“Il nuovo ordine mondiale erotico ci vorrebbe tutti atomi unisex plusgaudenti”: Diego Fusaro dialoga con Matteo Fais della sua ultima opera filosofica

Posted on settembre 17, 2018, 9:03 am
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Certamente nei confronti di Diego Fusaro si potranno muovere tante critiche – più o meno come per qualsiasi mortale. Il fatto però che queste gli giungano da destra e sinistra, e da altre aberrazioni varie della politica nazionale, insinua il sospetto che qualcosa di sensato debba averlo detto. Di solito chi sta dalla parte giusta riceve il plauso dei grandi giornaloni, da “La Repubblica” a il “Corriere”, e non si tratta certo del suo caso – di questo il nostro deve andare fiero.

Sicuramente i suoi neologismi, con i quali a volte si ha il dubbio giochi autoironicamente, possono risultare spiazzanti e forse anche esagerati. Ciò non toglie che il grosso delle riserve avanzate sul suo conto riguardino sovente la dote mediatica e il modo in cui indossa la camicia, piuttosto che toccare l’essenza delle sue teorie. Nel bene o nel male, al netto di una certa invidia ben mascherata da indignazione verso chi emerge, il pensatore torinese è uno dei pochi a farsi portavoce di istanze che, altrimenti, non troverebbero spazio sui media tradizionali.

Incuranti delle solite critiche che ci pioveranno addosso, per aver dato spazio a chi ne avrebbe già fin troppo, siamo andati a sentirlo per parlare del suo nuovo saggio: Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia, Rizzoli. Ne approfittiamo, al contempo, per scusarci con chi non dovesse gradire. Noi, comunque, ce ne faremo una ragione.

FusaroIl titolo della tua ultima opera è particolarmente evocativo. Ti vorrei chiedere di spiegare al pubblico cosa sia il nuovo ordine mondiale e come questo si declini a livello erotico?

Nel mio libro Storia e coscienza del precariato: Servi e signori della globalizzazione ho affrontato il nuovo ordine mondiale sul piano economico-sociale. In Pensare altrimenti dal punto di vista del nuovo ordine simbolico, parlando del pensiero unico. Ora, in questo nuovo testo, che può essere considerato il terzo volume di un trittico, lo stesso concetto viene ripreso dalla prospettiva erotico-sentimentale. Il nuovo ordine mondiale è essenzialmente, per dirla con Hegel, il mondo intero ridotto a un unico mercato per consumatori anonimi, senza eticità. Il nuovo ordine mondiale erotico ne è la logica conseguenza sul piano dei sentimenti, ovvero il mondo dell’etica familiare dissolto, dove restano solo i liberisti dell’eros, i libertini, ovvero singoli atomi unisex plusgaudenti. Come il liberista cerca di far aumentare illimitatamente il suo profitto, a mezzo della deregolamentazione, così il neolibertino fa nell’ambito dei costumi e della vita sessuale. Come il liberista distrugge lo Stato, quale baluardo etico, così il libertino annichilisce il concetto di famiglia come struttura sentimentale-erotica, di modo che resti solo il plusgodimento per atomi dalla sessualità deregolamentata. In sintesi, il nuovo ordine dissolve la famiglia, l’etica e financo il vecchio dimorfismo tra uomo e donna, per lasciare solo l’atomo unisex che si autodetermina secondo una volontà di potenza consumistica.

È d’obbligo però, a questo punto, una definizione di cosa sia l’erotismo e la risposta a un quesito fondamentale, ovvero se questo, oggigiorno, sia morto.
Tutta la prima parte del libro, direi i primi due capitoli, sono un tentativo di fare un’ontologia dell’eros e della famiglia. Lì si dice che l’amore nella sua essenza è il tentativo di riunificarsi platonicamente, di cercare una totalità di cui ci sentiamo mancanti e che, tuttavia, dobbiamo essere stati in precedenza, per avvertirne l’assenza. Vi è quindi riproposta l’analogia tra la filosofia e l’amore: come il filosofo sa di non sapere, cioè si sa mancante e cerca, così l’innamorato si sa privo di qualcosa e lo persegue ardentemente. L’amore – hegelianamente, l’immediatezza del sentimento secondo la differenza dei sessi – si eticizza e spiritualizza nella vita familiare e matrimoniale. Si genera così la prima cellula della comunità etica. La mia tesi è che vi sia un’inimicizia fondamentale tra l’amore così inteso e il capitalismo liquido finanziario, poiché l’amore è fedeltà al medesimo: si sceglie una persona e le si giura fedeltà eterna. La società dei consumi promette invece lo scambio e la sostituzione ininterrotta delle merci, quindi nega tale fedeltà. Inoltre, l’amore è qualcosa di donativo e altruistico, che sfugge alla logica calcolatoria del dare per avere. È intersoggettivo, costituisce una microcomunità in cui si è in due. Per tutte queste ragioni il capitalismo oggi sta sostituendo l’amore con il suo succedaneo, il plusgodimento deregolamentato. Sussiste unicamente il singolo che usa l’altro per una sorta di do ut des liberoscambista. In verità, l’altro nemmeno lo si vede: si è soli con sé stessi, mentre lo si usa come mezzo di godimento individuale. Pertanto, come suggerivi tu, l’erotismo è morto in nome di una forma di plusgodimento mercificato. Non c’è più l’eros come passione, come tensione verso l’altro. Resta il gesto di dongiovanni, che di fatto non sceglie mai, ma, come il consumatore, cambia di continuo il proprio oggetto del desiderio e compie sempre lo stesso gesto in maniera compulsiva.

