Il critico che non salva nessuno (salvo se stesso) e vuole insegnarti come si vive e si legge: saggio contro Alfonso Berardinelli, che sculaccia chi è più grande di lui

Posted on Gennaio 14, 2019, 10:15 am
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“La Storia è implacabile contro gli apostati”, scrive Šestov.

Il mondo dei dotti da sempre custodisce gelosamente un’arma di distruzione di massa: l’ironia elevata a feroce satira, a compiaciuto cinismo, per polverizzare ogni scisma che tocca le corde profonde, con la persuasione, se possibile, con la forza, se necessario. Non è il boato di una risata cosmica, affermazione della vita, ma la pallida ironia che vanta una venerabile tradizione, una folta schiera di prìncipi del pensiero, e perfino di artisti che, lungo i secoli, hanno sfoggiato un ghigno di scherno, gli occhi socchiusi a lama di rasoio, una dissacrazione a getto continuo, il ridimensionamento umoristico, la morale dello scrupolo critico, la feroce ironia fatta metodo. L’olocausto dei poeti, dei creatori.

Volendo, infatti, possiamo trovare difetti micidiali in chiunque. Ma proprio tutti. Anche qualora ci trovassimo di fronte a un genio, grandi qualità si accompagnano sempre a grandi difetti! Materiale non manca mai. Gli esseri umani, in generale, nascondono un lato profondamente patetico, una parte di massiccia e brutale meschinità. Grattate, grattate e troverete. Inutile evocare, a titolo probatorio, il fetore della potente circolazione tra arte e vita tipico della letteratura russa, anche di quella più raffinata, dove il tragico e il meschino aleggiano sovrani, statuari. Ancora oggi, dall’oltretomba, Dostoevskij ci ossessiona con quel territorio.

Esiste, inoltre, un metodo particolarmente vile, molto di moda tra i critici di ogni razza e rango, soprattutto tra quelli intellettualmente disonesti, interessati a tirare acqua al proprio mulino, a buon mercato, e non disdegnando le più raffinate calunnie: quello di elencare la somma di difetti superficiali o limiti reali di un pensatore e uno scrittore di rango assoluto, e usarli contro di lui per dissacrarlo o delegittimarlo, anche qualora le sue qualità, sul piatto della bilancia, pesino di gran lunga di più rispetto ai difetti. Sono quegli intellettuali, i meri compositori e commentatori di idee altrui, che criticano ferocemente i propri simili o chi li sovrasta, si divertono con talento, crudeltà e sarcasmo nello smascherare l’intellettuale o il creatore, quando questi diventano la caricatura di loro stessi, con i loro giudizi satirici, irrisori, dimenticando però di includere anche il criticante nel quadro dissacratorio.

Ciò che rende insopportabile e patetico colui che fa della satira e l’ironia il suo mestiere, la sua arte e la sua ossessione, è l’impertinenza della sua dissacrazione a getto continuo, di tutto e di tutti; salvo che poi, lui, avendo riso di tutto, a un certo punto vorrà essere preso sul serio, vorrà la sua dose di dramma, essere risparmiato insomma dallo scherno universale. Vorrà essere profondo, serio. È poi ammissibile permettere a un altro essere umano di giocare con il mistero della nostra esistenza, e conferirgli così il potere di ridurci a un niente, a qualcosa di patetico e ridicolo, di ridimensionarci impietosamente, quando lui stesso vorrà essere qualcuno e non chiunque? Si è mai visto uno che usa la satira e l’ironia come una clava, esercitare su di sé, ininterrottamente, questa pratica, fino al punto da massacrare e cancellare in se stesso fino all’ultima traccia di orgoglio o vanità? Solo un mostro sarebbe capace di fare quello che fa agli altri anche e soprattutto a se stesso. Solo allora sarebbe un dio che ride di tutto e di tutti.

Sputo subito sul piatto il movente impuro. Ci sono articoli e personaggi che stimolano in me reazioni scomposte e, soprattutto, mi tirano fuori, ancora una volta, temi che ormai ho già digerito da decenni. Il primo impulso è di profonda noia, poi quello di fare a pezzi, verbalmente, la viscida probità di chi pretende di insegnarci a vivere, da critico, con la tipica espressione dell’angoscia di uomini impersonali, i saggi, dediti a quella spietata macchina sociale che riduce gli esseri umani a creature amorfe e grigie: “le passioni fanno vivere l’uomo, la saggezza lo fa semplicemente durare”, scrive Chamfort, che aveva capito.

