Il padiglione Vaticano alla Biennale è una Via Crucis di architetti di fama (o affamati)… ma il sacro dov’è? Ovvero: discorsi con Fabio Mariani contro l’edilizia-vaso da notte

Posted on giugno 01, 2018, 9:14 am
12 mins

Fabio Mariani è un architetto anomalo, lo sa chi legge questo foglio telematico. Spesso, per farmi capire la struttura di un edificio, cita un poeta, una poesia. Non è un gioco che alimenta nuvole. La poesia è, sostanzialmente, ‘forma’ – come forma è l’architettura. Io amo, quando posso, vedere le città dall’alto: la forma urbanistica dell’urbe rispecchia la mente tentacolare di chi la abita. Mariani, invece, per qualità professionale, si sofferma sulla singola parola, perfino sulla sillaba e sulla raffinata esemplarità della lettera. Dell’edificio, scorge il particolare più sonoro, risonante. Da tempo, con Mariani coltiviamo l’idea di scrivere un libro che sancisca i legami tra atto poetico e gesto d’architetto. Non so se lo faremo. So che non conosco altri architetti che al loro ‘committente’ – di solito, un solido imprenditore con ingenti somme di denaro e il cuore simile al Sahara – scrivano lettere – tra l’altro, straordinariamente ‘tecniche’ – come questa: “La casa cos’è allora, uno scoglio sul quale si infrange la tempesta della vita o una serie di scogli ben posizionati che divengano un approdo sicuro?… Prevedere, predisporre, per un futuro troppo lontano, di solito non produce mai l’effetto voluto, si ottengono solo compromessi nel presente… Creare un luogo nel quale trovare ristoro, nel quale riporre i nostri ricordi rendendoli disponibili ai nostri cari nel momento del bisogno. Un rifugio che ci accolga proprio quando la vita fuori sgretola le nostre certezze e ci troviamo in mare aperto senza essercene accorti”. Prima di costruire – o ri-costruire – Mariani cerca il cuore sacro dell’abitato: il luogo, in fondo, che lo rende degno di stare eretto, tolto il quale s’infrange in un inverno di polvere. Così, un giorno, Mariani mi invita a vedere il padiglione Vaticano alla Biennale di Architettura, Venezia. Va lui. Io riesco a vederla in tivù. Del sacro non scorgo un bagliore – Dio, forse, da architetto s’è fatto designer. Da qui, allora, dal pulpito della mia ignoranza, comincia il nostro dialogo.

mariani libroBiennale Architettura Venezia. Partirei dal padiglione Vaticano. Come le sono parse le ‘cappelle’ in mezzo alla natura? Insomma, anche gli eremiti hanno bisogno di queste strutture architettoniche, le ‘celle’, più simili a un albero che a una casa, per ritirarsi nel cuore di Dio. Che rapporto c’è tra architettura ‘sacra’ e natura?

Direi che l’aderenza al tema free space (spazio libero) voluto dalle due curatrici Yvonne Farrel e Shelley McNamara  nel caso della scelta del luogo, un bosco sull’isola di San Giorgio, mai aperto al pubblico prima, quindi mai free space, è totale. Questo è anche il pensiero del presidente della biennale Paolo Barata che parla di “…qualità dello spazio libero e gratuito”.  È probabilmente per questo che i sontuosi inviti della Santa Sede all’inaugurazione, in realtà non servono davanti ai cancelli del parco. Tutti i presenti sono liberi di entrare, compresi tre ragazzi australiani che mi affiancano nella coda chiedendomi: do you need an invitation? (c’è bisogno di un invito?). Gli rispondo rivolgendo lo sguardo al cielo: “pregate e forse le porte del paradiso…”. Detto fatto! Le porte si aprono, tutti dentro con o senza salvacondotto! Purtroppo la visita non si è svolta nelle condizioni migliori per potere giudicare le dieci più una, cappelle sparse per il parco che avrebbero avuto bisogno di un peregrinare solitario nella natura, di soste in silenzioso raccoglimento, così come aveva ricordato nella conferenza stampa il Cardinale Ravasi. Invece ci ritroviamo accalcati in processione lungo un lungo viale, martoriati dall’aria torrida e umida di una anticipata giornata estiva che innesca un processo spontaneo di termoregolazione del corpo inviso ai protocolli dei vernissage di tutto l’universo civilizzato: una copiosa sudorazione, impossibile da contenere anche ai più esperti di tecniche di rilassamento e concentrazione!

Arrivati al parco non riusciamo a sparpagliarci, le cappelle si trasformano in fermate di una sorta di Via Crucis architettonica. La folla è varia: prelati, politici, militari, diplomatici, architetti, artisti, curiosi. Noto anche graziose ragazze dell’est in posa davanti alle cappelle per soddisfare le richieste dei fidanzati improvvisati novelli fotografi La Chapelle. Surreale? Felliniano? No fellinesco direbbe qualcuno. Impossibile in tali condizioni dare un giudizio su un padiglione che si ispira al cimitero progettato da Gunnar Asplud e in particolare alla prima cappella realizzata al suo interno nel 1920 ‘la cappella nel bosco’, una struttura semplice poetica con un’unica decorazione,: la statua ‘dell’angelo della morte’ che ‘accoglie’ i visitatori.

