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“Io? Io credo al metodo scientifico, ne vado fiero, mi fa sentire contemporaneo, più illuminato che oscurantista; confidare nella scienza mi fa sentire intelligente”. Leggendo la Biblioteca Scientifica Adelphi

Giuseppe Trautteur, l’eminenza grigia della collana rossa della Biblioteca Scientifica di Adelphi, lascia a chi legge la decisione sul libero arbitrio come illusione o no e d’altronde, se lo fosse, niente cambierebbe il crederlo tale o meno: la verità per esserlo non ha bisogno di essere reputata vera. Sono le credenze acambiare il mondo, quello sociale almeno, ma se è tutto determinato significa che anche il cambiamento sociale non è un cambiamento ma è l’avveramento di quello che doveva succedere. Continuando per questa china non so se si entra più in un testo di Severino o in una tana del Bianconiglio.

Per voler parlare di libertà bisogna amarla, si parla solo di quel che si ama amandolo talvolta al punto da odiarla con tutto sé stessi. A me piace parlare di libertà e non ne parlo mai, nessuno ne vuole parlare, la libertà è data per ovvia e come non si parla dell’aria che respiriamo non si parla della libertà, eppure dovremmo parlare dell’aria che respiriamo, di quel che le sta accadendo, di chi inquinandola ci inquina, allo stesso modo dovremmo parlare della libertà, certo indicando subito la differenza: l’aria, quella mescola che chiamiamo aria, esiste; la libertà resta da verificare.

Il bellissimo gioco dei paradossi: sono io che sto scegliendo di scrivere i miei pensieri sul libro Il prigioniero libero di Giuseppe Trautteur o non potevo che scriverne? Lo stesso Tratteur può dire “la scelta è mia, mi appartiene” o tutto (ma tutto cosa?) ha congiurato da sempre (cosa si intende per sempre) perché giunto al determinato punto nel tempo non potesse fare altro che scriverlo? Il paradosso sfida la mente che la formula, ancora di più: sfida il linguaggio che la mente ha saputo formulare fino a quel punto. Perciò la domanda sulla libertà è una domanda della letteratura: se c’è, il linguaggio può dirla? E se anche non ci fosse, il linguaggio può dirla comunque, facendo come se ci fosse eccome?

Per me così digiuno delle competenze specifiche certe parole e definizioni sono altrettante titillazioni organolettiche: i riflessi spinali, il mind-wandering, le macchine biologiche… Ma quando leggo che la posta in gioco è la possibilità della “non esistenza del libero arbitrio” mi sento interpellato, mi tocca da vicino. Non è che si metta in dubbio la mia libertà: si afferma la sua impossibilità di fatto. Prima dei facili allarmismi, delle ripicche teatrali, dei rissosi “Te lo faccio vedere io se sono libero o no!”, avere il coraggio di porsi la vertiginosa domanda dell’e-se-poi: – “Se non posso essere libero, cosa sono e perché lo sono,continuo a esserlo?” Ancora di più occorre vincere la nausea al pensiero che qualsiasi domanda tu credi di star ponendo non sei tu a porla ma è lei a porsi tramite te. Che ogni risposta è l’unica risposta che era previsto tu potessi illuderti di stare avendo o non avendo.

Siamo già costretti a poterci dire solo tramite il linguaggio che c’è, lo sappiamo, ce n’è una spia anche nel primo capitolo de Il prigioniero libero, Scelte, quando si legge “Sul problema della libertà esiste una letteratura di portata amazzonica”: per quanto varrà ancora utilizzare l’aggettivo amazzonico per dare un senso di sterminatezza? Trautteur è classe ’36, appartiene all’epoca in cui dire Amazzonia significava poter dire immisurabile, immenso, ma ora che si va avanti da anni con disboscamenti selvaggi al punto che persino un papa ha sentito il bisogno di farci un sinodo in merito, quanto manca prima che dire portata amazzonica valga quanto un partire in quarta ossia diventi una immagine che non mostra più nulla di reale? Trautter ha scelto lui di scrivere portata amazzonica o l’Amazzonia che c’è sempre meno era ormai troppodefinitivamente dentro di lui per essere riportata fuori e valutata prima di essere ri-messa per iscritto?