Ahimè, mi tocca rigurgitare il vecchio e trito armamentario silloggizzante. E già mi si chiude la vena.

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Un paio di giorni fa mi capita di leggere un articolo di L. Mascheroni (su ciò che penso dei bibliomani, ho già scritto qui), Cari venerati maestri, attenti a non pungervi col cactus della critica, dedicato ad Alfonso Berardinelli e il suo nuovo, spinoso libro (e già qui vorrei gridare a bruciapelo contro il recensore che le SPINE sono ben altre, da quelle di un critico): Cactus. Meditazioni, satire, scherzi, ovvero una raccolta di testi scritti tra gli anni ’80 e ’90 su varie riviste. Due polieruditi. L’accanito bibliomane, il sontuoso alfiere del nulla, che recensisce ed elogia lo sferzante critico della cultura, il saggista, il Proteo intellettuale, secolarizzato, che a sua volta fustiga al culo, con lo straccio bagnato, il suo stesso mondo di appartenenza, con la velleità di trasformare la sua critica in Letteratura; è risaputo che ahimè alcuni critici, ostinati, si rifugiano nella frase di Oscar Wilde: “la critica è più creativa della creazione”, nella pretesa e nella speranza di essere più Erode di Erode. Io al contrario penso subito alla frase di Cioran: “Quando uno non ha niente da dire, diventa critico letterario – e quando ha ancora meno da dire, diventa critico dei critici”.

Lui è Luca Orlandini

Il critico italiano non salva nessuno dei suoi avversari, eccetto se stesso, implicitamente. Allora tocca a noi compiere l’esercizio apotropaico, l’attacco dissacrante, ironico, satirico, contro di lui, per una volta.

Di lui, e delle vittime dei suoi ritratti feroci, ahimè ho letto quasi tutto, come si leggono i nemici, una curiosa specie aliena, per immunizzarvi, da lui e da tutti quelli come lui. Da sempre. A vent’anni, infatti, già sapevo che questa gente non aveva niente da dirmi, se non in negativo. È sempre stata pars destruens. Mi sono alfabetizzato in ‘cultura’ studiando i miei nemici, per poi lasciare per strada le loro brainfart. Di loro non mi rimane niente, se non un monito letale, che mette al riparo da clamorosi errori di connivenza. Non sono loro, i critici, cari lettori, a rivelarvi la potenza occulta dei rivolgimenti epocali, i recessi della storia, il vero nomadismo sapienziale, lo scandalo della creazione; né in loro troverete lucidità e linfa, o il dramma personale che si svolge in seno a un’autentica opera d’arte. La fisiologia del mondo, il suo mormorìo ininterrotto, il furore della sua evidenza silenziosa, non riaffiora mai nel pantheon della critica.

Certo, Berardinelli non scrive male, di tanto in tanto, a volte ha perfino qualche picco di talento. Ma scrive come un saggista, e non è un fuori classe. Non un Arbasino, meno che mai un Flaiano. D’altronde, lo leggiamo, e mai che vi faccia saltare sulla sedia, ridere di gusto, piangere, scorrere un brivido lungo la schiena. E se gli capita di essere corroborante, di riuscire a regalarvi un flebile frisson, immancabilmente scoccato dalla sua fottuta ironia maieutica, è solo quello del raisonneur. Il sordo clangore incatenato di una coscienza bibliografica. Io vagheggio un uccello selvatico, feroce, roso dalla nostalgia del cielo e del vento, che prende alle viscere, provoca un brivido lungo la schiena, scuote i nervi; immagino colui che spiega ali come un’aquila e si alza in volo, per creare opere immortali, per predare e lottare, e poi vedi quelli come Berardinelli, un probo, un amico fraterno della mediocrità aristotelica, che non è mai libero di volare, e di sbagliare. Uno che osa addirittura scrivere – ahimè, il bisogno di fissarlo su carta, di avere testimoni, di giustificarsi! – che lui nell’anima è un anarchico, terribile, e che solo per discrezione liberal-democratica recita un responsabile disincanto, la “disavventura dell’impegno” del critico della cultura; lui, che non apprezza in quanto critico le qualità per cui è in difetto in quanto creatore! Un fottuto Tersite che sceglie di essere fiero della propria mediocrità, che dice di aver scelto in tutta lucidità, preferendosi ad Achille. Uno di quelli che ti insegna la viltà speculativa, che avere paura di qualcosa è un buon motivo per mancarle di rispetto, e non che, al contrario, se certe cose non è consigliabile accoglierle, è altrettanto disdicevole respingerle – choosing not to believe in the Devil won’t protect you from It. È quel genere di pensatore, dalla faziosità stupefacente, che ti mette una mano paternalistica sulla spalla e, sotto sotto, gratta gratta, disprezza tutto ciò che esiste, si amareggia per ogni grandezza degli esseri umani e delle creature, per tutto ciò che crede in sé.

