Il mago della critica, l’illusionista delle lettere, il sognatore in esilio: dialogo con Paolo Lagazzi

Posted on Gennaio 10, 2019, 7:35 am
17 mins

L’illusionista non elude la realtà – ne compie il mistero. D’altronde, lo scrittore, estremo illusionista, gioca con i verbi fino al punto da farci credere che ciò che scrive sia la ‘verità’ – e in effetti, non c’è altra verità plausibile, palpabile, possibile. Maestro del vuoto e dell’elusione, esperto nel magistero di ciò che è estinto, in un gracidio di magie, è Paolo Lagazzi, autore, nel 1994, per Diabasis – poi Moretti & Vitali, 2006 – di un libro straordinario, Per un ritratto dello scrittore da mago, che in realtà è un inno alchemico all’esercizio della critica. Senza il critico, infatti, che combina le frasi dando vocalità al vuoto, che mostra nascondendo, la letteratura non c’è, o meglio, resta guscio arcano. In quel lontano libro Lagazzi, eroe di una critica creativa, istintiva, fieramente rabdomantica, dagli interessi speciali e molteplici – ha curato, tra l’altro, le opera del poeta giapponese contemporaneo Kikuo Takano e una illuminante “Antologia di poesia giapponese” – raccoglieva un testo, Il mago della critica, che principiava così: “Nessun critico dei nostri anni… mi sembra più prossimo al vero, solitario e ardente spirito della magia antica e rinascimentale, di Pietro Citati”. Ora quel capitolo è evoluto in libro, Il mago della critica. La letteratura secondo Pietro Citati (Alpes, 2018), in cui Lagazzi – che di Citati, nel 2005, ha curato il ‘Meridiano’ Mondadori La civiltà letteraria europea. Da Omero a Nabokov – sistema i suoi pezzi critici intorno all’esimio, coronati da una introduzione – Incontrare Citati – narrativamente strepitosa – leggera e sinuosamente verticale: d’altronde, Lagazzi è anche sapiente scrittore, leggetevi il romanzo Light stone, edito da Passigli nel 2014 – il cui centro, appunto, sono i giochi di prestigio, i “trucchetti da poco”, come dice Lagazzi – dubitare sempre delle affermazioni di un illusionista – in cui il critico è versato. Penso che la leggerezza sia un carattere di Lagazzi – d’altronde un ‘trucco’ è un trucco, lo stupore di un istante, la suspance con eredità di vento e di risa. E la dedizione, quasi teologia. Oltre a Citati, ancor prima, soprattutto, Lagazzi è stato ammaliato dalla magia poetica di Attilio Bertolucci, di cui ha curato il ‘Meridiano’ delle Opere (1997) e uno stuolo di materiali: per Moretti & Vitali ha appena compiuto un ragionamento ulteriore in Come ascoltassi il battito d’un cuore. Incontri nel cammino di Attilio (2018). Questo essere fuori luogo, a lato, con parole dai rilievi arcani, affascina di Lagazzi. D’altronde, il critico illusionista fa così: ti fa entrare nell’opera letteraria senza scassinare le porte, ti mostra la stanza segreta, l’alcova degli amori e degli orrori, ti giri, e lui, magicamente, non c’è, è svanito, sembra non esserci mai stato. (Davide Brullo)

citati lagazziAnche parlando di Citati torna la tua mania per il ‘magico’. In cosa è ‘mago’ Citati; in cosa lo è stato Bertolucci?

Molte volte Bertolucci ha detto che ciò che gli interessava   più di tutto era cogliere con i suoi versi delle “epifanie”, cioè dei momenti magici, quei momenti in cui la realtà manifesta qualcosa d’ineffabile, di miracoloso, qualcosa che, in termini proustiani, si potrebbe forse definire un        punto d’intersezione fra il tempo e l’eternità. La “luce vera” di cui la poesia di Bertolucci vibra non è mai nudo realismo: nei suoi versi l’esperienza quotidiana si nutre di magia, cioè lievita, si decanta, si trasfigura, si apre sottilmente al fantastico, al sogno, alla rêverie. Citati è stato ed è un mago in un altro senso: la sua pratica       saggistica è lontana dalle tendenze critiche dominanti nel Novecento ispirate ai principi della psicanalisi o alle idee        ‘scientifiche’ dello strutturalismo. Il lavoro critico di Citati   ha le sue fonti anzitutto nel pensiero e nell’opera di Goethe, e attraverso Goethe risale alle fonti della grande tradizione ermetica antica e rinascimentale: l’alchimia, l’astrologia, la gnosi, la Qabbalah. Per Citati, come per Goethe, tutto è legato a tutto attraverso un’infinita rete di relazioni, fili, analogie, “corrispondenze”: interpretare un testo significa esplorare questa rete, coglierne le   risonanze e gli armonici, percepirne gli echi fluttuanti fra la terra e il cielo. I saggi di Citati hanno un vasto respiro, e ci comunicano ampie visioni dei testi di cui si occupano, perché non sono mai compressi negli spazi angusti dello scientismo critico contemporaneo, perché ci conducono a riscoprire la letteratura come una grande magia. È l’insieme del suo originalissimo lavoro saggistico che esploro nel mio recente libro Il mago della critica.

