Il lato oscuro dei cartoni animati. “Il fantastico mondo di Paul”: non insegna nulla, è allucinante, allucinogeno. Chi se lo ricorda?

Posted on Giugno 13, 2020, 12:10 pm
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Il rovescio della medaglia. Diseducativo, lisergico, alternativo. Non esattamente una storia che ti insegna qualcosa: non c’è il tema della salvaguardia dell’ambiente – così stupendamente raccontato dal Maestro Hayao Miyazaki e sul quale il nostro direttore Davide Brullo ha scritto effervescenze – ma solo un mostro che gli ha rapito l’amata, un orsacchiotto che si è imbottito della scoperta di Albert Hofmann (lo scienziato svizzero conosciuto soprattutto per essere stato la prima persona ad aver sintetizzato, assunto tramite ingestione e appreso gli effetti del dietilamide dell’acido lisergico e ad aver isolato i principali alcaloidi dei funghi psichedelici, la psilocina e la psilocibina) e uno yo-yo.

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Hayao Miyazaki stava a Madonna come Hiroshi Sasagawa stava a Cindy Lauper. Famossima la prima, ascoltata, seguita, amata. Ogni sua parola, negli anni Ottanta, era manna che pioveva. “Italians do it better”, maglia nera con scritta bianca. L’apoteosi. HM era così (è così: il tempo “passato” è perché ha smesso di creare capolavori ma è ancora vivo e vegeto, e si avvicina agli 80): ecologia e un no secco alle guerre. Sì ai messaggi di speranza, ma dopo molte visioni apocalittiche. Perché in fondo il Pianeta è fragile come una bambola di ceramica. Sua la frase che racchiude la poetica e i destinatari come la coda della cometa: “Credo che le anime dei bambini siano le eredi della memoria storica delle generazioni precedenti”.

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Quanto i capolavori Il mio vicino Totoro, Lupin III. Il castello di Cagliostro e Porco Rosso sono bagnate dalla grazia di Dio (non solo queste: tutta l’opera omnia di HM ha un’aurea sconfinata), così Yattaman e Il fantastico mondo di Paul sono l’oscurità, la diversità, lo stupore, la sfida e l’eco della valle.  L’attacco malinconico di True colors, la schizofrenia di Girls just want to have fun, il lato scuro della luna quando tutti cercano il sole. La spiaggia di sera quando piove, lì dove l’arte di HM sono la piazza in festa, le persone che si vedono e si riconoscono. E condividono una passione comune.

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Nessuno, o quasi, ricorda la storia di Paul e Nina e la sigla, cantata da Patrizia Pradella e seconda solo a quella di Conan – il ragazzo del futuro. Quindi ci sta che questo viaggio senza tappe e, a modo suo, desueto non incontri i favori di chi legge: Il fantastico mondo di Paul non se lo ricorda nessuno, forse nessuno (o pochissimi) lo ha visto, anche perché tutte le 50 puntate della saga sono state realizzate e trasmesse nella seconda metà dei Settanta e sono andate in onda in Italia dal 1980 (ce lo dice l’anno di pubblicazione del 45 giri che contiene la sigla di apertura).

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La struttura è semplice: l’ouverture presenta sempre Paul alle prese con una situazione e con un oggetto particolare nella sua dimensione. Quando poi lui, Toppe e Pakkun passano nel Paese delle Meraviglie l’oggetto incontrato prima diventa l’aspetto esteriore del luogo in cui finiscono e la situazione si ripeterà coinvolgendo gli abitanti del luogo. Il secondo topos – quindi l’elemento narrativo che si ripete e che quindi andrebbe al plurale – riguarda gli oggetti del mondo reale che, portati nel Paese delle Meraviglie, assumono poteri del tutto particolari.

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La prima lettura è chiara: Paul fa – come l’Alice di Carroll esegue dal 1865 ad libitum – un viaggio esteriore che nei fatti è un viaggio interiore, di maturazione personale e di crescita. Il bambino che diventa uomo, come la bambina Liddell che diventa donna (ce lo dice il suo incontro con la Regina di cuori, metafora del ciclo), ma con una differenza sostanziale: quella che passa da un ragazzo a una ragazza.  Se è chiaro il riferimento al capolavoro di Carroll (anche Paul è nel Paese delle Meraviglie), più sottile è l’incontro con le sostanze psicotrope. Alice vede i funghi, mangia il biscotto che la fa crescere e incontra il Brucaliffo. In Paul ci sono le stesse tematiche psichedeliche ma portate all’estremo: il “cancello” che conduce all’altra dimensione, dove tutto è distorto in visioni da sogno o incubo, la “fuga” dalla realtà in una dimensione differente che poi si rivela cruciale per la comprensione della realtà stessa. Ed infine il personaggio di Kinoppi, che iconograficamente è un’amanita muscaria animata: il che da un lato simboleggia la sua cattiveria (il “fungo rosso a pallini bianchi” è riconoscibile da tutti perché velenoso), e dall’altro lato il suo potere (l’amanita è anche un allucinogeno utilizzato dall’uomo sin dalla notte dei tempi).

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Il fantastico mondo di Paul conta numerose similitudini – per struttura narrativa, tematiche e ambientazione psichedelica – con L’uccellino azzurro di Maurice Maeterlinck ma ha allo stesso tempo una vita autonoma. E una grafia diversa: lì il teatro, qui il disegno.

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Paul vive in un villaggio europeo di cui si sa poco o nulla. È un adolescente che ciondola tutto il giorno con il suo yo-yo e il suo cane Toppe. Un giorno una misteriosa essenza proveniente da un luogo sconosciuto entra in uno dei pupazzi della camera di Paul e da quel momento la sua vita cambia drasticamente: la misteriosa essenza, infatti, anima il pupazzo che da quel momento prende il nome di Pakkun e si dimostra in grado di “fermare il tempo” e di trasportare Paul, l’amica Nina e Toppe nella sua dimensione, il Paese delle Meraviglie. Accade che la fanciulla viene rapita da un cattivo e fugge con lei. Dopo 50 avventure, ovviamente, Paul libera Nina e può tornare nel suo paese.

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L’introduzione di tematiche psichedeliche – mondi al rovescio, scalette giallo acceso, specchi che specchiavano – hanno rappresentato una novità per il panorama italiano dei cartoni animati che sino ad allora raccontava di bambine che vivevano tra le montagne in compagnia di caprette, di senza-famiglia, girovaghi, audaci e piccoli viaggiatori alle prese con l’assenza di fratelli o genitori. In Paul l’unica assenza è quella di Nina: il resto è una pioggia abbondante di riferimenti lisergici, giocattoli che parlavano, paesi dai colori ovattati. E una canzone che già nelle parole ti annunciava che da lì e per i successivi 22 minuti, ti saresti assentato.

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Non c’è ecologia né ambiente. Solo un inganno per la mente. E poco importa che non insegnava nulla: non sempre c’è bisogno di capire e imparare qualcosa.

Alessandro Carli