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Certo, con me lui sfonda una porta aperta, quando critica e ridicolizza a ragion veduta gli heideggeriani e il loro gergo. Quando sbeffeggia coloro che annegano nell’abuso delle parole in corsivo, con la loro voluttà essenzialista, nella “ricerca mistica, come illustrazione, messa in scena, decorazione, orgia culturalista, estetica della profondità”, un lamento estenuato, un luogo comune o un ridicolo conformismo; dove il gusto della lucidità viene consumato come potrebbe esserlo una portata al ristorante, e “l’estatico alla Kirillov e non del genere dei credenti” sarebbe solo alta pasticceria per animali da cortile, manichei da salotto. Il mainstream dei lettori. Il prêt-à-porter dell’orgoglio, vanità déguisé, coatta degli scrocconi di un assoluto pletorico e sentimentale.

E c’è del vero quando sottolinea i plateali difetti di alcuni colleghi. G. Vattimo e il suo pedante quanto vano “pensiero debole”, pura metallica ingegneria filosofica creata in laboratorio, in vitro e mai en plein air; il soporifero M. Cacciari, di cui vi invito a leggere, come regale esempio di supercazzola, se avete tendenze masochiste, la sua prefazione al Diaro postumo di Simmel, da lui curato e tradotto, dove sfoggia un rutilante affastellamento di concetti, un frastuono di pretenziosa erudizione, e la totale assenza di senso del ridicolo; T. Negri, verboso nipotino del suo idolo Spinoza, con i suoi abracadabra teorici, e il suo stile arcigno, metallico, così desolante, privo di immagini, uno che ha sempre elevato la forza probatoria del concetto a danno della linfa espressiva, come si conviene a gente come lui; C. Magris, l’ennesimo obnubilato – rincoglionito? – in malafede che sbeffeggia la prosa struggente di Cioran; U. Eco, vera e propria icona della Kultura, e amato da Elisabetta Sgarbi (che oggi pubblica santo Houellebecq e quel disturbatore in livrea cinica di Parente, uno che ha l’ansia di informare i lettori della sua depressione, e del fatto che vegeta tutto il giorno seduto sul divano a giocare alla play station), che ai miei occhi ha sempre rappresentato il prototipo dell’intellettuale che ho sempre disprezzato, e dello scrittore sopravvalutato (Il nome della Rosa e Il pendolo di Foucault). La sua vanità, elevata al rango del genio, si manifestava sulfurea durante i corsi che teneva all’università, quando, per manifestare platealmente il suo dissenso, e il suo viscerale fastidio per qualcosa, alzava la voce e sputava bilioso contro la lavagna portentosi agglomerati di catarro, davanti ai suoi allievi. Era il suo modo per far capire al mondo delle giovani generazioni che lui non era solo il re dei polieruditi, una Testa che cammina, il fiero detentore di trentamila volumi, il kantiano, il tuttologo, il semiologo ma il Carmelo Bene degli intellettuali, dei bibliomani. La fottuta rockstar delle pippe mentali. Uno di quelli che, sostengo io, avrebbe dovuto essere sepolto sotto il boato di una risata cosmica, e invece è stato osannato, e ricompensato con ricchezze e onori. Me lo sono sempre immaginato nel suo castello di Urbino, questo Napoleone di ogni geografia intellettuale, soddisfatto della sua testa.

Oggi il mercato del circuito culturale ci spaccia la pedanteria intellettuale del più modesto Fusaro. Un prodotto confezionato a tavolino, rivestimento o prefigurazione di logo, marketing. Desolante spirito del tempo.

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Naturalmente, Berardinelli, a fronte di certe follie reali della cultura di oggi, ne approfitta anche per dichiarare off-limits la profondità, una nozione tipicamente romantica – e questo è il problema – in nome di una proba e recitata assoluta prosaicità.

