Il più grande poeta inglese di sempre? Petrarca… (lo dicono in UK). Da Shakespeare a Mandel’stam, abbiamo insegnato al mondo occidentale a dire l’amare. Dobbiamo esserne fieri

Posted on Febbraio 25, 2019, 7:32 am
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La leggenda pia non smette di commuovermi. Così la narra Gario Zappi: “Ottanta anni fa, nel lager di transito di Vtoraja Rečka, presso Vladivostok, moriva d’inedia Osip Mandel’štam. Testimoni oculari hanno raccontato che, semiassiderato, rosicchiando zollette di zucchero, se ne stava accovacciato vicino ad un immondezzaio e recitava brani della Divina Commedia e del Canzoniere di Petrarca”. Più specifica la versione narrata da Ryszard Przybylski, critico polacco: “Si sparse la notizia di un poeta che consolava i detenuti cantando le sue traduzioni di Petrarca, vicino al fuoco”. Se il rapporto tra Dante e Mandel’stam è testimoniato dai suoi bellissimi testi ‘danteschi’, quello con Petrarca emerge dal gorgo dei Gulag. Nel luogo dell’orrore, dove l’uomo è disumano, il poeta recita poesie d’amore. Morirà, sappiamo, il poeta – ma è invincibile chi getta parole d’amore tra le fauci dell’oscurità.

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Di Dante, intendo, sappiamo il fascino, inevitabile, esercitato in questo e in altri continenti. Sono testimoniate le letture di Gogol’ e di Goethe, di Ezra Pound e di Thomas S. Eliot, come di Jorge Luis Borges e di Samuel Beckett. Dante, in fondo, è la grande ‘fonte’ della letteratura moderna, per lo più per gli aspetti ‘infernali’ e per la verve ‘politica’ e polemica. Il Novecento è una “selva oscura”, una notte senza termine, un viaggio nella zona selvaggia e terminale della notte. Insieme a Dante, si è lavorato dentro Ulisse – l’apolide sapiente, l’epos di un esilio, la tensione paradisiaca al ritorno – e dentro Don Chisciotte – la follia come unica ragione possibile per comprendere il mondo irragionevole. Petrarca, al contrario, il poeta dei singulti d’amore e dei sibili del desiderio, è cestinato tra gli irritanti, nonostante le fiammate polemiche (“L’avara Babilonia à colmo il sacco/ d’ira di Dio, e di vitii empii et rei…”), più formali che altro.

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Mi è parsa sempre una stupidata. Petrarca è l’icona, si sa, del letterato moderno: uno che scrive lettere ai morti ma tratta coi vivi, che scopre manoscritti perduti, che è intriso d’inquietudine, che non trova un posto dove stare in pace e anela la pace, che usa la letteratura per scavarsi, che brandisce l’amore come errore, come ossessione – è bello giocare coi sensi e coi simboli pensando che la Laura di Petrarca, adorata nel candore, sposa al Marchese Ugo di Sale, sia l’ava trecentesca del Marchese de Sade, che intendeva l’amare come eccitazione degli eccessi.

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Se Dante è granitico, frugale nel vivere, austero nel dettare, Petrarca è un fiume, s’adatta, sperimenta, svia. Scrive – modellando forme e toni – come vive: accetta l’alloro poetico ma reclama la sua libertà politica nella lettera indirizzata ai posteri: “I più grandi monarchi dell’età mia m’ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a loro, né so perché. Questo so, che alcuni di loro parevan piuttosto essere favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che dall’alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l’amore della mia libertà, che da chiunque di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano”.

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Nel mondo inglese un libro uscito un po’ di tempo fa, Petrarch: Everywhere a Wanderer (Reaktion, 2017), firmato da Christopher Celenza, riporta in auge Petrarca e fa parlare di sé. La settimana scorsa la London Review of Books ha pubblicato una articolessa di Charles Nicholl, On the Sixth Day, rifilando l’importanza del poeta nostro: “Dei tre grandi – compresi Boccaccio e Dante, ndr – Petrarca è il più prolifico, il più eclettico, l’indefinibile – e, ai giorni nostri, il meno letto”.

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Il merito di Nicholl, pur nello spazio stretto di un articolo lungo, è quello di dettagliare i legami tra Petrarca e Chaucer, e poi tra Petrarca e la lirica inglese. “La moda di Petrarca cominciò a prendere piede in forma concreta e cospicua dal 1530, sotto Enrico VIII, con i nuovi poeti di corte Henry Howard, Earl of Surrey, Thomas Wyatt”. Il ‘petrarchismo’, come si sa, fonda l’idea di amore in Albione, ha un successo assoluto: “una stretta lista di testi elisabettiani alla Petrarca dovrebbe includere l’Hekatompathia di Watson (1582), Astrophil and Stella di Philip Sidney (scritta nel tardo 1580 e pubblicata postuma, nel 1591), le “Visioni da Petrarca” nel Complaints di Spenser (1591), Delia di Samuel Daniel (1592), Idea’s Mirror di Michael Drayton (1594), Laura di Robert Tofte (1597)”. In forma satirica, si parlava “dell’onesto Petrarca adornato di prato inglese”. Petrarca, per altro, appare, come un bagliore, nel Romeo e Giulietta di Shakespeare (in una battuta di Mercutio a Romeo: Now is he for the numbers that Petrarch flowed in: Laura to his lady was but a kitchen wench). Soprattutto, Petrarca ‘informa’ l’opera poetica di Shakespeare. Non lo diciamo noi, ma gli stalloni d’Albione: “Quanto Shakespeare abbia contribuito al successo del sonetto dal 1590 in poi non è chiaro… i suoi sonetti sono sostanzialmente dei calchi da quelli di Petrarca”. Secondo Jill Levenson, che ha eseguito una esegesi di Romeo e Giulietta, “qui Shakespeare immagina una città in cui tutti mettono in scena l’idioma di Petrarca… i versi sovrabbondano di riferimenti a Petrarca”.

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Il cerchio di chiude. Nel 1946 Giuseppe Ungaretti pubblica 40 sonetti di Shakespeare, che giustifica così nel 1964, all’Unesco: “Sono uno degli ultimi superstiti d’una generazione di poeti europei che tradussero, ciascuno nella propria lingua, i Sonetti di Shakespeare come per afferrarsi a una tavola di salvezza nel naufragio della volontà illusoria di sfida al tempo che dal Petrarca fino a noi vecchi, si considerò per tanti secoli, mira della poesia”. Parlando del Sentimento del Tempo, Ungaretti ricorda che lì converge la lezione dei “due poeti che erano i miei favoriti: ancora Leopardi e Petrarca”. Grazie a Ungaretti, in qualche modo, Shakespeare torna nel linguaggio da cui è sorta la sua ispirazione.

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Abbiamo insegnato al mondo occidentale a dire l’amare e l’indipendenza dell’amore da ogni mira politica, e ora cosa andiamo dicendo? (d.b.)

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