“Il Myanmar è come il Rwanda, Aung San Suu Kyi non ha capacità politiche e dai monasteri esce musica techno”: dialogo con Sara Perria, giornalista nel Sudest asiatico

Posted on Aprile 05, 2018, 10:46 am
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L’ultima volta l’ho vista in questo lato di mondo. Occhi enormi, capelli disarmanti, cappelli improbabili. Un incrocio tra Oriana Fallaci e Mary Poppins. Metteva sotto torchio qualche politico locale, nel riminese. Un tot di anni fa. Per metà sarda e per metà inglese, comica&cattiva allo stesso tempo, rapace&stralunata, tra Charles Dickens e il nuraghe, Sara ha pigliato il mare, direzione Sudest asiatico, e adesso è tra i massimi esperti ‘sul campo’ di Myanmar. Fa la freelance, scrive in inglese, firma per HuffPost, Guardian, Indipendent, Financial Times (un tot di articoli li trovate qui, qui e qui). Da quando lei è laggiù il Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha vinto le elezioni ed è esplosa la questione dei Rohingya, la minoranza etnica musulmana vessata, ridotta al ghetto e all’insussistenza. Il pregio di Sara – assai english in questo – è che parla schietto, senza fronzoli da giornalista ‘inviato’ con hotel di lusso pagati. Dall’Italia, un Paese dove notoriamente quando accade qualcosa di decisivo all’estero si sta con il naso a mirare l’ombelico parlamentare, spesso contattano Sara Perria per sapere cosa succede in quel pezzo di terra, avvolto dall’indifferenza e dall’ambiguità. L’ho bloccata anche io, tra fusi orari e voli oceanici. Per farmi raccontare, brutalmente, ciò che nessuno racconta.

Cosa ci fai in Myanmar? Come sei capitata lì?

sara perria

Sara Perria fa la freelancer dal Sudest asiatico per i massimi quotidiani in lingua inglese, dal Guardian al The Independent

Professione giornalista, cerco di essere nel posto giusto al momento giusto. Il Myanmar aveva tutti gli ingredienti della notizia perfetta: nel 2015 si sarebbero tenute le prime elezioni libere da decenni, il Paese si preparava ad affrontare una transizione democratica con il premio Nobel e ‘darling’ dell’Occidente Aung San Suu Kyi come controparte dei militari. E già ci si chiedeva quale sarebbe stato il destino della minoranza musulmana Rohingya, oggetto di repressione da decenni. Ecco, essere testimoni di questi snodi fondamentali della storia è il motivo per cui sei lì. Lo è stato all’indomani delle elezioni al quartiere generale della Lega Nazionale per la Democrazia quando Aung San Suu Kyi parlava e c’era musica birmana con un intermezzo rap; tutta Yangon era fuori a filmare la propria svolta epocale con uno smart phone, cantando, diventando una creatura collettiva. Così come lo è ora raccogliere le testimonianze di alcune fra le vittime collaterali di questa transizione, i Rohingya.

Questione Rohingya. Cosa sta succedendo? Sulla stampa italiana i Rohingya prima erano bellamente ignorata, poi abbiamo pianto lacrime di coccodrillo sulla loro situazione. Ora ci siamo dimenticati della loro sorte. Pii buddisti che stritolano una minoranza musulmana? Pare un paradosso. Dì tu. 

È una lettura falsata. Da decenni e ciclicamente ci sono stati scontri fra Rakhine buddisti e musulmani Rohingya. Non sono riconosciuti come parte del tessuto etnico originario del Myanmar, ma del Bangladesh, secondo categorie in larga parte fittizie in zone di confine e scambio. Si perde molto tempo a confutare questa tesi, ma il cuore del problema è che in Myanmar ora, come in Rwanda o in Jugoslavia in passato, questo basta a far scattare un processo di de-umanizzazione, alla base della pulizia etnica. E come allora è difficilissimo trasformare le lezioni del passato in meccanismi internazionali di controllo efficienti. 700mila persone sono fuggite in Bangladesh con le Nazioni Unite bloccate persino nel fornire aiuti umanitari vitali. La religione è un elemento che definisce un’identità, ora in balia di una apertura improvvisa e di eventi sconosciuti. Per questo entra a fare parte del conflitto, non perché ci sia un richiamo teologico esplicito, anche mal interpretato. In Rakhine i buddisti hanno sviluppato un forte senso della minaccia esterna essendo a loro volta stati oggetto di repressione da parte dei militari. Paradossalmente, ora sono settori delle élite militari e politiche che manipolano queste paure. Si crea un nemico per riaffermare il proprio ruolo di protettori dell’identità del Paese in una fase storica in cui questo ruolo è minato dalla lenta formazione di istituzione democratiche in piena globalizzazione.

La Lady, Aung San Suu Kyi cosa fa, come reagisce, che politica attua? Anche nel suo caso: prima l’abbiamo adorata, premiata, spalmata su una pellicola di successo. Oggi ci sembra una strega cattiva. Dove sta la verità?