Rifiuta il Romanticismo tout court, benché, cazzo, anche Leopardi oppose un netto rifiuto alla sirena dialettica e idealista, e con quale ineguagliabile profondità, per rimanere, nonostante tutto, a suo modo un rapace ultraromantico. Rifiuta la Mitteleuropa e la sua letteratura, la matrice ambigua e oscura, la depravazione slava. Rifiuta Nietzsche e la tenebrosa filosofia tedesca, sebbene già criticate con ineguagliabile profondità e nitida concisione dalla stupefacente poesia in prosa di Cioran, decenni prima; e ancor prima dallo stesso Leopardi. Rifiuta ogni oscuro fondo animale, velato da una pellicola opaca, impenetrabile, refrattaria a rendere conto all’intelligenza. Rifiuta la parola carica, ogni ingorgo di linfa, addensamento di energia, ogni pressione dell’ignoto. Disprezza l’antenna metafisica, le determinazioni metafisiche dell’arte, ossia il magico e il religioso, dimenticando che in passato tutto ciò che in filosofia era vivo si riduceva a qualche prestito dal religioso (e lo scrivo io, che non ho la minima inclinazione religiosa, né scientifica), che veste il linguaggio poetico; inutile citare Robert Graves. Rifiuta il mito, che, nonostante la voluta miopia, non è semplice storia remota, ma realtà senza tempo che si ripete nella storia, l’irruzione dell’assoluto nel tempo, il respiro delle ere geologiche, il non umano, la capacita di stimolare l’istinto vitale, la carica di verità delle prima mitologie – scrive infatti Benjamin Fondane: “ogni metodo implica un linguaggio e dunque un mistero; ogni cosa nasce nel mito… Oh santa semplicità, cosa non è mito?!”. Rifiuta la vena carsica inattuale, immoralista, antiumanista, antistoricista – così cara, al contrario, a Leopardi – una realtà che non deve e non può rappresentare la costruttiva e sommamente impoetica critica della cultura, la moderna religione dell’umano, l’immacolata concezione del sociale che aleggia ovunque, onniavvolgente, sull’arte, la poesia, la letteratura. Soprattutto, su tutto ciò che è individuale.

Ma Berardinelli non si ferma qui.

Nel tempo ha criticato ferocemente, esattamente come Edmondo Berselli, l’Adelphi (vogliamo paragonare i Quaderni piacentini, con un editore per fighetti, con le copertine color pastello?!) – la casa editrice che alla fine degli Sessanta nasce da una costola della sovietica Einaudi, per proporre un cultura antagonista a quella marxista o neo-marxista, allora dominante – e un buon numero di suoi alfieri: R. Calasso, P. Citati, G. Ceronetti, E. Cioran. La santa setta delle “C”.

Calasso viene rubricato per direttissima sotto la philosophia perennis. Ascoltate: “Tra le ossessioni di Calasso occupa una zona centrale del suo spirito la lotta contro il mondo occidentale moderno, contro le idee di Storia e di Progresso, contro l’Illuminismo e contro la politica ‘di sinistra’… Il limite stilistico del libro – il Rosa Tiepolo – è che Calasso ci racconta una favola di cui conosce in anticipo la morale. Un sapiente come lui non è, e non potrebbe essere un narratore moderno”, ossia un probo critico della cultura. “Per lui la verità non accade, è già accaduta nei miti delle origini”. Stiamo parlando di uno che, per quanto criticabile – e ce ne sarebbero di cose da dire – ha prodotto saggi o monografie tutt’altro che disprezzabili, di primissimo ordine: Le rovine di Kash, Il rosa Tiepolo, I quarantanove gradini, La Folie Baudelaire (che in Francia ha vinto il Prix Chateubriand, l’unico italiano di sempre). Nondimeno, il critico è lì, chino a testa bassa, con la zelante opera di dissacrazione. Ndo cojo cojo! Tattica levantina. Non gli piace il progetto culturale che Calasso & Company portano avanti, il territorio spirituale da cui parlano, che tra l’altro ha il grave difetto, ai suoi occhi, di allevare in seno alla società un popolo di solitari. Ne propone uno alternativo, e con che mezzi.

Anche G. Ceronetti, a sua volta, è sminuito, non senza qualche equanime concessione, che non manca mai, nel momento in cui viene definito laconicamente un “esteta del sacro” (la stessa accusa che gli rivolge S. Quinzio), per far ammutolire in blocco anche la sua forza reale, sapienzale, quella che sulla bilancia pesa di più: il suo contatto con “l’anguilla delle verità profonde”. Un’altra personalità di rango assoluto, liquidata in quattro battute, a buon mercato.

