“Ci è stato detto o no che l’uomo è un abisso? E noi che facciamo? Lo riduciamo a una pozzanghera?”: Woyzeck, l’unico sano in un mondo di folli. Discorso su “Il caso W.” di Rita Frongia

Posted on Gennaio 14, 2020, 12:27 pm
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Ci sono almeno due modalità di esprimere in teatro o in poesia l’orrore e la complessità della vita, con tutti i suoi dilemmi teorici e pratici. Se ne può anzitutto parlare con serietà, partendo dall’assunto che segue. Se l’esistenza è una cosa seria, bisogna rappresentarla seriamente, senza edulcorare il marcio che si annida all’interno. Il dolore va ostentato nella sua sfrontatezza e nudità, o non mostrato affatto sul patibolo del palcoscenico. Il limite di questa prospettiva è che l’orrore che viene così rivelato diventa intollerabile e, per molti aspetti, non riesce a diventare autentica materia di riflessione intellettuale e uno spunto di rivoluzione morale. Entro tale prospettiva, ci crogioleremmo del dolore quotidiano tramite il dolore portato sulla scena. O ancora, non faremmo altro che grufolare come maiali dentro il fango in cui siamo impastati sin dalla culla, se non anche da prima. Lungi dall’essere “seria”, dunque, la serietà è “seriosa”. Essa dà l’impressione di affrontare di petto le questioni fondamentali e, invece, le nasconde sotto la torbida maschera dell’osceno.

La seconda modalità consiste nel rappresentare l’orrore dell’esistenza con il gioco e il grottesco. La premessa di partenza è l’esatto contraltare della modalità seriosa. Poiché ben conosciamo l’orrore quotidiano e la tragedia di esistere, lo sforzo consisterebbe nel cercare librarsi sopra il marcio con leggerezza e di trasformarlo in commedia, così da guardarlo con la giusta presa di distanza critica in modo da sperare, un giorno, di trovare i mezzi per depurarlo o di renderlo meno prepotente e invasivo. La poesia del teatro è insomma, forse, un gioco comico che cerca di generare delle nuvole da cui precipiterà una pioggia che pulisce per un poco l’ambiente sottostante, che spegne le fiamme dell’Inferno.

Il caso W. di Rita Frongia (fino al 19 gennaio 2020 al Teatro Astra di Torino) appartiene forse alla seconda modalità espressiva. Il lavoro rappresenta un’immaginaria prosecuzione del Woyzeck di Georg Büchner, che trae lo spunto da un dato filologico. Tra le carte dell’artista, infatti, è stato ritrovato una versione del manoscritto che si conclude con una scena misteriosa. Un barbiere, un giudice, un usciere di tribunale e un medico si trovano in un luogo imprecisato. L’ultimo dei quattro personaggi pronuncia, inoltre, secondo l’edizione critica del testo del Woyzeck a cura di Henri e Rosemarie Poschmann (Sämtliche Werke, Briefe und Dokumente. 2 Bde, Frankfurt am Main 1992, p. 173), tale battuta: Ein guter Mord, ein ächter Mord, ein schön Mord, so schön als man ihn nur verlangen tun kann, wir haben schon lange so kein gehabt («Un buon omicidio, un vero omicidio, un bell’omicidio, tanto bello che non se ne potrebbe chiedere uno migliore. Non ne abbiamo visto uno così bello da tanto tempo»; trad. mia). Il dettaglio ha dato adito all’ipotesi che il Woyzeck si sarebbe concluso con il processo all’omonimo protagonista del testo incompiuto. Il “barbiere” potrebbe essere Woyzeck stesso che, dopo esser stato catturato dalla polizia per l’omicidio della sua compagna Marie, a sua volta istigato da alcune voci spettrali che riempiono la sua testa di visioni apocalittiche e di morte, è processato e dichiarato sano di mente, quindi condannato a morte. Complice di questa ipotesi esegetica sarebbe anche il fatto che il Woyzeck storico fu in effetti vittima di un processo di tal genere, dove l’appello alla sua infermità mentale era stato usato per tentare di scagionarlo, o almeno per riservargli una punizione più lieve.

