Il Canto di Natale secondo Isaac B. Singer, ovvero: il Comunismo sconfitto da un fantasma

Posted on Dicembre 24, 2018, 8:37 am
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Isaac B. Singer (1904-1991) è lo scrittore dei perduti. Anzi, della perdizione, dello smarrimento. Anzi, dell’esilio che non concede ritorno e non ammette terre promesse, non promette nulla. Non a caso quando, manco fosse un santo, Singer si è scritto l’autobiografia in tre tomi l’ha intitolata Love and Exile, che però in italiano, mimando l’ultimo libro, Lost in America, diventa Ricerca e perdizione. L’uomo, secondo Singer, cerca l’amore e non lo trova, cerca una patria e non la trova, cerca Dio e Dio non c’è. “Anche se sono indebitato fin sopra i capelli, all’Onnipotente non devo nulla: finché continua a mandarci questi Hitler e questi Stalin è il loro Dio, non il mio”, dice l’ebreo Max Aberdam, scampato al regno dell’Olocausto, in Anime perdute. Ancora una volta, sempre, storie di perduti. Singer è il più grande narratore ebraico del secolo scorso (perciò, di sempre), ostinatamente legato alla lingua yiddish, cioè una lingua perduta e anacronistica, che fece rintoccare pure davanti ai parrucconi dell’Accademia Svedese, quando, nel 1978, andò a ritirare il Premio Nobel per la Letteratura, discettando in quella “lingua di esilio, senza una terra, senza frontiere, non sostenuta da nessun governo”. Pur latrando che “la nostra generazione ha perduto la fede non solo nella Provvidenza, ma anche in se stessa”, Singer, che aveva una idea tutta sua dell’Olocausto (non era una ‘questione ebraica’ ma un orrore che metteva in questione l’intero essere umano; e non solo, visto che nei riguardi di “tutti gli altri esseri viventi” gli uomini “sono tutti nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”), non poteva “accettare l’idea che l’Universo sia un accidente fisico o chimico, un risultato della cieca evoluzione”. Narratore immenso, eccellente romanziere (Satana a Goray, Il mago di Lublino), ancor più eccelso scrittore di racconti (raccolte di culto come Gimpel l’idiota, Un amico di Kafka, L’ultimo demone), questo agiografo dei perduti e dei perdenti non stava simpatico a nessuno, soprattutto agli ebrei. Perché era animato da una feroce compassione che non distingueva tra fedi religiose e partiti politici. Singer amava mettere in crisi le certezze altrui, imbarazzare e svergognare chi ha la risposta ideologica a tutto. Come in Inventions racconto scritto nel 1965 in yiddish, tradotto due anni dopo, ma rimasto sostanzialmente inedito: scoperto da David Stromberg una manciata di anni fa, tra le carte dell’Harry Ransom Center di Austin, Texas, è stato pubblicato in pompa magna dal New Yorker. In questa specie di Canto di Natale per trinariciuti, Singer immagina un leale lancillotto del partito comunista smarrito e messo in crisi dall’apparizione notturna dello spettro di un amico. Dar fede all’irrazionale, ovviamente, significa “abbandonare tutto: comunismo, ateismo, materialismo, partito. Cosa avrebbe fatto, allora?”. Eppure, bisogna perdere tutto, per ritrovarsi. In fondo Singer non narra altro che lo smarrimento di Dio, un padre che non riconosce più la sua creatura. (Davide Brullo)