Pietro Citati, poi, è definito un “manipolatore postmoderno del passato culturale”, un abile sfruttatore compulsivo della citazione, che rimaneggia con estro. Un grondare ipertrofico di saggezza esoterica, in posa plastica: quella assorta e profonda, ieratica. Uno che ha guizzi estrosi, troppo personali (qui B. copia uno degli aedi della ragionevolezza critica, T.S. Eliot, il quale sostenne che perfino le letture sull’opera di Shakespeare dei ‘creativi’ e troppo personali Goethe e Coleridge erano un’“aberrazione critica”!), che manca della dovuta impersonalità, tipica di quella persone che “volano basso”! In ogni caso, è quanto di peggio possa esistere, per B., che detesta la profondità in ogni sua forma. Già solo la parola “esoterico” gli fa venire l’orticaria, figuratevi citargli la “gnosi”. Non dite di essere metafisicamente single, è un’eresia. E non osate mai citare, di fronte a lui, il lirico, potrebbe colpirvi con uno schiaffo a bruciapelo. Meno che mai l’irrazionale, la sterile prerogativa di coloro che si perdono in “bambinate”, come le chiamava Jean Wahl, arcigno studioso accademico di Kierkegaard, suo sterile tuttologo, quando definiva così le Memorie del sottosuolo di Dostoevskij. C’est dure dure être ‘bébé’! Soprattutto non evocate la potente poesia, quella degli appassionati amanti e non quella dei falsi figli delle Muse, dagli amorosi eunuchi, perché B. è uno di quelli che si perde in fantasmagoriche pedanterie, come quelle che trovate in Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati. Un libro noiosissimo, di sfibrante inutilità, scritto in coppia con H.M. Enzensberger!, e dove non trovate un etto di vera poesia. Niente, zero. Da spararsi nei coglioni. Per carità, neanche io stravedo per Citati, e trovo comici i ferventi adepti della Adelphi (conosco uno scrittore, un demente, che appena ha fatto due soldi si è comprato tutto il catalogo, in blocco), ma la questione è un’altra: B. spara a zero su Citati soprattutto per un motivo. Quest’ultimo ha il grave torto di difendere un mondo, quello che trovate per esempio ne Il male assoluto, che B. detesta inquadrato al modo degli aedi della cultura adelphiana, poiché lui è un esorcista dell’inquietudine metafisica, e afferma candido che non esiste alcuna ragione, oggi, per aggrapparsi a questo genere di inquietudine, a questo “culto da princisbecchi, che non innerva nessuna seria critica della cultura”.

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Ora, un caso di clamorosa disonestà intellettuale, da parte di B., lo trovate nel suo commento a Emil Cioran. Altro gigante che fa sembrare B. quello che è, a confronto – un nano. Cioran viene massacrato senza mezzi termini, a buon mercato. Leggete qui di seguito un sunto dei suoi miasmi isterici e la prova fatale dell’idiozia dei suoi commenti. Sono esemplari. In Cioran, il più pessimista, il critico italiano, che ancora oggi definisce il rumeno un “petulante manierista”, scrive in appena poco più di tre fottute pagine: “Pensiero negativo”, “parvenu dell’intelligenza e dello spirito” (la stessa ridicola accusa che gli rivolse A. Camus, al tempo del fenomenale Sommario di decomposizione), “antiprogressivo senza incertezze”, “acrimonioso”, “splenetico”, pieno di “infatuazioni, di piccoli dogmi personali”, quello che deve essere sempre “il più fine”, “volgare”, “dispotismo e feticismo dello stile”, “finge la lucidità”, la migliore dimostrazione dell’“ottusità dello spirito puro come categoria assoluta”, “pensa solo a se stesso… alla propria immagine”. Emil Cioran liquidato in tre pagine, e con che argomenti! Ed è quanto meno curioso. E già mi vergogno per lui. Non solo perché Berardinelli, per esempio, ammira W.H. Auden, quello stesso poeta e lettore infallibile (a cui Brodskij dedicò un saggio ispirato in Fuga da Bisanzio, elevandolo al rango della “più grande mente del XX secolo”) che 1971 scrisse una recensione entusiasta sulla New York Review of Books, dedicata a The Fall into Time, dove definisce Cioran: “il miglior scrittore in lingua francese dal dopo guerra in poi, insieme a Malcolm de Chazal”. Saint-John Perse, a sua volta, votava un’ammirazione incondizionata a Cioran. Al pari di Iosif Brodskij, che ne consigliava i libri nei corsi che tenne in vari College americani. Auden, Perse, Brodskij. Il rango assoluto. Basterebbero loro per schiacciare come una cimice Berardinelli. Eppure la lista continua… Ammirazione nei suoi confronti, la votarono Elie Wiesel, Jules Superveille (la prima persona ad aver letto il Sommario, ancora in manoscritto – era già molto anziano, profondamente incline alla depressione, ma disse: “È incredibile quanto mi abbia stimolato il suo libro”), Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Alain Delon. Lo scrittore rumeno fu apprezzato anche da Paul Celan, che tradusse in tedesco il Sommario di decomposizione. Ma anche da Ernst Junger, Jean Rostand, Margeurite Yourcenar, Henri Michaux. Ma non andiamo oltre con la fiera degli ammiratori.