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Il frammento ritrovato tra le carte di Büchner costituisce, però, solo il punto di partenza de Il caso W. di Frongia. Il lavoro non mira, infatti, a cercare di colmare il vuoto lasciato dall’opera incompiuta, ricorrendo ad altri dati testuali o alcune testimonianze esterne per supporre quale potesse essere stato il finale che il giovane drammaturgo aveva previsto per la sua opera. Del resto, una tale impresa sarebbe impossibile e, forse, persino dannosa. Nessuno di noi sa prevedere quale sarà il prossimo pensiero che ci apparirà in mente, né ha piena cognizione su come i progetti che stiamo realizzando termineranno. All’improvviso, può accadere dentro i nostri processi mentali qualcosa di diverso e di inaspettato, o ancora può capitare fuori di noi un evento del tutto imprevisto, che porta a riconsiderare il senso e il fine delle nostre azioni. Büchner stesso poteva insomma non avere la minima idea di quale sarebbe stato il finale del Woyzeck, oppure ce l’aveva, ma avrebbe potuto modificarlo abbandonando tutte le ipotesi abbozzate sulle sue sudate carte. E se non riusciamo a sapere del tutto che cosa succede dentro gli angusti confini del nostro “io”, come si può pretendere di anticipare e colmare la vita mentale di un “altro”?

L’impresa sarebbe però anche dannosa perché la forza espressiva e poetica del Woyzeck sta proprio nella sua incompiutezza: nella deflagrazione della storia del povero soldato Woyzeck in alcuni frammenti drammatici, di cui si ignora (o si fatica a riconoscere) l’ordine e i nessi casuali. La prosecuzione immaginaria de Il caso W. prende dunque il carattere incompiuto del testo come un valore e, più che colmarne i vuoti, cerca di infittire ancora di più il mistero di questa vicenda grottesca. E lo fa, come si accennava all’inizio, appunto con lo strumento del gioco e del comico del teatro, che cerca di esprimere concetti e idee abissali per il tramite del riso. Abbandonata ogni velleità di aderenza scientifica e fedeltà filologica, Il caso W. si tramuta in un omaggio a Büchner e, al tempo stesso, un approfondimento di alcuni volti inquietanti della vita, che il processo a Woyzeck fa emergere in modo divertente e insieme sinistro.

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Il sèguito della trattazione si concentrerà sui tre grandi temi che animano il lavoro di Frongia e sulle procedure che infittiscono – invece di risolvere una volta per tutte – il mistero del Woyzeck: la giustizia, la follia, la morte. Si vedrà come, forse, una delle specificità di questo lavoro è la capacità di mostrare che la nostra realtà è in totale soqquadro (The World is out of Joint, diceva Amleto), in cui non si capisce più chi sia il giusto e chi il criminale, chi il folle e chi il savio, chi il vivo che si avvia a morire e chi il morto vivente che cammina.

Il tema della giustizia è il basso continuo di tutta la rappresentazione, che è esplicitato con un elemento scenico. In alto, sospeso sul palcoscenico, è appeso un cartello che recita la formula giudiziaria «La legge è uguale per tutti». Apparentemente, essa dovrebbe far da garante della giustizia, perché pone un’identità tra il “giusto” e il “legale”. La giustizia sarebbe identificata con l’applicazione delle leggi stabilite dagli esseri umani. Ora, Il caso W. solleva in merito due problemi. Da un lato, esistono operatori umani capaci di salvaguardare la giustizia? Dall’altro lato, è davvero sensato identificare “giusto” e “legale”, in altri termini può la legislazione riuscire a individuare e punire o correggere gli ingiusti?