In questa ottica, secondo te, come va intesa la libertà sessuale?

Ovviamente la libertà sessuale implica il fatto che uno sia libero di assumere, come proprio oggetto di libertà, un altro consenziente. Questo è il primo aspetto. Il problema però è che questa libertà oggi vieni praticata in una forma che vede la sovrapposizione tra libertà e liberalizzazione. Ciò implica il godere senza progetto: una sorta di capriccio individuale che non si sedimenta mai in un progetto di esistenza. Per giungere al punto, oggi viviamo nella prima epoca in cui la sessualità è integralmente disgiunta dalla sua funzione familiare, etica e procreativa. In ogni tempo sono esistiti i libertini, i viveur, ma mai come oggi, nel discorso pubblico, ciò viene visto come un qualcosa di naturale e positivo. Questa è la vera differenza, secondo me.

A Nuova York, come diresti tu, è stata introdotta la possibilità di attribuire al proprio figlio un genere X indistinto, nel documento di identità, in luogo dei canonici maschio e femmina. Come dobbiamo interpretare questo fatto che rientra, chiaramente, nel nuovo ordine mondiale erotico?

Certamente vi rientra. Non dimentichiamo che il capitalismo globale mira a produrre l’individuo post-identitario, senza coscienza di popolo, di nazione, di classe e, dulcis in fundo, anche senza coscienza di genere. Il fine è un essere neutro, svuotato di ogni contenuto e dunque pronto ad assumere quelli che il consumo vorrà imporgli. Ecco spiegato il nuovo modello unisex del genderismo – o meglio di quella che io chiamo la gendercrazia –, una specie di atomo solitario che si autodetermina secondo la propria volontà di potenza consumistica. Quanto avvenuto a Nuova York ne è l’emblema. Ma non sembri strano questo fatto: nel libro riporto il caso della California in cui, in verità, era già possibile da tempo scrivere altro, rispetto a maschio e femmina, sulla carta d’identità.

Diego, ma è possibile un’omosessualità che sia antitetica rispetto a questo sistema unico e totalizzante, un’omosessualità che si ponga come rivoluzionaria?
Nel libro analizzo il fenomeno dell’omosessualità che, dal mio punto di vista, è pienamente secondo natura, per dirla con Aristotele, perché si trova in tutte le specie. Il problema è che esiste come eccezione e un’eccezione secondo natura non si può trasformare in una norma che sia quasi superiore alla più diffusa eterosessualità. La società si riproduce tramite quest’ultima, com’è noto. Ciò non vuol dire che si debbano perseguitare gli omosessuali o quant’altro, sia chiaro. Ho massimo rispetto per tutti i gusti e le scelte. Quel che contesto sono invece le forme di postmodernizzazione, così le definirei, della coscienza. I gaypride, per intenderci, non hanno come obiettivo la difesa dei diritti degli omosessuali, cosa che sarebbe di per sé sacrosanta. L’obiettivo è, invece, quello di distruggere il vecchio modello proletario-borghese incentrato sulla famiglia e sulla sua eticità.

In quest’ottica, tu come inquadri il fenomeno della pornografia?

Direi che rientra appieno in questa ideologia acefala del godimento autistico, in cui l’individuo unisex gode senza misura, illimitatamente, in forma individualizzata. La pornografia è essenzialmente alla base di questa funzione che potremmo chiamare del capitale erotico.

C’è però qualcosa di fascinosamente perverso, sul piano filosofico, nella pornografia. Sei stato tu stesso a dire che, se i filosofi hanno cercato in ogni modo di categorizzare, YouPorn è riuscito ad ampliare questo concetto all’ennesima potenza, a furia di tag… Insomma, ha categorizzato tutto.
Sì, certamente. Addirittura, ha coniato nuove categorie di modo che nascessero nuovi gusti e inedite forme di plusgodimento non sperimentato. Ciò rientra a pieno titolo nello spirito della società dei consumi. Si tratta della solitudine del consumatore pornografico, perché chi fruisce di questa merce a buon mercato è pur sempre solo con sé stesso.

