10 dicembre 1960. I soloni stoccafisso di Stoccolma coll’ausilio delle loro bilance demotiche e avvalendosi del giudizio di gente giudiziosa (T.S. Eliot) conferiscono il Nobel a Saint-John Perse.

Scelta spasmodica giacché tra i papabili si leggono oggi, aperte le casse preziose delle giurie, i nomi di altri meritevoli mai premiati (Henry de Montherlant, Robert Frost, Robert Graves) e di altri eversivi, che rendono quindi onore all’apertura mentale della giuria (von Doderer, una sorta di Musil blasfemo e che manda odore d’incendio in paradiso; la nobile Blixen; il dio pugnalato Pound). E poi, pari e patta coi rossi si leggono pure i nomi tombali Silone Aragon Moravia, hanno anche loro il contentino della nomination – ma non è fama postuma, quella appartiene a Stendhal.

E delizia delle delizie – profezia per la nomination del futuro Nobel –  Jun’ichiro Tanizaki. (Un suggerimento per Stoccolma, il Macauley Trevelyan che espongono sul sito storico non si scrive così ma Macaulay ed era nipote del miracoloso scrittore whig. Se lo notano gli inglesi, questo strafalcione, vi denunciano per vilipendio linguistico, altro che le seghe mentali dei vostri abusatori nella giuria contemporanea).

Fine della morale. Inizio della favola. Giacché il testo (breve) di Saint-John Perse non si trova nelle raccolte recenti a taglio antologico di Bompiani, lo rimettiamo in giro qui, only for you.

Naturalmente l’originale non vale le traduzioni in inglese o nello pseudo-italiano di qui sotto. Comunque, per una visione articolata di che vuol dire tradurre quel grande Saint-Perse, leggete qui.

Resta da ricordare che la micidiale bibliografia poetica di Saint-John Perse, che conta alcuni testi decisivi, Anabase, Exil, Amers, trattati e tradotti con devozione da gente come Thomas S. Eliot, Giuseppe Ungaretti, Walter Benjamin, Rainer Maria Rilke, ma purtroppo snobbati dal mercato editoriale odierno, comincia proprio 110 anni fa, nel 1909, con il pittoresco e allucinato Images à Crusoé.

Bonne chance,

Andrea Bianchi 

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Stoccolma, 10 dicembre 1960

Ho accettato per fede nella poesia l’onore che le è stato dato qui e che sono ansioso di far risorgere.  Senza di voi la poesia non sarebbe tenuta in alta stima, giacché pare esserci una dissociazione crescente tra attività poetica e società, ché questa è schiava della materia. Il poeta accetta questa separazione, anche se non l’ha chiesta lui. Certo esiste tanto per lui che per lo scienziato, non fosse che quest’ultimo considera le ricadute pratiche della scienza. Ma è il pensiero disinteressato di scienziati e poeti che è onorato, qui. E qui almeno una volta non guardateli come fratelli ostili: stanno esplorando lo stesso abisso, varia solo il loro modo di investigazione. Quando si guardi il dramma della scienza moderna che scopre i suoi limiti razionali nella matematica pura; la fisica, con due dottrine che si scontrano, la teoria generale della relatività e quella dei quanti fatta d’incertezza e indeterminazione, che limiterebbe per sempre persino l’esattezza delle misurazioni fisiche; quando avete sentito dei maggiori innovatori nella scienza del secolo, l’iniziatore della moderna cosmologia che riduce la più vasta sintesi intellettuale ai termini di un’equazione, ebbene quando costui invoca l’intuizione a soccorso della ragione e proclama che “l’immaginazione è il vero terreno dove germoglia la scienza” e poi va avanti a reclamare per lo scienziato una visione artistica: non si è giustificati a considerare il mezzo poetico tanto legittimo quanto quello logico?