La risposta che è fornita a tali domande è sicuramente negativa. I presunti operatori della giustizia che vengono rappresentati nello spettacolo – giudice e cancelliere, l’avvocato di Woyzeck e il suo accusatore – si rivelano inadeguati ad assolvere a questo compito, poiché pensano a tutto meno che a cercare questa virtù e a diffonderla in società. Infatti, sia dentro che fuori dalle aule del tribunale, questi individui parlano del cibo, si lamentano dei loro problemi col sonno, raccontano barzellette, cantano ariette e danzano balletti dimentichi del proprio ruolo istituzionale. La rappresentazione degli operatori della giustizia è dunque comica e leggere, ma veicola un contenuto serissimo. Chi sarebbe chiamato ad amministrare la giustizia è assorbito da questioni futili e non dall’amore della verità, che anzi si cerca controvoglia e quasi per noia.

Di fronte a persone così mediocri, dunque, l’accusato Woyzeck non può che apparire poco interessante, nonostante l’impatto che esso ha avuto e ha tutt’oggi sull’opinione pubblica. Se si limita lo sguardo agli eventi concreti, infatti, l’omicidio di Marie può essere ridotto al movente prosaico della gelosia. Tale è la strategia dell’accusa, che individua le cause del caso di violenza alla tresca della compagna di Woyzeck con il Tamburmaggiore, sminuendo ogni riferimento alle visioni apocalittiche che tormentano l’accusato. Gli altri membri del tribunale sembrano poi ben disposti ad accettare questa versione rassicurante dei fatti. Fa eccezione l’avvocato della difesa, che in effetti riconosce la presenza delle potenze sovrannaturali e vi fa ricorso, nella sua arringa finale, per spiegare la causa non banale del gesto omicida di Woyzeck: «i fatti sono sotto gli occhi di tutti e neanche la supponenza del giusto li può oscurare. Ci è stato detto o no che l’uomo è un abisso? E noi che facciamo? Lo riduciamo a una pozzanghera?». Ma anche tale eccezione può essere ridimensionata, ricordando una delle scene centrali dello spettacolo. L’avvocato si trova a parlare con l’accusatore di Woyzeck al chiuso di un’aula del tribunale e, invece di discutere in merito a questo caso molto peculiare, ciancia su quanto sia buona l’insalata con le trombette di morto e accetta di buon grado un invito a raggiungere il collega a cena per provarle. Questo dialogo segreto è rivelatore, perché insinua un dubbio nello spettatore. Ciò che sostiene l’avvocato della difesa è effettivamente dettato da un’autentica credenza nel mistero e nel sovrannaturale? O è forse, più probabilmente, una sua strategia retorica di facciata, un elemento pittoresco che il personaggio usa per corroborare la tesi dell’infermità mentale del soldato Woyzeck?

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Il disinteresse di fondo al piano sovrannaturale può essere poi ricollegato al secondo problema accennato sopra, ossia se sia corretto identificare, come fanno i personaggi, il “giusto” con il “legale”. Se la giustizia consistesse solo nel rimediare a un’infrazione della legge, allora Woyzeck sarebbe in effetti colpevole e ingiusto. Ma se si tiene da conto di ciò che gli esseri umani non riescono di norma a concepire e a immaginare, ossia del mondo invisibile degli spettri e del sovrannaturale, allora ecco che la questione si fa più intricata e diventa impossibile capire se è stata commessa un’ingiustizia. Woyzeck può non aver ucciso per cause passionali e umane, bensì perché spinto da una forza più potente e violenta di lui. In tal caso, la sua evidente infrazione della legge non basta a qualificarlo come ingiusto, perché è venuta meno la responsabilità dell’atto. Operatori di ingiustizia sembrano essere, invece, proprio gli attori del tribunale che studiano il caso Woyzeck con superficialità, con l’unico obiettivo di chiudere presto il processo e di tornare alle loro occupazioni superflue. Ecco così un primo rovesciamento. L’ingiusto Woyzeck sembra essere giusto e innocente, perché commette il male senza volontà, e i giusti operatori del tribunale paiono macchiarsi di una grave colpa: l’indifferenza verso la verità.