I dilemmi sul libero arbitrio valgono quanto i crudeli enigmi escogitati nella serie di film horror di Saw sotto il franchising di Wan e Whannell: ti trovi davanti a uno scambio ferroviario, c’è un treno in arrivo, se non azioni la leva davanti a te il treno investirà i cinque uomini legati alla traversine del tratto previsto, se azioni la leva il treno investirà l’unico uomo legato alle traversine sul tratto su cui lo dirotterai: che fai? cosa sei libero di fare? Insomma, con il tuo atto libero di quale responsabilità ti stai caricando? A me verrebbe voglia innanzitutto di urlare: intanto, come ci sono arrivato io davanti a uno scambio ferroviario? E chi è il criminale che ha legato quegli uomini al binario del treno? Sicuri sicuri che non faccio a tempo a dirottare il treno slegando l’unico uomo legato prima che sia troppo tardi? E l’opzione di avere un bazooka per sparare contro il treno così blocco direttamente lui e quelli legati alle traversine li salvo tutti non è data? Il punto è che se la libertà non esiste la domanda su noi stessi non esiste e insomma sarebbe più che una disgrazia: sarebbe una noia mortale.

Magritte, Sulla soglia della libertà (1930)

Se la libertà non esiste la responsabilità personale non esiste e dunque: o esistono le leggi fisiche universali o le leggi umane che si aggiornano di approssimazione in approssimazione verso la massima equità e ragionevolezza possibile. Se chi uccide non poteva che uccidere l’ucciso il quale a sua volta non poteva che essere ucciso, c’è un ribaltamento logico: è l’uccisore che diventa la vittima dell’ucciso, il quale ucciso, se non fosse esistito, non avrebbe implicato che l’uccisore lo uccidesse. Se tutto è dovuto, l’ucciso è colui che trascina l’uccisore a ucciderlo. Però Trautteur rassicura: gli esperimenti sono ancora in corso e gli addetti ai lavori sono tutti avveduti, se anche si avesse l’evidenza che la libertà non esiste continueremo a fare in società come se esistesse perché se la libertà non esiste è la fine dei giochi mentre noi vogliamo continuare a giocare.

La continua tentazione di riportare a noi la scelta, di essere noi a decidere qualche parte attoriale recitare: se la libertà non esiste non avremo mica la libertà di deciderlo noi di non farlo sapere, di non far trapelare le implicazioni, di non sottoporre il modo umano alla sua prossima apocalisse. Gli umani, in questo scenario, non possono decidere: possono solo attendere che quel che è stato deciso una volta e per sempre accada. Perché si possa aspettare occorre però che prima passi il tempo. Prima ancora, però, andrebbe stabilito per il tempo quello che va stabilito per la libertà: il tempo tutti lo conoscono e nessuno l’ha visto.

Capitolo III, Determinismo e prevedibilità: “Se, in un esperimento di fotoni entangled, l’osservatore nella posizione prossima misura spin +1, è determinato che l’osservato nella posizione distale misurerà spin -1; e viceversa.” Che hybris leggere queste constatazioni scientifiche come fossero sussurri dell’oracolo, ragionare mancando della formazione necessaria per apprezzare appieno le implicazioni delle più recenti e avanzate delle sperimentazioni. In cosa mi distinguo da chi crede basti essere in possesso di una tastiera e di un abbonamento dati per sentirsi in diritto di affermare cosa c’è dentro un vaccino, chi c’è dietro alla diffusione di un virus pandemico, cosa c’è sopra e sotto la Terra Piatta? Ma se a pagina 61 leggo la domanda “E se sì, questo potere dell’uomo libero cosa implica per l’Universo?” non posso fare a meno di intenderla come posta anche e proprio a me, in quanto esemplare di specie, ecco.