In realtà, ancor prima del brutale e rachitico libello di Berardinelli, fu pubblicato l’attacco ancor più impietoso, ostile e vile di un altro critico di fama, lo zelante pedagogo G. Steiner (osannato per la sua “profonda probità”, dalla liberal Susan Sontag, una saggista che capì poco e male di Cioran, se prestiamo fede a quello che scrive nella sua lunga prefazione al The temptation to exist). È appena il caso di notare, infatti, che l’attacco di B. è del 1985, curiosamente uscito solo pochi mesi – opportunismo? – dopo l’articolo di più di nove pagine di George Steiner sul New Yorker, nel 1984. In tutte le nove pagine di Steiner, più raffinato e se non altro meno sbrigativo del critico italiano, solo due accenni positivi: “Cioran è autore di un interessante saggio su De Maistre” (quando in realtà è uno dei migliori, in assoluto, che io abbia mai letto), “si dà il caso che io sia convinto che lo stoico élitarismo di Cioran, il suo rifiuto del migliorismo à l’américaine contengano più verità delle varie etichette attualmente di moda di progressismo ecumenico”.

Note positive subito abbattute da una sequela di impressionanti detrazioni: “odora di falso”, “pseudopensiero”, “funereo sermone”, “pronunciato da molti prima di lui… non è originale”, “eccesso massiccio e brutale di semplificazione”, “facile”, “minacciosa faciloneria”, “nessun pensiero analitico profondo”, le sue frasi “facili da scrivere… gratificano lo scrittore con il tenebroso incenso dell’oracolarità”, pretende “ottusa acquiescenza… un’eco compiacente”, “flebile gioco di parole”, “non convincente”, il tono “gonfio di macabro chic”, “portentosa stupidità”, “apocalittiche convinzioni”, “pessimismo letale”, “futile”, “idee politiche nere come la notte”, lo “stoico élitarismo”, “non c’è niente qui di molto originale o sensazionale che vada ad aggiungersi all’apologia delle tenebre di De Maistre, in Nietzsche o nelle idee politiche visionarie di Dostoevskij”, “frisson alla moda”, “ridicolo grido”.

Ma non è finita. Steiner sostiene che altra cosa è la non meno chiaroveggente tristezza di Tocqueville, di Henry Adams, Schopenhauer, poiché le loro ragioni “sono scrupolosamente argomentate”! Ossia liberali, storiche, talvolta kantiane, politiche, filosofiche. Ah, la dialettica! Con loro non si rischia il krampf della ragione, la bancarotta della speculazione. La preferenza di Steiner è ovvia. Tutto il loro argomentare, come il loro pessimismo, è per lui circoscritto storicamente. Schopenhauer, ci dice infatti Steiner soddisfatto, malgrado il suo pessimismo, portava con sé ancora significative tracce di Kant e di odio per l’io, faceva inoltre profondamente sua l’ironia del pallido riso dianoetico (il risus purus di Beckett); e, infine, di lui rimaneva il moraliste. Questi pensatori, secondo Steiner, esprimono “dubbi, riserve, rendendo onore al lettore. Non pretendono acquiescenza o un’eco compiacente, ma un ripensamento e una critica”. E “c’è poi molto da dire sulla morte?”, ci dice la fottuta lucidità tutta diurna di questo critico, con una nota perfettamente spinoziana – anche quelli che vegetano ancora nell’infanzia dell’intelletto, in fondo, intuiscono che il tragico era la bestia nera di Spinoza, e che perdersi in cogitationes sulla morte, per lui, non era da uomini “ragionevoli”. Eppure, lo stesso Leopardi, più di un secolo prima, alla temperante frase di Steiner obbietta potente e lapidario: “le opere di genio… non trattando né rappresentando altro che la morte”; Šestov, a sua volta, sostenne che il timore della sofferenza è il timore di scuotere l’ordo et connexio idearum.

