Il cinema italiano, in generale, è una noia equina. Il film su Stefano Cucchi, invece, è bellissimo. Perché? Narra il fallimento della generazione dei 40enni

Posted on settembre 20, 2018, 8:43 am
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Il cinema italiano, in generale, è macchiettistico o “autorial-che-noia-e-finale-non-finale”, con la maggioranza degli attori che recitano in modo palese una parte o interpretano, di continuo, loro stessi. I soggetti e le trame inseguono filoni e stili da avanspettacolo o che vendono all’estero, come d’altronde capita coi libri, nelle collane di narrativa mainstream delle nostre più importanti case editrici, che inseguono asfittiche quello che funziona oltreconfine e, così, ironia della sorte, vendono i soliti quattro gatti, mentre i direttori editoriali si lamentano nella loro compagnia di giro che l’Italia è un paese di pochi lettori.

“Sulla mia pelle”, in questo senso, è un film fuori dal coro. Per quei pochi che non lo sanno, racconta la morte del 31enne Stefano Cucchi (1978 – 2009), causata dal pestaggio di alcuni tutori dell’ordine dopo il suo arresto per spaccio di droga.

Per prima cosa, complimenti al protagonista, Alessandro Borghi, già perfetto in “Suburra” (film e serie). È centratissimo e ascoltare nel finale le parole del vero Stefano all’udienza fa venire i brividi per quanto l’attore sia entrato nella parte. Anche se Stefano, quando viene arrestato, il 15 ottobre 2009, pesa 43 chili (per un metro e 76 centimetri di altezza), mentre Borghi, al momento dell’arresto cinematografico, a occhio, ne pesa almeno 25 in più, con addominali scolpiti che proprio non si addicono a un tossico dipendente di lungo corso che pesa, appunto, una quarantina di chili e spiccioli (con l’hobby di boxare ogni tanto in palestra). Ma è un dettaglio insignificante anche per una storia che vuole essere la cronaca dei fatti nuda e cruda.

E in effetti tra le critiche ricorrenti al regista Alessio Cremonini c’è quella dello stile troppo docu-film. Per me, invece, funziona. Altri hanno criticato il ruolo marginale della sorella: eroe borghese alla ricerca della verità, nei meandri dell’Italia peggiore: ipocrita, inefficiente, rancorosa e indifferente. Ma per dare più spazio all’indomabile Ilaria, la trama andava cambiata tutta, posticipandola di anni e raccontando il consueto bar sport italico che c’è stato ai tempi tra i media e i vari politici, compresa l’odiosa perla di Carlo Giovanardi, all’epoca sottosegretario, che ha imputato la morte del povero Stefano ad anoressia e tossicodipendenza – in seguito si è pentito di tali parole e si è scusato con i familiari.

Ecco, a mio avviso il film di Cremonini ha il grande merito di raccontare Stefano come simbolo metaforico della sua generazione: i 30-40enni d’Italia, identici oggi come dieci anni fa.

Mi spiego. I media hanno sviscerato più o meno tutto ciò che di atroce è successo a Stefano (purtroppo la giustizia no, ma in Italia siamo tragicamente abituati anche a questo). Il film, invece, punta il dito sulle sue debolezze caratteriali. È un bravo ragazzo, che vuol bene ai suoi cari e agli amici ma è un debole e la regia, più di una volta, inquadra la sua paura di denunciare gli abusi subiti, anche a quei pochi che hanno dimostrato interesse nei suoi confronti.

Ed è quel Dai, forza, reagisci, che frulla nella testa dello spettatore a restare inespresso, fino all’ineluttabilità del finale. Ed è quel Dai, forza, reagite che dobbiamo urlare alla sua generazione – in gran parte altrettanto inespressa – per far ripartire l’Italia. Perché è in gioco la pelle di tutti.

Michele Mengoli

www.mengoli.it