografia.

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Il ramo d’oro ha influenzato mezza letteratura inglese, da William B. Yeats a Joyce, da D.H. Lawrence a H.P. Lovecraft. James Frazer aveva uno sguardo ipnotico, severo: restò un insigne accademico. Era, cioè, un vittoriano – eventualmente un cittadino di Edoardo VII –, un uomo che credeva nel progresso, per lo meno degli intelletti, che non voleva scarcerare il Minotauro né togliere la museruola alla bestia che soggiace alle istituzioni europee, come avrebbe desiderato Joseph Conrad. Gli omaggi più sinceri li ha ricevuto da Thomas S. Eliot: fu Il ramo d’oro a suggerirgli la composizione della Terra desolata. Il poeta rimarca il rapporto con lo studioso in una nota: “Ho un debito generale nei confronti di un’opera di antropologia che ha esercitato un profondo influsso sulla nostra generazione; mi riferisco a The Golden Bough di Frazer”.

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Dagli anni Trenta, Ludwig Wittgenstein comincia a scrivere alcune Note sul “Ramo d’oro” di Frazer di tersa ferocia. “Il modo in cui Frazer rappresenta le concezioni magiche e religiose degli uomini è insoddisfacente perché le fa apparire come erroriFrazer è molto più selvaggio della maggioranza dei suoi selvaggi, perché questi non potranno essere così distanti dalla comprensione di un fatto spirituale quanto lo è un inglese del ventesimo secolo. Le sue spiegazioni delle usanze primitive sono molto più rozze del senso di quelle usanze stesse”. Nella sostanza, Wittgenstein ha ragione: Frazer non intende mutare una cattedra in tenda né tatuarsi il serpente in spirale sulla schiena. Eppure, pecca di verve polemica. In un capitolo del Ramo d’oro, “Quel che dobbiamo ai selvaggi”, Frazer è chiaro: “Il disprezzo, il ridicolo, la ripugnanza e il biasimo sono troppo spesso il solo riconoscimento concesso al selvaggio e ai suoi costumi… ma in fin dei conti, le nostre somiglianze con i selvaggi sono ben più numerose delle differenze… Noi siamo come gli eredi di una fortuna tramandata da tanti secoli che si è persa la memoria di quelli che l’hanno costruita”. Un anno dopo la prima pubblicazione del Ramo d’oro, Paul Gauguin parte per Tahiti, inseguendo l’estro del ‘buon selvaggio’; l’anno prima Robert Louis Stevenson era sbarcato alle Samoa.

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Frazer continua ad avere un potere ipnotico, cioè poetico. La rassegna dei miti e dei riti, che rastrella la meraviglia, è un’atletica dell’immaginazione. Qui, ad esempio, sul potere magico sul vento: “Gli stregoni della Terra del Fuoco gettano contro il vento delle conchiglie per farlo cadere. Gli indigeni dell’isola di Bibili, presso la Nuova Guinea, hanno fama di produrre il vento soffiando con la bocca… in Scozia le streghe solevano far alzare il vento, immergendo un cencio d’acqua nell’acqua e sbattendolo tre volte contro una pietra… In Groenlandia si crede che una donna incinta, per qualche tempo dopo il parto, abbia il potere di quietare le tempeste… L’arte di legare il vento in tre nodi, cosicché più nodi si sciolgano e più forte soffierà il vento, è stata attribuita agli stregoni della Lapponia e alle streghe dello Shetland, di Lewis e dell’isola di Man”. Un viaggio folle, avventato, nei venti, appunto, tra civiltà sorte in un sussurro, stabilite in un incantesimo.

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Ora che tutto è svelato, non più iniziati a nulla, le nostre iniziative restano superficiali: potremmo vivere un secolo, perfino due, con gloria scientifica, ma senza senso. L’albero ci è ignoto, dell’erba ignoriamo il sapore e il veleno, nessuno, a notte, vaga imitando le gesta del cormorano o l’enfasi del lupo – nessuno si lascia immergere in un fiume credendo così di riemergere rinnovato. Chi vede gli angeli, chi compara l’immobilità della lucertola al dito vendicativo di un dio, chi sa far scaturire la scala del Paradiso dal proprio ombelico, chi raccoglie una storia che unisca serpe e calura, mare e fervore?

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Per carità, Il ramo d’oro avrà perso l’autorevolezza ‘scientifica’, gli studi antropologici ‘evolvono’, come il nostro sguardo sulle civiltà d’altrove. Eppure, questo libro resta un bacino potente di ispirazioni, ci colloca nell’arcano, a un passo dal sacro, dov’era comunione con le cose – crudele, è chiaro, perché il patto s’imputa in sangue – e non demandata sopraffazione. Penso, ad esempio, al capitolo sul “Tabù di parole”, necessario per chi pratica il verbo. “Il selvaggio non sa distingue chiaramente tra le parole e le cose e crede quindi comunemente che la relazione tra il nome e la persona o la cosa denominata non sia un’associazione puramente arbitraria e ideale, ma un legame reale e sostanziale che li unisce in tal modo che la magia può agire sull’uomo per mezzo del suo nome”. Da qui, la necessità di mascherare il proprio nome autentico, segreto, con altri, ulteriori: “Fra le tribù dell’Africa centrale ogni uomo, donna o bambino possiede, oltre un nome personale che è d’uso comune, un nome sacro e segreto, che gli è stato imposto dagli anziani poco dopo la nascita e che è conosciuto soltanto dai membri del gruppo completamente iniziati”. Allo stesso modo, dai Mongoli ai Tuareg, dagli Ainu giapponesi agli abitanti del Borneo e del Madagascar, è viva “una avversione nel ripetere i nomi dei morti”. Il nome del morto va custodito nell’amuleto del ricordo: ripeterlo significa riportarlo in vita. Ho amato la tradizione “di certe tribù australiane” per cui “il cambiamento del nome è permanente”. Il nome, cioè, traccia l’istante del mio destino: ogni evento di spicco – ogni incidente – è sancito dal cambio del nome. Come se il nome fosse un tatuaggio. D’altra parte, la tradizione di far indossare ai figli il nome dei nonni o di certi personaggi biblici significa, pur inconsciamente, tentare di orientare la sorte, fare di una vita una promessa, uno slancio.

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Morì nel 1941, il Frazer, ormai del tutto cieco – poche ore dopo lo seguì la moglie, a dire, forse, di un legame definitivo. Sono sepolti insieme, i Frazer. Le lettere sulla lapide sono quasi invisibili, appena un sussurro, sulla pietra, neppure un nome. (d.b.)