Steiner ci parla anche dell’“indiscutibile autorità” di Karl Kraus, Wittgenstein, Beckett (anche lui enormemente influenzato, apertamente, dalla strategia ironica di Schopenhauer!) e Kafka (colui che rappresenta, sì, un tragico potente, ma soprattutto l’antagonismo del più mite degli uomini, una volontà di potenza disarmata, il Kafka animale, sì, ma soprattutto scarafaggio, coleottero, talpa, tenero, puro, accorato e straziante!). “Pensate a Rousseau e Nietzsche – continua Steiner – che giunsero alle stesse conclusioni, ma con ben maggiore forza probatoria”, rispetto a Cioran. L’affondo, nonché l’esempio principe – udite udite – di “traboccante autorità, nata da una sintesi autentica, da una scrittura la cui concisione si ritraduce, obbligatoriamente, in una psicologia e sociologia di attenta coscienza storica su vaste proporzioni”, è il pensiero dei Minima Moralia di T.W. Adorno: “Qualsiasi onesto confronto con Squartamento sarebbe disastroso. Senza dubbio ci sono esempi migliori nell’opera di Cioran…  Ma una raccolta di questo tipo… solleva non tanto la questione se il re sia nudo, quanto se un re ci sia.”, conclude Steiner, che rifila al lettore la squallida e conciliante zampata della dialettica negativa.

Steiner gioca Adorno, la Weil, Tocqueville, Kraus, Nietzsche, Schopenhauer, Dante, Kafka, De Maistre, Adams, Beckett, Wittgenstein, Rousseau contro Cioran, che non solo scriveva con grande considerazione della Weil, Tocqueville, Beckett, Kafka, Hume e di tanti altri che non dispiacerebbero a Steiner, ma criticava con grande lucidità e profondità – probabilmente è questo il problema per Steiner: troppa profondità – le alienazioni della nostra epoca con anni, se non decenni di anticipo rispetto a quegli autori che avrebbero svolto analisi analoghe a quelle di Cioran ma limitate, talvolta, a un ordine puramente sociologico e politico, come ad esempio Hannah Arendt (la pia e rivoluzionaria, che nel suo resoconto del processo Eichmann scrisse: “noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato”) o Raymond Aron e Canetti; e anticipando di mezzo secolo, nel suo Lacrime e Santi, alcune analisi che il narcotico Derrida avrebbe svolto nel suo Glas.

Insomma, un aut-aut. L’alfiere della notte, l’esteta egoista, moralmente e socialmente irresponsabile, il pessimista scettico, deve sparire. È inutile, il peggiore di tutti. Sterile su tutta la linea. Non era lui stesso a dirlo? È un aborto per la continuità della specie, urta ogni continuità vitale e storica, compromette il continuo, ogni generazione, ogni trasmissione organica della vita, fisica o intellettuale. Non lo avrebbe ammesso anche lui nei suoi Cahiers? Chi mi legge è fregato! Ti diceva che tutto stava morendo, ma ahimè in un modo così vitale, con un tale senso dell’umorismo, che purtroppo ci si sente assolutamente sedotti. Ma è poco utile, se non per il piacere di una superba scrittura. Dopotutto, i nichilisti e gli scettici non hanno perso, non sono datati, a cold product? ci dicono i critici americani. Leopardi al contrario scrive: “Così che il Misantropo ch’io era, feci un’opera più utile agli uomini… di quante mai n’abbia prodotte la più squisita filantropia, o qualunque altra qualità umana…”!

Cioran ha il gravissimo difetto, agli occhi di Steiner, di non essere un teologo, uno psicologo, un sociologo, un filosofo politico, uno storico, un moralista. Un pensatore sociale. Gli manca troppo logos! Second Steiner, Cioran non può neanche essere annoverato tra i moraliste, poiché non applica valori e princìpi universali ai problemi della condotta sociale, della società del suo tempo; non riduce le analisi sull’uomo ai rapporti che lo legano ai suoi simili, al sociale, al culto per la cultura che oppone la dittatura del dialogo, e la sua impietosa forma di vita, la tirannia dei valori. La preferenza di Steiner è ovvia: sebbene i moralisti non cerchino di modellare l’uomo, almeno si fermano all’uomo esteriore, all’essere nel tempo, nella società, all’uomo tutto in superficie, e non risparmiano il mistero di niente e di nessuno; per loro nulla è misterioso; spiegare un essere per loro equivale ad abolirlo, a ridurlo a un nulla. Ne scorgono solo le infermità mediocri, generali, di individui socievoli e indaffarati; sfugge loro il male essenziale, guardano alle amarezze diurne, sondano solo il fondo delle apparenze comuni. Lo aveva capito, Cioran, nel Antologia del ritratto. Quella dei moralisti è la stessa superficialità di fronte a cui si arresta, sterile, Berardinelli. A lui, e a una legione di quelli come lui, non interessa la ricerca della profondità, l’anguilla della verità profonde, il sottosuolo che uccide la teoria, ma solo l’abuso della speculazione.

