«Il corpo è il tempio di Dio»: omaggio a John Cazale a 40 anni dalla morte. Senza avere mai avuto un ruolo da protagonista, è stato uno dei più grandi attori di sempre

Posted on Agosto 16, 2018, 8:56 am
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Da ragazzo, per tutti gli anni del liceo, avevo un mio rito personale: guardavo una volta all’anno Il cacciatore di Michael Cimino, sempre in compagnia di due o tre amici, che spesso erano gli stessi, a casa dell’uno o dell’altro (nella mia camera, di fronte al letto, avevo appeso il poster con l’immagine in bianco e nero di De Niro che si punta la pistola alla tempia, con la fascia attorno alla fronte di un vivido rosso, unico colore della locandina). Vedevamo il film, dunque, e durante questo piccolo ma solenne tributo all’amicizia virile, ci emozionavamo, anticipavamo le battute che conoscevamo ormai a memoria, fantasticavamo insieme, e si attivava, inevitabile, iniziatico, il gioco delle identificazioni. E mentre gli altri immaginavano di essere il coraggioso ed eroico Mike (De Niro), o il tragico Nick (Cristopher Walken), o il bellissimo Steven (John Savage), io sceglievo sempre lui, Stanley “Stosh”, quello del gruppo di amici che non parte per la guerra, quello un po’ stupido, buffo, bruttino, che porta sempre la pistola appresso senza sapere che cosa significhi sparare davvero a un uomo, quello che viene maltrattato e umiliato da De Niro in una memorabile scena («Ti piace giocare, Stan? Ora ti insegno io un bel gioco»). Avevo riconosciuto in lui, subito, il perdente, il superfluo, l’anti-eroe, il disadattato. Forse perché anche io, a quell’epoca, mi sentivo un po’ così, chi lo sa. O forse perché capivo che John Cazale aveva fatto di quella inadeguatezza la sua straordinaria arma di recitazione. È stato, in effetti, il mio attore preferito durante l’adolescenza, già da prima del Cacciatore, quando lo scoprii per la prima volta nel ruolo di Fredo Corleone, nel Padrino I e II: l’anello debole della famiglia, a cui vengono dati gli incarichi meno importanti, quello che viene schiaffeggiato in pubblico: un personaggio grottesco, la cui assenza pesa su tutta la terza parte sella saga. E poi quando lo vidi accanto a Gene Hackman, in La conversazione e accanto ad Al Pacino a rapinare la banca in Quel pomeriggio di un giorno da cani, silenzioso complice e vittima sacrificale («Tieni alta quell’arma, Sal»). Solo cinque film in sei anni, dal 1972 al 1978, cinque film candidati all’Oscar, cinque pietre miliari del cinema americano. Dire di lui che è stato la più grande spalla della storia del cinema sarebbe riduttivo: Cazale è stato infatti uno dei più grandi attori in assoluto, senza mai aver avuto un ruolo da protagonista, dimostrando che per essere grandi non occorre necessariamente primeggiare (Al Pacino ha dichiarato di aver imparato sulla recitazione più da lui che da chiunque altro). Nessuno sapeva occupare i margini dell’inquadratura con altrettanto peso, nessuno riusciva a rendersi così essenziale senza darlo a vedere. Era un attore della sottrazione e del silenzio, salvo poi rivelare tutta la centralità del suo ruolo, perfino in absentia, solo alla fine del film, e in un’epoca in cui tutti tendono a presenziare, a vincere, a esserci, la sua fenomenale arte della discrezione resta una lezione etica, prima ancora che artistica.

In una scena di Un pomeriggio di un giorno da cani a un certo punto il suo personaggio dice che non fuma perché non vuole prendere il cancro e che «il corpo è il tempio di Dio». Mai battuta fu più tristemente profetica. John si ammalò proprio di un cancro ai polmoni e nonostante avesse i giorni ormai contati recitò nel Cacciatore accanto alla sua compagna Meryl Streep (che gli fu vicino e lo accudì fino all’ultimo giorno con una devozione e dedizione commoventi). Quando la Universal Studio venne a sapere delle sue condizioni di malato terminale chiese a Cimino di licenziarlo, perché non era disposta a pagare l’assicurazione in caso di morte. Ma il regista si oppose fermamente (aveva scritto apposta per lui il ruolo di Stan) e De Niro (segretamente) si offrì di coprire le spese. Solo così la produzione accettò, imponendo però, cinicamente, di scrivere una sceneggiatura alternativa nel caso in cui Cazale non ce l’avesse fatta a terminare le riprese. Invece ce la fece, anche se non riuscì a vedere il film completo, regalandoci la sua ultima, indimenticabile interpretazione, che è una lezione di recitazione da studiare nelle scuole di cinema dalla prima all’ultima scena. C’è un dettaglio, ad esempio, durante la lunga festa per il matrimonio di Steven e Angela, che mi colpiva sempre, ogni volta che rivedevo il film: mentre passa la sposa davanti alla fila degli invitati lui compie un gesto totalmente assurdo, tentando di pestare lo strascico del vestito nuziale. Perché lo fa? A che scopo? Ecco, in quel gesto così incongruo, così infantilmente anarchico, irriverente, c’è tutta l’imprevedibilità della recitazione di Cazale: una recitazione che si esprimeva nei dettagli minimi, in piccoli gesti inattesi, in espressioni quasi impercettibili, una recitazione quasi subliminale, la cui natura agìta, dominata da impulsi estranei, fa di lui un attore profondamente moderno.

Se Dio è il genio, il daimon, allora davvero il corpo di John Cazale è stato «il tempio di Dio»: quel corpo esile, che sembrava voler sempre esprimere qualcosa che la parola negava o nascondeva, aveva un che di sacrale nello straordinario talento che riusciva a esprimere in ogni gesto, in ogni movimento. Il viso malinconico di Cazale, il suo sguardo dolcissimo e sperduto in una misteriosa tristezza, la sua disappartenenza continuano a raccontarci la disfatta del sogno americano, e dunque anche quella della nostra civiltà occidentale, e dunque anche di tutti noi, e continuano a rappresentare le nostre debolezze, il nostro tragico e comico destino di tristi buffoni, riflesso in quello dell’indimenticabile Stan, che canta ubriaco «I love you baby» in un bar d’una sperduta cittadina della Pennsylvania, con l’apocalisse che aspetta in agguato dietro l’angolo.

Fabrizio Coscia