“Il lupo” di Giancarlo Sissa, una parabola per questi tempi estremi. (In appendice: la storia di come sono passato dall’essere l’erede di Baricco a un vagabondo del linguaggio)

Posted on Marzo 10, 2020, 1:13 pm
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Mi sembra un passaggio di consegne, a parti inverse – cosa ho da consegnare, dopo aver inghiottito tutte le torce? Nel 2009 ho pubblicato il primo romanzo. S’intitolava Il lupo. Dieci anni dopo Giancarlo Sissa, poeta, pubblica un racconto lirico, s’intitola Il lupo. Sembra una pergamena ritagliata dalla schiena della notte. Il libro, la ‘placca’, è pubblicata in un numero ridotto di copie, per Babbomorto Editore, l’impresa di samizdat editoriale creata da Antonio Castronuovo. Tra chi ha fatto i conti con la fame e con il mondo, è bello questo smarcarsi dal palco letterario. Questo cenacolo. Questo vagabondaggio per catacombe. Ancora certi che la parola accerta la vita, che sa, sbendata, mutare gli alberi in falchi, mungere da tutto la sua luce.

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Sissa pubblica Il lupo mentre l’editore Marietti mette fuori catalogo Il lupo, il mio primo romanzo. L’editore lascia il lupo al bosco, a svanire. Ecco, la consegna, la reincarnazione in altra bestia. Quando chiedo all’editore di farmi avere il pdf originale del romanzo – di cui possiedo solo una copia, magari lo ristamperò – mi accontentano. E mi inviano una lettera. Anche il secondo romanzo che ho pubblicato con Marietti, S, “è stato posto fuori catalogo”. Che ho fatto di male? Mi dicono che ci sono 43 copie di S in magazzino, magari voglio acquistarle. Comprare un libro che hanno scelto di uccidere: non ci penso proprio.

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Eppure, penso al tempo – dieci anni fa, che sembrano dieci secoli – in cui ho scritto quei libri e pensavo di essere uno scrittore. Avevo ragione di gasarmi, credo. Giovanni Ungarelli, già direttore editoriale Rizzoli passato a Marietti, continuava a ripetermi, “dopo Baricco avrò il merito di aver scoperto Brullo”. Barbara Alberti, che aveva letto e amato Il lupo, firmò la quarta di S, con parole di platino (“Davide Brullo non è un grande scrittore. Nell’assoluto non c’è quantità”); Massimiliano Parente, tra miele, malizia e spade, mi onorava di stima (“senza nulla togliere alla bontà di Marietti… cosa ci fa da Marietti un autore Adelphi?”).

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Ora non sono uno scrittore, scrivo. Ho imparato la proprietà della rinuncia, l’estro nell’inappartenenza, l’assoluto dell’insolito, dell’insoluto, dell’inappropriato. Credo che l’opera viva in un perpetuo contrasto con la proprietà: non è dell’autore, non se ne può fare mero mercato, sfugge alle norme, spietato dono.

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Diana mi ha letto alcuni brani del Lupo di Sissa. Le ho scritto: chi è, René Char, Thierry Metz? Riconosco parole frugali, di quiete – ma non di pace, no – in questo testo tetragono. “Tutto ha un colore improprio, come al risveglio o come in un sogno. Non sa se esiste ancora qualcuno che ricordi”. Ogni cosa sembra contagiata dal rammarico, ho la percezione di un uomo, senza nome, disperso tra gli alfabeti, che a costruire preferisce l’adempiere del contemplare. “È chiuso in un pugno di paura, come una pietra gettata nel fiume. Vive vicino all’acqua in una casa di pane buia come la luna. Gli resta stretta sotto i denti la buonanotte. Poi nel riposo apre spiagge”.

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“Il mondo sommerso nel petto, il mondo dello specchio” è il regno di quest’uomo. Nel riflesso, i volti sono coltelli di luce; l’uomo vive i ricordi, contraffatti. Ogni cosa non è ciò che è, ma la cosa a cui rimanda, su cui converge l’emozione; tutto è mentale, ma latra. Sissa agisce dilatando i mille sensi del poeta: la parola non comunica, suggerisce; i verbi non affermano, esplodono; le frasi dicono la nostra neve, il marziano che ci costella di cicatrici, non intendono narrare, navigare, semmai.