Il sobrio uomo di scienza sa che le domande interessanti sono fondamentali, cioè potenzialmente rifondano e distruggono il mondo per come lo si è esperito fin qui. Il bivio è chiaro: o esiste la libertà, e dunque l’uomo modifica un universo governato da leggi fisiche, trascendendo quelle leggi fisiche, ponendosi dunque al di fuori del mondo fisico, o esiste appunto il mondo fisico per come è scientificamente conoscibile e dunque l’uomo è un fatto fisico tra gli altri atti fisici, con in più l’illusione niente male di potersi sentire direttore delle sue scelte e non diretto verso di quelle fin da prima, o sentendosi direttrice se donna e non è Beatrice Venezi.

Io? Io credo al metodo scientifico, ne vado fiero, mi fa sentire contemporaneo, più illuminato che oscurantista; confidare nella scienza mi fa sentire intelligente. Mi sento pure libero, però, voglio sentirmi libero, associo il mio valore alla libertà. Se pensassi, se giungessi alla conclusione logica dettata dalle evidenze scientifiche, che la libertà nel nostro universo fisico non è possibile, lo contraddice, sentirei messo in crisi il mio valore. La stessa crisi che toccò agli umani prima di me quando scoprirono che il nostro pianeta non è al centro di niente? Non siamo al centro della nostra galassia e la nostra galassia non è al centro dell’universo e l’universo non ha un centro. Vogliamo fargliene un torto se ai nostri antenati di allora tremò sotto i piedi la Terra che ruota continuamente su sé stessa a una velocità di 1668 km/h senza che ce ne si possa accorgere e meno male? Di fronte alla scienza sto come i demoni davanti a Dio secondo Dostoevskij: ho fede, ma tremo.

La riserva indiana della libertà la presidia dal 1853 Bartleby lo scrivano con la sua risposta resistenziale “Preferisco di no.” È la noluntà ostativa. Detta in breve e come in una sceneggiatura per un blockbuster statunitense: hanno messo a dei pazienti degli elettrodi nel cervello collegandoli a un misuratore, e leggendo i dati apparsi sul display risulta che nel cervello l’area che si accende quando si fa l’esperienza di star prendendo una decisione si accende dopo che si era già accesa l’area del cervello che dà il comando fisico per prendere quella decisione, ovvero: io credo di star decidendo di muovere una mano ma solo dopo che il cervello ha già emesso l’ordine di muovere la mano. Messa così siamo i burattini di noi stessi o meglio, del cervello che non è un sé ma un’entità fisica sottoposta alle leggi universali. Quindi siamo i burattini di nessuno. Però quando tutto sembra perduto ovvero tutto stabilito prima di noi e al di là di noi ecco cosa ferma tutta la macchina dell’universo: “Preferisco di no”. Avevo deciso di muovere la mano, mi ero illuso di aver deciso io di muoverla, infine non la muovo. Conseguenza da non sottovalutare: se vince la mia libertà, l’universo si ferma. In sintesi: non puoi bloccare un treno in corsa ma un universo sì, puoi bloccarlo. E se bloccare un treno in corsa non è esente da disastri, ciascuno immagini cosa può accadere all’universo se lo si fa piantare di colpo.

“In genere la letteratura critica sembra desiderare che l’esistenza del libero arbitrio sia fondata non solo sull’esperienza interiore, ma anche su qualche evidenza intersoggettiva, in terza persona, neurofisiologica. Ma riesce solo ad enunciare dei risultati contraria ai suoi desideri: modeste litoti, appunto.”

Mi sento assai grato a Giuseppe Trautteur per l’immagine a cui consegna la libertà: una modesta litote. A me fa pensare alla ginestra. Di fronte alla libertà la scienza si trova come di fronte a Dio: non sta alla scienza l’onere della prova della sua esistenza, sta a Dio; dunque sta alla libertà e a chi la esercita. Perché la libertà esista ci deve essere sempre almeno un qualcuno che la faccia esistere.

Antonio Coda

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