A proposito di magia come atto di critica letteraria: mi pare che il gioco di prestigio culturale, oggi, sia che il critico, magicamente, è scomparso… Dimmi tu. Soprattutto, ribadendo il compito (necessario, inutile?) della critica letteraria medesima.

Senza una critica incisiva e sapiente la società letteraria corre di continuo il rischio di precipitare in un caos in cui è impossibile distinguere i testi mediocri da quelli originali, i prodotti di puro mestiere (spesso svenduti come ‘casi’ eclatanti) dai capolavori. Eppure nessun genere letterario è più in crisi, oggi, della critica. Questa crisi ha anzitutto due cause. La prima: le strategie dell’editoria e dei media. Sempre più mossi da obiettivi commerciali e da ragioni di mero interesse, gli editori sentono la critica come un pericolo e tendono a scavalcarla  in quanto pensiero potenzialmente in grado di valutare il valore dei testi (i libri ormai si trovano dovunque, anche nei supermarket e nei motel; il semplice gioco dell’offerta diretta, o della réclame sulle pagine dei quotidiani, su Internet e perfino attraverso le tv, è più che sufficiente a creare un rapporto tra produttori e consumatori, con tanti saluti e sberleffi ai critici). La seconda causa è l’eterna debolezza della scuola in genere e soprattutto dell’università, incapace di offrire ai giovani dei modelli vivi, forti, appassionanti di critica (quasi nessun critico di un certo valore appartiene al mondo universitario). I pochi critici che compiono ancora il loro lavoro con rigore, fantasia e passione appaiono sempre più degli eredi di don Chisciotte, delle mosche bianche o dei fantasmi vaganti tra le rovine. Per questi sognatori in esilio (tra i quali, permettimi di dirlo, metterei sia te che me stesso) un saggista come Pietro Citati resta una figura imprescindibile di riferimento. Citati è davvero uno degli ultimi, irripetibili maestri della critica letteraria europea.

Qual è il poeta ‘magico’ della lirica contemporanea, a tuo avviso? 

Se ti rispondo Attilio Bertolucci mi dirai che sono ripetitivo, ma credo davvero che lui sia un poeta magico in quanto capace come quasi nessun altro di rivelarci la semplice realtà quotidiana come luogo di segreta bellezza, come intreccio di soffi e vibrazioni sottili, come corpo pulsante dei battiti cardiaci del mondo. L’altro straordinario poeta-mago del Novecento italiano è Sandro Penna: anche lui come Bertolucci, sebbene con un taglio stilistico tendente al frammento e non alla durata, sa mostrarci quanto di leggendario, di numinoso e arcano si annida nella vita d’ogni giorno. Mi limito a ricordarti di Bertolucci “fresca erba / su cui volano farfalle / come i pensieri d’amore / nei tuoi occhi”, e di Penna “Il caldo, il freddo delle sale d’aspetto. / il mondo mi pareva un chiaro sogno, / la vita d’ogni giorno una leggenda”. Cosa di più magico è stato scritto in Italia nel Novecento?

bertolucci lagazziLa letteratura, a tuo avviso, deve ferire o suturare?

Bella domanda! Come dire: gli scrittori devono essere dei guerrieri o dei medici? Ti rispondo al volo: cosa sarebbe la letteratura moderna senza la forza dirompente, puntuta, urticante della voce di un Céline? Eppure Céline era, nella vita, proprio un medico, e non a caso ha dedicato la sua tesi di laurea al dottor Semmelweis, l’uomo che, inaugurando la pratica della disinfezione nell’ambito ostetrico, ha salvato la vita d’infinite donne. Forse nella durezza astiosa, nell’energia corrosiva delle parole di Céline cova, se sappiamo riconoscerlo, un fondo pietoso, un bisogno estremo di spingere gli uomini a curarsi, a ‘capire’… Certo egli non ha sempre ragione, e non pretende nemmeno di averla:  spesso davvero straparla, sembra ubriaco (lui che era astemio!), cade nel delirio… Ma nella sua voce aspra, stralunata c’è anche, credo, un amore paradossale per l’umanità, una sorta di tenerezza esacerbata, un inconfessabile risvolto pedagogico. Pensa, a questo proposito, anche allo ‘stile’ dei maestri zen, a quella loro propensione a usare di tanto in tanto forme di violenza (sberle calci pugni) nei confronti dei loro allievi che nasce dal desiderio di risvegliarli alla Via del Buddha, cioè da una forma di compassione. Perfino un classico del disagio moderno come Les fleurs du mal è un libro che ci ferisce per compassione, che ci ricorda di continuo la nostra pesantezza, i nostri limiti, le nostre follie per aiutarci a risalire verso il cielo della bellezza, verso l’altrove, verso l’infinito. In sintesi: la letteratura sfugge alle categorie: sa altrettanto ferire quanto curare. L’unica cosa che deve evitare, per essere buona letteratura, è di cadere nel partito preso, nelle soluzioni a senso unico, nell’ideologia. Sia gli autori che vogliono solo graffiare – apparire acidi, urticanti, trasgressivi, blasfemi – sia quelli che desiderano solo curare – offrire immagini dolci, avvolgenti come bende, suasive come carezze – mi hanno sempre infastidito.