Di conseguenza, Joseph de Maistre, il potente autore del pamphlet in favore del boia, per Steiner rimane un interlocutore poiché, per quanto agli antipodi rispetto alle sue idee, era pur sempre contro il romanticismo, difendeva la trinità costituita dal classicismo, dalla monarchia, dalla chiesa, era l’incarnazione del chiaro spirito latino, l’antitesi stessa della cupa anima germanica; classificava, era rigoroso nel suo pragmatismo politico. All’interno di questo quadro cognitivo, per quanto reazionario, De Maistre rimane un interlocutore passibile di confronto e di confutazione, nonché autore di notevoli intuizioni moderne e precursore di altre, ultramoderne. In lui permane una fondamentale psicologia politica, circoscritta storicamente! Una ragione reazionaria è pur sempre una ragione. Il pessimismo reazionario di De Maistre, infatti, è lontano dal radicale ma paradossale pessimismo reazionario di un Leopardi, nel quale De Maistre non avrebbe potuto riconoscersi, dato l’atteggiamento di dichiarata non-politica del grande recanatese. È solo per questo motivo che Steiner include De Maistre nel pantheon della critica della cultura. Cioran, al contrario, con la sua estetica evanescenza, con il suo stile aristocratico e la sua gnosi permanente, il suo lutto a getto continuo nero come la notte, è roba per artisti, poeti, attori, cantanti, i puer e i perduti di ogni angolo della terra! I lumpen. Non fa una piega, vi pare?

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Il paradosso esilarante di Berardinelli, infine, è quello di criticare sarcasticamente il dna dell’Adelphi, salvo poi recensire recentemente (in Avvenire, 1 aprile 2016) un grande libro della filosofia esistenziale degli anni Trenta, La coscienza infelice, di un poeta e pensatore rumeno, l’unico erede diretto di Lev Šestov, ossia Benjamin Fondane, e senza neanche accorgersi che se Šestov, per molti aspetti, è in parte uno dei nonni del dna dell’Adelphi, Fondane, il filosofo e poeta dell’assurdo e della tragedia, per molti aspetti rappresenta il fratello maggiore (è nato nel 1898) di Cioran (1911) e Ceronetti (1927). Scrivono e pensano, tutti, ognuno con le proprie modulazioni, da un identico territorio spirituale, quello che Berardinelli ha sempre sbeffeggiato.

Il critico, nella cultura, ha sempre svolto la stessa funzione che svolge Cristo nel cattolicesimo. Il ruolo di vicario. Nel caso del critico, il laico pensatore pubblico. Il professor publicus ordinarius. Come in religione si crede in Cristo per non credere direttamente in Dio, per non avere un rapporto autonomo con lui, così i critici sono i vicari del pensiero di tutti, per impedirci di accedere a quella profonda autonomia individuale che testimonia l’esperienza del pensatore privato, del selbstdenker, colui che pensa da sé e per sé, che vede il mondo con i propri occhi. Sono due realtà inconciliabili. Brodskij affermava che la psichiatria è dello Stato. Si può affermare qualcosa di analogo della critica, che, da sempre, pretende di essere il filtro intellettuale tra noi e il reale. Il processo di pastorizzazione, normalizzazione, a danno della individuo. Ridotto all’osso, spogliato da ogni maschera, il meccanismo della critica è sempre stato questo. Il critico vuole curare. Dato che gli artisti non compirebbero le loro opere abbastanza coscientemente, occorre che qualcuno le verifichi, le spieghi e le completi! Susan Sontag ammette candidamente: “Il mio io è gracile, cauto, troppo sano di mente. I buoni scrittori sono egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono, ma la loro sanità mentale è parassitica e vive della fatuità creativa altrui.” è un territorio diafano, immateriale, dove una forza reale diventa finta solo perché ne è stata contrastata la vitalità.

“C’è un élite di ansiosi. Il resto è l’umanità.”, scrive Cioran.

Spazziamo via quella impertinenza intellettuale di chi non ha il rango per poter essere annoverato tra queste élite.

Luca Orlandini

*In copertina la fotografia di Alfonso Berardinelli è realizzata da Dino Ignani