“Il popolo ebraico non ha mai smesso di produrre miti”: sia lode, ora, a Martin Buber

Posted on Gennaio 27, 2019, 10:06 am
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Nessuno poteva resistergli. Una parola che incatena il cuore, si diceva. Settembre colmo di vento a Parigi, nel 1960. Paul Celan, il poeta artico ed estremo, s’inchina al cospetto di Martin Buber (1878-1965). Il dialogo è sordo, inutile, e Celan lo blocca nella poesia aspra “La chiusa” (Die Schleuse), raccolta in “Die Niemandsrose”: «Al di sopra di tutto/ questo tuo lutto:/ nessun secondo cielo». Eppure Buber, piuttosto, fu una poderosa diga, e attraverso di lui, che da spiritato dandy byroniano mutò in saggio della montagna, è passata una bella fetta della letteratura in lingua tedesca. Stimolò l’opera di Franz Werfel e di Stefan Zweig, lavorò con Gershom Scholem, Walter Benjamin e Max Brod, nel 1917, sullo Jude, pubblica due racconti di Franz Kafka (ma non ne intercettò l’epocale talento). Si scrive con Hugo von Hofmannsthal, intesse arcuate polemiche con Gandhi, dialoga con Thomas Mann ed Hermann Hesse. La faccio breve: il “rinascimento ebraico” se lo inventa lui, Martin, con sano intuito, un sionista della prima ora (imparate dal compedio “Israele e Palestina. Sion: storia di un’idea”, stampato nel 1950 e riedito da Marietti 1820, Milano 2008) che si scontra con Theodor Herzl perché alla Gerusalemme terrestre preferisce di gran lunga quella celeste. In effetti, pur costretto a rifugiarsi in Israele (il 10 novembre del 1938 una flotta di nazisti gli devasta la casa, razziando circa tremila libri) Buber rimpiangerà sempre la sua Germania, per cui architetta l’opera suprema: la Bibbia trapiantata in lingua tedesca con l’amico Franz Rosenzweig, e terminata in navigazione solitaria (il compagno muore nel 1929), in mezzo alle ostilità (Scholem nel 1961 è di una clamorosa, tragica acutezza: «A chi sarà destinata questa traduzione, su quali soggetti agirà? Dal punto di vista storico, non è più un dono degli ebrei ai tedeschi ma – non è facile per me dire questo – il monumento sepolcrale di un rapporto spentosi nell’orrore»).

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Imbracciando Nietzsche e gonfio di trippa romantica, Buber, l’ebreo in cerca della ebraicità perduta, comincia a radunare le straordinarie “Storie e leggende chassidiche” (Mondadori, Milano 2008; la curatela è di Andreina Lavagetto, la poderosa “Cronologia” di Massimiliano De Villa), con in testa un vanto: «gli ebrei sono forse l’unico popolo che non abbia mai smesso di produrre mito». L’esito primo di questo lavoro vertiginoso è del 1906 (“Le storie di Rabbi Nachman”), l’ultimo, definitivo, del 1949 (“I racconti dei chassidim”): in quarant’anni la qualità dello studioso si raffina, e il furente sguardo poetico, inevitabilmente, si annebbia. L’opera è tutta di Buber, che registra storie malscritte e scalcagnate, e le rimodella da par suo, come uno dei fratelli Grimm: i critici doc, facendo slalom in questa flotta di storielle, scoprono Kafka (ma Franz è uno di quei geni venuti a portare una verità unica e sola, impareggiabile) e un bel po’ di Woody Allen, di certo nel magma s’intinge la penna di Isaac B. Singer, che comunque possedeva informazioni di prima mano (il padre era un maestro della legge). Nei chassidim, cioè tra le truppe dei pii, dei buoni e giusti, che sorgono in Polonia, in pieno Settecento, sotto il carisma di Ysra’èl Bàal Shem, Buber intercetta la via mistica dell’ebraismo, quella che seduce il cuore, la via patetica e sentimentale, così che «scendendo nelle profondità del suo essere l’uomo attraversa tutte le dimensioni del mondo; in se stesso abbatte le barriere che separano mondo da mondo e sfera da sfera; in se stesso trascende i limiti dell’essere creato, li annulla, per scoprire finalmente – senza uscire mai fuori di sé – nel cosiddetto mondo superiore, che Dio è “tutto in tutto”, e che non vi è nulla “al di fuori di Lui”» (G. Scholem, “Le grandi correnti della mistica ebraica”).

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In un mondo cementato dal sacro, i maestri ebrei, un po’ come i monaci zen, usavano le parole come un bastone, per evocare muscolose illuminazioni o tremende umiliazioni. Di fronte a frasi come «Con la gioia la mente diventa stanziale, ma con la malinconia va in esilio», sta a voi farne un salvagente o una corda con cui impiccarvi. Comunque sia, il lavoro monumentale di Buber è stato una mucca dalle poppe mastodontiche, ha dato latte a generazioni di scrittori ebrei, e ancora innaffia le loro belle zucche. Ah, lo straordinario humour ebraico, si mormora nelle metropolitane: beati loro, io ci vedo soltanto una risata sull’abisso schiacciante, con rovi tragici tutto intorno. Sulla faccenda la dice bene il più grande scrittore in lingua ebraica del Novecento, Shmuel Yosef Agnon (1888-1970), antico amico di Buber (fu lui a spalleggiare e ad aiutare Martin nella sua raccolta di leggende chassidiche), che nell’incredibile romanzo “Una storia comune”, del 1935 (ora Adelphi), scrive: «Ai tempi di Hershl erano già stati pubblicati studi e raccolte di leggende dei chassidim, per mostrare la luce che risplende nel chassidismo, ma tali studi e raccolte venivano considerati dai chassidim libri offensivi, e dai modernisti libri umoristici». Il fascino del mondo ebraico (così ben descritto da uno scrittore lieto e affiliato a Buber come Chaim Potok) sta anche nella sua ambigua impermeabilità. È proprio Agnon a dimostrarcelo, quando, nel discorso di accettazione al Nobel, è il 1966, la salma di Buber è ancora fresca ed emana profumo di mandorlo, infilza tra i suoi maestri la Bibbia, il Talmud, i commenti di Rashi, i Poskim e Mosè Maimonide. Poi il Mar Morto, il fiume Giordano e il Muro del Pianto (nelle «notti in cui i miei occhi premono per vedere la terra dell’Unico, che sia benedetto»). Insomma, nessun gentile, nessun romanziere nel carrozzone delle fonti. Eppure, con quieta, struggente coerenza, Agnon parla perfino degli uomini «che ho incontrato lungo la mia vita, ebrei o non ebrei», delle loro storie «che attecchiscono al cuore», e che a volte «straripano nella mia penna». Solo uno scrittore che comprende il proprio ostico, inesorabile compito, che sa chi è, può essere animato da una famelica curiosità; solo nell’esilio scopriamo la nostra origine, come se l’esilio, da sempre, costituisse l’unica grotta dentro cui può lavorare lo scrittore. (Davide Brullo)