La giustizia risulta così essere una virtù che non può essere amministrata dalle menti umane, troppo umane, che si fermano solo a giudicare il visibile e non anche a misurarsi con le potenze invisibili, che operano di nascosto persino nel tribunale. È utile ricordare, a tal proposito, che le persone chiamate a testimoniare al processo non riescano mai a leggere la formula del giuramento. Una qualche forza nascosta impedisce a Kate di vedere il testo, toglie il respiro al Tamburmaggiore, distrae Andres dall’acconsentire subito alle parole di rito che il cancelliere legge al posto suo. Qualcuno o qualcosa di invisibile cospira affinché le istituzioni umane non procedano nel loro corso e condiziona in peggio la condotta degli individui, portandoli verso la violenza e la catastrofe.

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Si può procedere più rapidamente in merito al secondo tema principale de Il caso W., vale a dire la follia. L’impressione generale che emerge è, infatti, che Woyzeck il “pazzo” sia anzi forse l’unico sapiente in un mondo di folli che badano all’inessenziale. Egli è colui che ha visto nel profondo l’abisso che l’essere umano contiene dentro di sé, o la persona che, con le sue visioni apocalittiche, anticipa l’avvenire e riconosce le forze nascoste che agiscono su di noi tra le pieghe più sottili del reale. Per esempio, Woyzeck percepisce lo sciogliersi dei ghiacciai, prefigurando la catastrofe ambientale di oggi che, agli occhi dei suoi contemporanei, appare invece essere un attacco di delirio, secondo la difesa, o una simulazione della follia, stando all’accusa. O ancora, egli sente una farfalla che gli vola dentro lo stomaco e che ha paura di schiacciare con il cibo ingoiato. Il riferimento misterioso può essere decifrato come la consapevolezza della presenza in noi di una forza impalpabile che costringe a riversare contro il mondo esterno la nostra furia, a scatenare i nostri più abissali istinti di morte e violenza. In che modo, allora, Woyzeck può essere giudicato come infermo di mente da chi ha solo una conoscenza parziale e più ottusa della realtà? «Il mondo è grande, Sottufficiale, e le cose sono tante», dice a un certo punto l’avvocato difensore quando si scaglia contro la testimonianza del Tamburmaggiore, che riconosce solo una porzione molto esigua del reale e delle sue potenze invisibili. Che è un’altra eco, forse non voluta ma non per questo meno pertinente, di un’altra nota battuta che Amleto pronuncia nella grottesca tragi-commedia dell’Hamlet: There are more things in heaven and earth, Horatio, / Than are dreamt of in your philosophy.

Si individua così un secondo rovesciamento dell’ordine naturale. L’unico savio che guarda la realtà nella sua fosca interezza è giudicato da una congrega di folli, che non si accorgono della loro pazzia perché pongono la loro ottusità di visione come l’unita di misura del mondo. Chi è cieco come loro è “sano”, chi guarda oltre il loro ristretto orizzonte è un “malato” da sorvegliare e punire.

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Passiamo infine alla morte, o al terzo e ultimo tema fondamentale de Il caso W., dove si può riconoscere un disordine simile a quello che si è riscontrato intorno ai concetti di giustizia e follia. Secondo la testimonianza di Kate, Woyzeck «diceva sempre che i morti si nascondono dietro le facce dei vivi», ossia riconosceva con il suo occhio speciale e ormai abituato a bucare le apparenze che alcune persone che a noi sembrano in vita sono in realtà defunte, o hanno perso qualcosa di importante (l’innocenza, la gioia di esistere, ecc.) e sono cadute in una condizione di “morte spirituale”. Inoltre, egli è l’unico altro personaggio – insieme alla madre di Marie (Margareth Schmolling Woost), altra testimone chiave del processo – che sa percepire la presenza degli spiriti che infestano il mondo e il tribunale, che tutti gli altri scambiano invece per le visioni di una mente malata. Ancora una volta, questa constatazione getta una luce sinistra sullo stato di cose della realtà attuale. I morti o gli spiriti che riescono a scuotere potentemente gli esseri umani fino a portarli ad uccidere sono più vitali dei vivi, e i viventi che incontriamo ogni giorno sono più putrescenti e marci dei morti.