In verità, ogni creazione della mente è prima di tutto ‘poetica’ nel senso proprio della parola; e finché esiste un’equivalenza tra i modi della sensibilità e l’intelletto, è la stessa funzione che si esercita al principio nelle imprese del poeta e dello scienziato. Il pensiero discorsivo o l’ellissi poetica – quale dei due viaggi si spinge fino alle più remote regioni e ne ritorna? E da quella prima notte in cui due uomini nati ciechi presero le loro strade, uno equipaggiato coi mezzi scientifici, l’altro soccorso dalla visione delle immagini, chi dei due torna prima e più potentemente acceso da una breve intermittenza luminosa? La risposta non conta. Il mistero è comune, comunque. E la grande avventura della mente poetica non è in alcun modo secondaria rispetto agli avanzamenti, drammatici, della scienza moderna. Gli astronomi sono stati scossi dalla teoria dell’universo in espansione, ma non ve n’è di meno, di espansione, nella morale infinita dentro l’uomo, dentro il suo universo. Finché sono respinte le frontiere della scienza, sopra questo loro arco ben esteso uno sentirà i passi del poeta teso all’inseguimento. Ché se la poesia non è, mi dicono, ‘realtà assoluta’, vi si avvicina però di molto avendo una tensione forte verso la realtà e una percezione profonda di questa, perché la poesia si situa al limite estremo di una cooperazione dove il reale sembra assumere forma dentro di lei. Con analogia e simbolismo, con remote illuminazioni dell’immaginazione che deve mediare, nell’interludio di queste corrispondenze in mille catene di reazioni e curiose associazioni e alla fine con la grazia del linguaggio entro cui lo stesso ritmo vitale è tradotto, il poeta si investe di una surrealtà che non può essere quella scientifica. Conoscete uomo più teso ai contrasti? Che si impegni di più? Ché anche i filosofi stanno abbandonando il reame metafisico – ed è compito del poeta ricongiungerci a questa terra; perciò è proprio lui che si rivela come il celebre “figlio della dea meraviglia”, anche se chi pronunciava queste parole avrebbe avuto i suoi dubbi al riguardo. Ma più che un modo di percezione, la poesia è soprattutto un modo di vivere una vita piena. Il poeta abitava con gli uomini delle caverne. Abiterà tra gli uomini che hanno visto l’atomica perché appartiene all’uomo come parte del tutto. Anche le religioni sono nate dal bisogno di poesia, che è cosa invisibile e tramite questa grazia il divino esplode per sempre dalla pietra focaia in mano umana. Quando svaniscono le mitologie il divino cerca rifugio e forse un proseguimento dentro la poesia. Nel mondo antico chi scoprì il pane fece posto a chi portava le fiaccole – così ora nel dominio dell’ordine sociale e negli immediati bisogni umani l’immaginazione poetica sta ancora a gettar luce sulle fioche passioni delle genti in cerca di uno schiarimento. Guardate l’uomo che passa orgoglioso sotto il carico di tutti i suoi impegni eterni; mentre si muove in questo carnaio umano dove un cosiddetto nuovo umanesimo si apre davanti a lui, carico di vera universalità e interezza per tutti. Fedele al suo compito che è l’esplorazione del mistero umano, la poesia moderna si impegna a cercare una piena integrazione dell’uomo nelle sue parti. Nulla di profetico in stile Pizia. Nulla di pura estetica. Né arte di imbalsamatore né di decoratore. Non fa allevamento di perle, non studia rassomiglianze di emblemi e non si lascia soddisfare da suoni festivi di musica. La poesia si allea con la bellezza, unione suprema, ma non la usa mai come scopo finale o come unico nutrimento. Rifiutando di lasciare divorziare arte e vita, amore da percezione, hai l’azione, la passione, il potere e sempre un’innovazione che estende i confini. Amore è fuoco di cuore e ha per regola l’insurrezione, il suo posto è ovunque, sta in un anticipo. Non vuole né negare né tenere distaccati, non attende benefici dai vantaggi del suo tempo. Legato al suo destino e libero da ogni ideologia, si riconosce uguale alla vita – ed è la sua giustificazione. E con un abbraccio, come una sola grande strofa, afferra passato e futuro nel presente, lo spazio dell’uomo e quello che sta sopra di lui ed è universale. Se vi è oscurità non è per sua natura (deve illuminare!) ma per la notte che esplora, la “notte dell’anima” e per il mistero dove si staglia l’esistenza umana. L’oscurità è bandita dalla sua espressione, che non è meno esatta di quella scientifica.

Perciò con aderenza totale alla realtà il poeta mantiene per noi una relazione col permanente e unitario che esiste. Lezione di ottimismo. Per lui l’intero mondo delle cose è governato da una sola legge di armonia. Nulla può accadere di naturale che ecceda la misura dell’uomo. Le peggiori catastrofi della storia non sono che ritmi stagionali in un più vasto ciclo di ripetizioni e rinnovamenti. E le Furie che attraversano la storia con le torce levate in alto illuminano solo un frammento del lungo processo storico. Civiltà giunte a maturazione non muoiono nella fitta di un autunno: semplicemente, cambiano. L’inerzia non è la sola minaccia. Il poeta è colui che rompe a mezzo le nostre abitudini. E così si trova congiunto alla storia, a dispetto di se stesso. Nessuna parte del dramma dei suoi tempi gli è estranea. Possa darci un assaggio netto della vita in questa grande epoca! Perché tale essa è mentre ci chiama di nuovo per metterci alla prova. E alla fine a chi dovremmo conferire l’onore di appartenere alla nostra epoca? 

“Non aver paura”, dice la Storia levandosi un giorno la sua maschera di violenza e con una mano compie il gesto conciliatorio della divinità asiatica all’acme della danza distruttiva. “Né dubbi né paura, ché il dubbio è sterile, la paura servile. Ascolta invece il battito ritmico che la mia mano impone per un cambio immenso sul grande tema umano nel processo creativo e costante. Che la vita rinunci a sé stessa – falso. Nulla di vivente viene dal nulla né ad esso aspira. Né alcunché sempre mantiene forma o misura sotto l’incessante flusso vitale. La tragedia non è la metamorfosi di per sé. Il vero dramma dell’epoca sta nel divario che si spacca tra uomo temporale ed eterno. Se l’uomo si avvia da un lato soltanto non rimarrà all’oscuro dell’altro sentiero? E la sua maturazione forzata dentro una comunità ma senza aver nulla in comune con questa, non sarà altro che falsità?”.

Sta al vero poeta portare testimonianza tra noi della doppia vocazione dell’uomo. E questo sta per tenere a mente uno specchio più pronto a cogliere le possibilità ‘spirituali’.  Ed evocare in questo nostro secolo una condizione umana più meritevole dell’uomo originale. Infine, portare l’animo collettivo a più stretto contatto con tutte le energie del mondo. Davanti a quella nucleare, il lampo del poeta, questa mano sull’argilla, basterà allo scopo? Sì, se ci ricordiamo dell’argilla.  E perciò basta al poeta essere la cattiva coscienza della sua epoca.

Saint-John Perse