Rohingya

Immagine tratta dal servizio della CNN ‘The Rohingya crisis’

Se si passa dall’idea di santa a quella di diavolo il problema è la nostra incapacità di lettura. Il 90% della popolazione Rohingya è fuggita al di là del confine dopo la reazione spropositata dei militari ad un attacco di un gruppo di ribelli. Il governo civile di Aung San Suu Kyi non ha controllo o voce in capitolo su queste operazioni. In questo contesto la ‘Lady’ non ha bruciato sufficiente capitale politico sulla questione, come ci si aspetterebbe da una leadership anche morale. C’era una reale convinzione nel governo civile che si trattasse di una difesa da attacchi terroristici sottovalutati dalla comunità internazionale. Il contrasto con le Nazioni Unite e l’Occidente è cresciuto. Ma la sproporzione della condanna di Aung San Suu Kyi è stato controproducente, consentendo ai militari di agire, con il vantaggio di indebolirla. Come politico Aung San Suu Kyi sa che non basta il voto libero a creare una democrazia compiuta. La democrazia esiste se svincolata dall’idea, anche illusoria, anche problematica, di diritti umani universali. Ma per formare il terreno adatto con un’eredità del genere ci vogliono decenni. Vivere la normalità della prigione, dell’oppressione e della violenza non è una scuola di diritti umani. Il resto della popolazione sta comunque meglio e non si vuole correre il rischio di mettere a repentaglio queste conquiste. E poi, chi ha detto che il Myanmar diventerà una vera democrazia? Intorno ci sono Cambogia, Tailandia, Laos, Malesia, Indonesia, Cina… Non esattamente dei baluardi della libertà di stampa ed espressione. Detto questo, c’è una semplificazione opposta, cioè la ‘Lady’ non controlli nulla e che non si possa mettere a rischio il processo democratico. La sua esperienza rimane una pagina esemplare di lotta. Per ora non ha dimostrato una pari capacità politica, con un carattere forse anche autoritario, in un contesto ben diverso dal nostro.

Come si vive in quel lato di mondo?

La nostra società ha in larga misura interiorizzato meccanismi propri di una mentalità scientifica – soprattutto l’idea che il rischio si possa prevedere e quindi controllare. In Asia in generale, ma ancor più in un Paese chiuso per 50 anni, con un sistema educativo allo sfascio, l’attitudine di vita è diversa: nell’igiene, nel momento opportuno in cui sorpassare, nella quantità di persone che possono davvero salire su una barca prima che si rovesci o la totale assenza del ‘politicamente corretto’. Ma anche nella difficoltà di comprendere cosa realmente stia accadendo, con risvolti surreali. Situazioni fra George Orwell e Gabriel García Márquez sono la norma ed è quello che rende la vita scomoda ma attraente. Tutti usano Facebook. Ci si toglie le scarpe prima di entrare in casa, fa caldo, ci sono cani randagi che mordono, topi enormi, zanzare, malattie eradicate come la lebbra, eserciti etnici. E ora centri commerciali, palazzi sempre più alti. E una gran quantità di miti da sfatare: dai monasteri non esce tranquillità ma musica techno a tutto volume tutto il giorno. Un paio di anni fa un turista olandese esasperato staccò la presa dell’altoparlante nel mezzo della notte. Fu arrestato per oltraggio alla religione. Yangon è già molto diversa dal 2014, ma c’è ancora un abisso rispetto ad altre città come Bangkok, Kuala Lumpur e Jakarta. È il suo bello – e il suo incredibilmente scomodo.

Che profilo ha il presidente neoeletto, Win Myint, chi è, da dove viene?

Ha una storia molto birmana: anni in prigione, il rifiuto a scendere a compromessi anche in cambio dell’ultimo saluto al figlio morente. Si spera che possa aiutare a ridefinire certe coordinate, la questione Rohingya e il conseguente riavvicinamento a Cina e India.

Che consigli dai a un giovane che malauguratamente vuole percorrere il tuo mestiere?

Realisticamente e al di là della poesia sulla curiosità e il senso della notizia, se si vuole lavorare dall’estero come freelancer ci si deve riferire al mondo anglosassone per questioni di budget. Quindi l’inglese è la base. Sarebbe bene, poi, conoscere un’altra lingua poco studiata e molto parlata. Essere professionali: capire quali elementi richiede una storia, calcolare costi e rischi in base ai benefici, scrivere per il lettore, cercare persone con più esperienza che siano in grado di fornire una visione e una correzione, evitare la retorica, non piangere mai davanti ad uno che ti racconta storie terribili, farsi il visto da giornalista, controllare le uscite. Poi verificare, anche nei contesti in cui non è istintivo. Il fatto che i disperati siano vittime non significa che non ci siano testimonianze false o un business intorno alle storie di stupri, per esempio. Una donna che rilasci un’intervista ad un giornalista uomo, con un traduttore uomo ed un fotografo uomo deve mettere sull’attenti. Portare: repellente, integratori vitaminici e fermenti lattici.