Il concetto chiave de Il caso W. sembra consistere nel fatto che il caos domina incontrastato. La giustizia è una forma legalizzata di ingiustizia, la follia è una condizione generalizzata nella società degli esseri umani che non riescono di norma a vedere oltre il visibile, la vita è una qualità che inerisce solo ai morti. Tali affascinanti intuizioni esaltano, a loro volta, la fascinosa incompiutezza del Woyzeck, perché Il caso W. approfondisce alcuni spunti contenuti nel testo originario ma non spiegano né il come né il perché le potenze sovrannaturali agiscono come agiscono, o quale sia stata la causa dell’omicidio di Marie. Ciò ha l’effetto di stimolare la mente e l’immaginazione dello spettatore a interrogarsi sulle questioni sollevate, a colmare – se così desidera – con la sua personale riflessione critica i vuoti lasciati scoperti da Büchner e Frongia. Nessun poeta (per quanto geniale) può pretendere di esaurire con le sue opere che cosa siano la giustizia, la follia, la vita e i relativi opposti, perché di queste cose non esiste né forse esisterà mai una definizione chiara, non controversa e di comprensione pacifica. Come dice sempre l’avvocato della difesa de Il caso W.: «non è vero (…) che questa è una storia semplice, nessuna storia lo è». Per quanto si proceda innanzi con la conoscenza, ci ritroveremo sempre ignoranti e al punto di partenza della ricerca, come se non avessimo indagato affatto.

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Tutte queste cose atroci che Il caso W. racconta basterebbero a gettare lo spettatore nello sconforto, o peggio di far cadere in una forma di nichilismo radicale. Si sta sostenendo, in fondo, che la giustizia non è di questo né di un altro mondo, che i saggi o sani di mente sono pochi e perseguitati dai peggiori, che la morte è l’esperienza più vitale che possiamo provare, che la conoscenza anche minima di qualcosa è inaccessibile. A evitare lo sconforto e il farsi bruciare dalle visioni pessimistiche è proprio però la dimensione giocosa e comica che il teatro di Frongia porta con sé. Anche se gli attori fanno e dicono cose atroci, lo fanno sempre attraverso costruzioni ritmiche leggere e mai definite del tutto, o ancora evocando immagini amare ma anche di grande dolcezza. Le battute più belle appartengono del resto a Woyzeck («Lui si congelava in un fuoco che non conosce cenere», «Ha mangiato un pezzo di nuvola come un pezzo di pane»), che facendo esperienza della morte e della violenza individua una via di accesso alla bellezza. Ne risulta in qualche il paradosso che, tanto più uno sprofonda nell’orrore e nella complessità dell’esistenza, tanto più si diventa in grado di ridere delle proprie miserie. La suprema serietà passa per il tramite del gioco dello spirito.

Il caso W. è allora, in conclusione, una sorta di buco nero, che fa precipitare nell’Ade o nell’invisibile. Il gioco del teatro evoca mostri che normalmente sfuggono alla nostra percezione e, che tuttavia, condizionano larga parte dei nostri pensieri, delle nostre azioni, dei nostri amori infelici. Il passo ulteriore sarebbe quello, forse, di riconoscerli e di fronteggiarli, o almeno di accettare la loro esistenza e di apprezzarne la tragi-comica bellezza. Il caso W. si chiude, del resto, che un’ultima apparizione dello spettro ansimante e zoppicante di Marie, che Woyzeck – abbandonato dall’indifferenza umana – segue senza sapere il perché. Seguendo questa ombra ferita e incerta della donna amata, un uomo di carne e sangue striscia con un ghigno grottesco verso l’ignoto, verso l’eternità.

Enrico Piergiacomi

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Il caso W.

di Rita Frongia

regia Claudio Morganti

con Isadora Angelini, Gianluca Balducci, Gaetano Colella, Massimiliano Ferrari, Rita Frongia, Claudio Morganti, Francesco Pennacchia, Luca Serrani, Gianluca Stetur, Paola Tintinelli

luce Fausto Bonvini

organizzazione Adriana Vignali

produzione Teatro Metastasio di Prato, TPE-Teatro Piemonte Europa, Armunia-Castiglioncello, Esecutivi per lo spettacolo

*In copertina: fotografia di scena da “Il caso W.”, photo Ilaria Costanzo