Ma, secondo te, la pornografia crea un gusto o, in realtà, non fa altro che dare un nome a una pulsione già esistente?

C’è una dialetticità nel fenomeno: si asseconda qualcosa che già c’era e, al tempo stesso, lo si inventa ex novo. Come dice Marx: il consumo crea il consumatore, ma anche il consumatore crea il consumo, in una dialettica biunivoca tra le due cose.
Siccome tu, nel titolo, avvicini termini quali “famiglia” ed “erotico”, ti volevo chiedere: ma esiste l’erotismo senza la famiglia, o no?

Certo che esiste, direi anzi che sussiste ancor prima e dovrebbe essere la base per il costituirsi, poi, dell’eticizzazione di cui dicevamo.

La famiglia è dunque il naturale sbocco dell’erotismo?

A mio giudizio, sì. È il modo in cui questo si innalza a qualcosa di superiore e non resta fine a sé stesso. Non per niente, è un topos letterario in tutti i filosofi, compreso Aristotele, quello per cui gli uomini mettono su famiglia, diversamente dagli animali che vivono solitari. Addirittura, nell’Etica Nicomachea, lo Stagirita dice che l’uomo è zoon oikonomikon. Il che non significa animale economico, ma animale che fa la famiglia, che fa oikos. Quindi, oltre a essere dotato di ragione, di linguaggio, ed essere un animale politico, è anche un animale familiare – come tradurrà Tommaso d’Aquino, un animal domesticum.

E dunque, l’amore, ammesso che sia ancora possibile nella nostra società, che cos’è?
Una forma di verità, la verità del due: percepire un mondo in forma duale, non più semplicemente dal punto di vista del singolo. In tal senso, creare una micrototalità che non annulla la propria personalità individuale, ma la realizza appieno in una dimensione più grande.

Un superamento della solitudine ontologica di partenza, insomma?

Esatto! È la base di ogni comunità, direi. Per questo Hegel chiamava lo Stato la famiglia universale, perché lo Stato, di fatto, non fa che ingrandire e potenziare le premesse della famiglia. Ed è per questo che, oggi, il pensiero unico attacca tanto lo Stato quanto la famiglia: per lasciare solo il libero mercato degli atomi deregolamentati, senza padre, madre, cittadinanza. Solo consumatori unisex.
Questo amore di cui tu parli, per realizzarsi appieno, avrebbe quindi bisogno di una società non capitalistica?

Avrebbe bisogno effettivamente di un’altra cornice di senso e, dove ancora esiste, svolge una funzione di resistenza rispetto a tutto questo. Nel libro, la chiusura è infatti affidata a un quadro, di un artista bulgaro, che si chiama il Quarto Stato, proprio come quello di Pellizza da Volpedo, nel quale però i soggetti vengono ritratti non mentre scioperano, ma mentre si sposano. Il matrimonio quindi, nell’opera in questione, assume la stessa funzione resistenziale contro la mondializzazione capitalistica.
Riconnettendoci alla più stretta attualità politica, sempre in relazione alla questione del nuovo ordine erotico, vorrei chiederti di questa proposta avanzata da Salvini sulla riapertura delle case di tolleranza.

Io penso che sia meno peggio di ciò che c’è adesso. In qualche modo costituirebbe la regolamentazione di un fenomeno certo criticabile, ma che, così facendo, migliorerebbe rispetto alla sua attuale forma deregolamentata. Personalmente, sono per i controlli sanitari, le tasse, per riportarlo sotto l’egida dello Stato, non potendo abolirlo.
Ma, regolamentarlo, non corrisponderebbe a dire sì al mercato, ammettere di non potersi sottrarre alla logica della mercificazione?

Diciamo che abolirlo sarebbe l’optimum, come abolire il mercato concorrenziale. In assenza dell’optimum, puntiamo al miglior compromesso possibile.

Chiudiamo parlando di Valentina Nappi, la tua acerrima avversaria. Personalmente, la trovo tanto bella quanto incredibilmente falsa: la libertà sessuale che propugna consiste unicamente nella libertà di poter mercificare e monetizzare la sua vagina. In sostanza, il sesso che le vediamo praticare è tutto fuorché libero e gratuito come quello che propaganda tra interviste e social.

È un personaggio di per sé irrilevante, che merita attenzione forse solo come luogo epifanico delle tendenze in atto, come “maschera di carattere”, avrebbe detto Marx: è l’emblema del plusgodimento acefalo e della mondializzazione erotica. Nell’ambito del mercato c’è Soros, in quello del pensiero unico, Saviano. A chiudere idealmente questa trinità dialettica è lei, Valentina Nappi. Tutti insieme sono tre teste di un’unica Idra.

Matteo Fais