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“Perché ama tanto i buffoni di Shakespeare? Perché ovunque ha visitato i manicomi? Li ha visti quelli che fumano al freddo, il vento che inciampa nella pianura delle ossa. Fra le foglie scava il ricordo, la radice di tutto, inabitabile come uno specchio. Così, camminando nel bosco, si stacca i morsi della paura e libri, mele, ferite, precipitando nel sogno”. Il racconto è radioso e radicato su alcuni elementi d’ossessione, ossificati – specchi, sogni, bosco, neve – perché l’incanto, forse, è convertire l’uomo, la sua indagine vaga, nella via del lupo. Eppure il lupo – che comincia la corsa alla fine del testo – è quello che mangia il nostro dolore. La bestia è buona, ci denuda a quel solo punto di purezza che gettiamo come una spina di diamante nell’occhio-capodoglio del dio.

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Con lo stordimento terreno dei poeti, Sissa sembra aver previsto tutto: questa solitudine, la casa che è alveare di tormenti, di ritorni, il cubo della perdita, terribile, ma anche la gioia di perdere tutto, di non avere nulla. È una favola nuda, questa – una benda, allenata all’acido.

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La copertina di quel libro ora defunto, Il lupo, l’ho scelta io, in affetto con l’editore. È una fibbia d’oro, esempio della raffinatezza estrema dell’arte degli Sciti. Erodoto racconta l’orgoglio, la ferocia, gli spasmi mistici di questa popolazione delle pianure asiatiche, vissuta 2500 anni fa, capace di piegare le mire di conquista dei grandi imperi di Persia. La fibbia raffigura un lupo avvolto da un serpente. Il lupo è inchinato e il serpente sembra entrargli nel cranio. Quella scena, misteriosamente, è descritta alla fine del mio libro, così:

“In fondo alla steppa c’è un filo azzurro, e il lupo pensa che lì termini ogni cosa, perfino la vita. Eppure, non retrocede, anzi, corre spedito sulla piana ruvida che sembra ghiaccio. La vipera gli si eleva di fronte inaspettata, mobile come un nastro, severa come un anello di bronzo. Come una S, marmorea e sensibile. Come se fosse l’orizzonte a venirgli incontro, pensa il lupo. Perché da quell’istante non esiste più nulla oltre il lupo e la vipera. Il lupo pensa al dio che ha creato quell’essere. Un animale così perfetto, così complesso richiede un dio unicamente concentrato su di esso, pensa. La vipera ha occhi indecifrabili e saldi, proprio come quelli di un creatore. Spicchi gialli, immobili. Forse mi sta creando, pensa il lupo. E infine la vipera, scuotendo appena il collo, la bocca che si divide, sembra voler baciare il lupo o prepararsi ad un atto di alta compassione, ma in verità ordina la propria violenza per un attacco netto e splendido. Ma il lupo non ha paura, neppure quando la vipera gli buca il collo e l’orizzonte, limpido, verde e struggente, gli riappare oltre il mondo. Come una benda per gli infermi. Poi la vipera si attorciglia al corpo del lupo, e sembrano per quell’attimo un raffinato oggetto di fattura umana. Finché le gambe del lupo, tremando, non si spezzano, il muso atterra sulla steppa che ora è una piastra marrone, e la vipera, percorrendo la bocca dell’animale ne assorbe l’anima. E sfila le spire sulla terra, muovendosi in diagonale, sbavando una traccia, fruscia simile a una parola, a un nome inaudito”.

Riscriverei tutto in altro modo, d’altronde il mio viso, ora, è un’altra lettera. Regalerò la copia residua a Sissa. (d.b.)

*In copertina: Harvey Keitel e Keith Carradine nel film di Ridley Scott, “I duellanti” (1977)