Come si coniuga il critico prestigiatore con il fascino per il Tao? Che sguardo ‘critico’ porta in sé il Tao? A naso, dico, da vagabondo senza tenda, mi pare che il pensiero orientale propenda verso il ‘vuoto’, mentre il cristianesimo – che ha forgiato la nostra visione artistica – sia centrato sulla ‘carne’, sul ‘pieno’ (si risorge con il corpo, non con l’anima bella). Dimmi. 

La via del Tao ha molto a che fare con la magia in tutti i suoi aspetti, anche con quella dei prestigiatori; non è un caso se Emanuele Trevi ha intitolato Il Tao della Critica la sua acuta prefazione alla seconda edizione del mio libro Per un ritratto dello scrittore da mago. Il Taoismo ci invita a riconoscere che nel movimento cosmico tutto muta di continuo: le illusioni e la verità non sono dunque che due volti della stessa Metamorfosi senza nome di cui il cerchio del Tao, con l’abbraccio in forma serpentina tra lo yin e lo yang, è il simbolo. Gli illusionisti, i maghi teatrali, i prestigiatori giocano con la metamorfosi entrando e uscendo dai confini dell’apparenza, rovesciando i foulard e le tasche, mostrando le cose da punti di vista diversi, attraversando specchi, formando e sciogliendo nodi, facendo apparire e sparire tortore, fiori, candele… e così via, all’infinito, ad libitum. La loro mobilità e fluidità è, secondo me, una bellissima metafora, una preziosa lezione di libertà e leggerezza per tutti, ma in particolare per gli scrittori dei nostri anni, troppo spesso invischiati nella pesantezza del nuovo engagement o viceversa dediti a una scrittura di puro intrattenimento che però, del respiro mozartiano dei grandi illusionisti, ha davvero ben poco. Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda vorrei risponderti: nessuna religione, forse, come quella cristiana è stata sottoposta nei secoli a tante interpretazioni diverse. Certo, il senso della “carne” ha contato moltissimo in Occidente, ha influenzato enormemente le arti plastiche, la scrittura e il pensiero, ma già nel Medioevo un geniale mistico cristiano come Meister Eckhart era molto prossimo all’intuizione zen del vuoto o del nulla, e anche fra i teologi contemporanei non pochi si sono avvicinati a quella prospettiva: basti pensare a Thomas Merton, a padre Lassalle o a Paul Knitter, autore di un saggio (Senza Buddha non potrei essere cristiano, pubblicato in Italia da Fazi) che rilegge il cristianesimo in un’ottica esplicitamente buddhista. Mai come oggi simili aperture interpretative possono stimolarci a riscoprire la ricchezza plurale, la complessità, la bellezza variegata (per dirla col grande gesuita Gerald Manley Hopkins) dei fondamenti sacri dell’Occidente.

La politica, di ogni colore e di ogni Paese, tende a vilipendere gli studi umanistici, a dire (viva!) che sono ‘inutili’. Che utilità ha oggi per un ragazzo passare la vita tra i libri, a leggere, a studiare? 

Mentre certi politici si arrogano il diritto di proclamare che gli studi umanistici sono inutili (è rimasta celebre la frase idiota di un nostro ministro secondo cui “con Dante non ti compri neanche un panino”), è proprio ciò che resta della coscienza umanistica europea che dovrebbe risvegliare nei giovani la speranza in una politica, in una storia, in una civiltà diversa. Molti giovani, in realtà, leggono parecchio, ma avrebbero bisogno di chi li guidasse nelle loro scorribande tra i libri. Come seguendo un serpente che si morde la coda, qui torniamo al punto di partenza: la necessità di una critica illuminante, di buoni maestri…