Il padiglione\cappella che ospita i disegni originali di Asplud, tutto rivestito in legno è realizzato con ottima maestria artigianale. Lo cito perché penso sarebbe piaciuto a John Ruskin (in mostra a palazzo Ducale fino al 10 giugno) così vicino a Venezia e alle sue pietre. Alcune cappelle paiono più degli ex voto a scala architettonica, all’uso dei loro ideatori (di fama o affamati), che dei luoghi poetici, capaci di farci sentire il “battito del cuore di Dio”, per seguire la traccia della sua domanda.

Penso una risposta all’ultima parte del quesito: ‘che rapporto c’è tra architettura sacra e natura?’. Torna alla mente la frase di Adolf Loss, ricordata dal curatore della mostra Francesco Dal Co: “se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura”. Le dieci più una cappelle hanno lo stesso potere simbolico-evocativo?

Anche nelle case esiste, immagino, il ‘cuore sacro’. Come lo immagina l’architetto, e dove?

Nella casa piccola e accogliente, culla dell’intimità, il cuore sacro è spesso rappresentato da minuscoli altari domestici: un comodino, una mensola con sopra appoggiate le fotografie dei nostri cari, vivi e morti, immagini e simboli sacri, oggetti della memoria, ex voto. Nella casa veramente abitata dalla famiglia, il cuore sacro è rappresentato spesso dal tavolo da pranzo, l’altare sul quale si celebra il rito della vita quotidiana. Oggi che non si mangia più nelle case e anche la televisione non è più il sostituto del vecchio focolare, il cuore sacro è quello che abita dentro di noi, perché sempre più spesso la nostra casa, coincide con il nostro corpo, che decoriamo come un tempo facevamo con le facciate degli edifici, ‘la pelle’ delle nostre dimore, i nostri templi domestici. Non essendo più capaci di crearci universi con l’immaginazione, ci immergiamo nella realtà di un mondo virtuale. Ci trasfiguriamo in un Avatar. Lo smartphone che teniamo in mano come un talismano, diventa il nostro Cuore Sacro… o il vaso di Pandora?

Tornerei a ragionare sulla dimensione sacra dell’abitare. Cosa significa, come si segnala? 

Questa domanda apre universi di risposte possibili. Voglio continuare a rispondere con pensieri di personalità operanti nel primo Novecento, nate in Boemia (ho un debole per questa terra). In questo caso con una figura poliedrica come Karl Krauss che dice: “Adolf Loos e io, lui letteralmente, io linguisticamente, non abbiamo fatto e mostrato nient’altro che fra un’urna e un vaso da notte c’è una differenza e che proprio in questa differenza la civiltà ha il suo spazio…”.

Noi uomini del nuovo millennio siamo civilizzati allora? Tutto è partito da molto lontano e suppongo abbia a che far con quello che Oliver Sacks chiama “Il fiume della coscienza”. Se la casa fosse solo un riparo, necessario per difendere le nostre membra dalla natura ostile, allora non si capisce perché da tempi immemorabili l’uomo abbia sentito il bisogno di decorare le caverne, raccontando le proprie esperienze di vita e di morte. Nel libro L’empatia degli spazi, H. F. Mallgrave (scusate le continue citazioni al rapporto tra architettura e neuroscienze) a un certo punto descrive la costruzione di un Mbari Nigeriano, una casa molto elaborata dedicata ad una divinità. “Come esseri umani siamo speciali: ogni generazione impara questa lezione. Fare qualcosa di speciale, che si tratti dell’allestimento di un Mbari o del rituale di apertura di una bottiglia di vino in un ristorante attinge agli istinti giocosi di elaborazione competenza e maestria… A tal proposito Ellen Dissanayake nella sua discussione generale sulle arti ha fornito una spiegazione dello scopo dell’architettura: ‘nella sua forma più specificamente artistica essa si occupa di definire e abbellire la realtà della quotidianità ordinaria in modo che diventi straordinaria’”; eterna aggiungo io.

L’architetto argentino Emilio Ambasz, nel 1976, per una cooperativa di viticoltori messicani, disegna, all’interno del torrido vigneto, “una piccola cappella scavata nel suolo a cielo aperto che ospita una croce piantata a terra a livello dell’acqua. Una poesia, fatta architettura”. L’architettura-urna, cerca disperatamente di darci appigli mentre siamo trascinarti dalla corrente del fiume del tempo, un linguaggio poetico. Infatti Borges ci salva ricordandoci che il fiume alla fine siamo noi. L’edilizia-vaso da notte, risolve le sole funzioni pratiche o corporali, non ci basta per abitare il mondo. Abbiamo bisogno del sacro per sentirci esseri umani, per tornare al tema del padiglione della Santa Sede, abbiamo bisogno di celebrare i morti per sentirci vivi. Ce lo ricordano ancora una volta i poeti: Foscolo, che  ci ammonisce, “una civiltà che non rispetta i morti non merita di sopravvivere”; Ungaretti con il grido sdegnato dei versi di della  poesia Non gridate più:

Cessate di uccidere i morti
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire
Se sperate di non perire

Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo