Il miracolo continua: anche “Libero” si accorge di Cleide e titola, “Debutta a più di 70 anni ed è già un caso letterario”. Perché una scrittrice più brava di Dan Brown non pubblica per grandi editori?

Posted on Gennaio 08, 2019, 11:51 am
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Il miracolo continua. La storia di Cleide, classe 1940, è simbolo della scrittura come indole, come gesto che rende indomabile una vita. Voglio dire. Non si scrive solo scrivendo – la vita è scrittura, le braccia sono consonanti che sigillano l’aria, vocalizzate dalle labbra. La vita è una scrittura. Il resto è spudoratezza.

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uovoDi Cleide ho scritto una nota, una granata di giorni fa. Titolo studiato ad arte – La più grande scrittrice italiana non è Elena Ferrante, si chiama Cleide, è plurisettantenne, ed è un talento totale, la vera novità in un mercato letterario mortificante – come una specie di botola che annuncia la meraviglia. Per me fu una meraviglia, lo ammetto. Ho scoperto Cleide nel 2012, leggendo Dì a Fra Dolcin che s’armi, dedicato al frate in accusa d’eresia, eternato da Dante. Mi pare, ancora oggi, un romanzo maiuscolo, con murature narrative ben costruite. Un ottimo libro, che farebbe la sua figura incastonato nei cataloghi Mondadori, Garzanti, Feltrinelli. Per intenderci: informato e gradevole, è molto più bello dei polpettoni di Alberto Angela o delle smargiassate di Valerio Massimo Manfredi. Eppure, quel romanzo, imperioso – se ne accorge il lettore qualunque – è stampato da M.me Webb Editore, piccolo – per quanto grande, in forma avventuriera – marchio editoriale di Domodossola, patria avita di Cleide. Perché?, mi dicevo, perché? Risposta. Perché le grandi griffe editoriali non pensano al “lettore qualunque”, che vuole leggere bei libri. Pensano a stampare i soliti nomi e ad accontentare i vari potentati, che schifo.

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Così, come il contadino che conosce bene le vipere che s’infoiano nel suo terreno e sa orientarsi solo guardando le stelle, che galleggiano nel buco nero del cosmo, ho dato una mano. Sono fiero di aver suggerito a Cleide l’editore Guaraldi per pubblicare La valigetta blu (2015), straziante romanzo storico-autobiografico ambientato durante la Seconda guerra, e di aver portato Cleide dal piccolo, elegantissimo editore Il Vicolo di Cesena per L’uovo di legno (2018), romanzo ‘da camera’, ambientato in più tempi storici – dal 1770 alla nostra era – raffinato come una pittura fiamminga.

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cleideA volte, però, i miracoli accadono e un segreto pronunciato tra stanze concomitanti diventa pubblico, diventa notorietà. Ieri Bruna Magi, su Libero, ha scritto un articolo in cui oltre a fare i complimenti a Pangea – “un sito riconosciuto di grande prestigio letterario” – troppa grazia, parla di Cleide, azzeccandone l’istinto ferino alla scrittura: “Se chiedete a Cleide come e perché si è scoperta scrittrice, vi dirà che si è sentita come un istinto dentro”. Il titolo dell’articolo – Debutta a 70 anni ed è già un caso letterario – rende giustizia a chi, per esistenza periferica, scelta di vita e innato pudore, non ha frequentato le auliche – e patetiche – aule dell’editoria che conta, che fa i soldi, che fattura.

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E ora? Cleide sa il sale sulle ferite aperte e la gioia frugale della luce che si schianta sui monti. Ha il viso sempre giovane, la gioventù scintilla nei suoi occhi. Non la scuote questa folata di fama. Sa – come diceva Seamus Heaney – che scrivere è afferrare la zappa, che scrivere è scavare un solco, ma quando la tieni sospesa, la zappa sembra un pezzo di sole, nel vento. Cleide pensa a nuovi libri, ora. (d.b.)

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Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo la prima pagina de “L’uovo di legno” di Cleide (Il Vicolo, Cesena 2018)

L’inizio

Gustav attraversò lentamente il cortile di casa. Sentiva il respiro farsi sempre più corto, più affannoso. Un sudore gelido gli imperlava la fronte, scendeva in piccoli rivoli lungo le gote smorte. La parrucca candida gli si era messa di traverso, lasciando intravedere i radi capelli. L’uomo si comprimeva il petto con una mano. Apprestandosi a salire la scala, s’aggrappò alla ringhiera. Un passo dopo l’altro, un gradino dopo l’altro. Neppure il tempo di chiedere perdono per le infinite nequizie commesse o per mormorare amen. Si accasciò su se stesso come un abito vuoto. Una scarpa, di fine vitello nero con la fibbia d’argento, ruzzolò lungo la scala mentre un rantolo sordo gli usciva dalle labbra. Un filo rosso, sottile, gli scivolò lungo il mento e andò a macchiare la pietra grigia, mentre un piccolo grumo si andava formando all’angolo della bocca. La fantesca, seduta all’ombra di un rampicante a rattoppare buchi per quell’avaro, corse verso l’uomo senza curarsi di ciò che teneva in grembo. Un uovo di legno rotolò sulla terrazza e, rimbalzando a ogni gradino, andò a fermarsi contro il corpo inanimato di Gustav.

Cleide