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SingerDa quando mi sono trasferito in campagna, alle dieci di sera ho sempre sonno. Mi corico insieme ai miei parrocchetti e alle galline nel pollaio. A letto, inizio a sfogliare “Fantasmi viventi”, ma devo subito spegnere la luce. Un sonno senza sogni – o un sonno con sogni di cui non ho memoria – si impadronisce di me fino alle due del mattino. Alle due, mi sveglio completamente riposato, la testa brulicante di progetti e idee. Una notte d’inverno, mi è venuto in mente di scrivere di un comunista, anzi, di un teorico comunista, che partecipa a una conferenza organizzata dalla sinistra sulla pace nel mondo e vede un fantasma. Ho immaginato tutto chiaramente: la sala riunioni, i ritratti di Marx e di Engels, il tavolo coperto da un panno verde, il comunista, Morris Krakower, un uomo basso e tarchiato con capelli a spazzola e un paio di occhi d’acciaio dietro lenti spesse attaccate al naso. La conferenza si svolge a Varsavia, negli anni Trenta, l’era del terrore stalinista e dei processi di Mosca. Morris Krakower nasconde la sua difesa di Stalin dietro il gergo della teoria marxista, ma tutti capiscono dove vuole andare a parare. Nel suo discorso, egli proclama che solo la dittatura del proletariato può assicurare la pace, e, quindi, nessuna deviazione, né a destra né a sinistra, può essere tollerata. La pace mondiale è nelle mani del N.K. V.D., la polizia segreta sovietica. Dopo le relazioni, i delegati si riuniscono per un bicchiere di tè. Ancora una volta, il compagno Krakower spicca. Ufficialmente, è uno dei delegati, ma in realtà è un rappresentante del Comintern. Il suo pizzetto ricorda Lenin; la sua voce è un duro anello metallico. Egli è completamente devoto al marxismo e conosce diverse lingue; ha tenuto conferenze alla Sorbona. Due volte l’anno, si reca a Mosca. E, come se tutto questo non bastasse, è anche il figlio di un uomo ricco: suo padre possiede pozzi di petrolio vicino a Drohobycz. Non deve essere un funzionario del partito a pagamento. Morris Krakower è aperto al complotto, ma l’intrigo non è necessario. La stampa è ammessa alle sessioni; la polizia ha infiltrato le sue spie, ma Morris non teme di essere arrestato. Anche se lo arrestassero, non sarebbe una tragedia. In carcere, potrebbe dedicare il suo tempo alla lettura. Potrebbe fare contrabbando di volantini per aizzare le masse. Poche settimane di carcere possono solo aumentare il prestigio di un funzionario del partito. Fuori gela. Verso sera, cade la neve. Il tè è finito, e Morris Krakower si dirige verso il suo albergo. Le strade sono lisce, sopra i campi bianchi scivolano tram mezzi vuoti. I negozianti hanno abbassato le saracinesche. Sopra i tetti, brillano innumerevoli stelle. Se su altri pianeti esistono creature intelligenti, pensa Krakower, forse le loro vite sono regolate da piani quinquennali. Sorride al pensiero. Le sue labbra spesse rivelano grandi denti quadrati. Una pazza si siede sul marciapiede. Accanto a lei, un cesto pieno di vecchi giornali e stracci. Solitaria e spettinata, con occhi che luccicano ferocemente, dialoga con il proprio demone. Da qualche parte, un gatto ulula. Un guardiano notturno in pelliccia e cappuccio sta controllando le serrature dei negozi. Morris Krakower va nel suo hotel, riceve la chiave dall’inserviente e prende l’ascensore fino al quarto piano. Il lungo corridoio gli ricorda quello di una prigione. Apre la porta della sua stanza, entra. La cameriera ha cambiato la biancheria. Tutto quello che deve fare è spogliarsi. Domani la conferenza inizia tardi, quindi Morris potrà recuperare il sonno.

Si mette il pigiama nuovo. Stretto nel pigiama, a piedi nudi, non sembra proprio un leader carismatico! Si sdraia sul letto e spegne la luce sul comodino. La stanza è buia e fredda, e si addormenta subito. Improvvisamente, sente che qualcuno gli tira via la coperta. Si sveglia. Che cosa può essere? C’è un gatto nella stanza? Un cane? Si scuote e accende la luce. No, non c’è nessuno. Deve essere un sogno. Torna a dormire, ma qualcuno inizia di nuovo a tirare la coperta. Morris tira su la coperta. “Che cosa succede?”, si chiede. Accende la luce. A quanto pare i suoi nervi sono esasperati. La cosa lo sorprende, perché è in buona salute e ben riposato. Alla conferenza poi, tutto sta andando bene. Toglie la coperta ed esamina le lenzuola. Si alza dal letto e controlla che la porta sia chiusa. Esplora l’armadio. Niente. “Beh, devo aver sognato”, conclude, anche se sa che non è un sogno. “Una allucinazione?”. Morris Krakower è infastidito da se stesso. Spegne la luce e torna a letto. “Smettila con queste stupidaggini!”. Ma qualcuno sta tirando di nuovo la coperta. Morris balza sul letto con tale forza che le molle del materasso rombano. Qualcuno, un essere invisibile, sta tirando la coperta. E la sta tirando con l’energia di mani umane. Morris non muove un muscolo. “Sono fuori di testa?”, pensa. “Ho un esaurimento nervoso?”. Lascia la coperta e la presenza invisibile, quella potenza la cui esistenza è inammissibile, la attira immediatamente verso i piedi del letto. Morris è scoperto fino alle ginocchia. “Che diavolo è questo?”, dice a voce alta. Non vuole ammetterlo, ma è spaventato. Sente il suo battito cardiaco. Ci deve essere una spiegazione. Non può essere un fantasma. Non appena la parola entra nella sua mente, il terrore lo attanaglia. Forse questo è un sabotaggio. Ma di chi? E come? La coperta è caduto dal letto. Morris vuole accendere la luce, ma non riesce a trovare l’interruttore. I suoi piedi sono freddi, ma la testa è calda. Fa cadere la lampada dal comodino. Salta giù dal letto e cerca di accendere la luce, ma sbatte contro una sedia. Raggiunge l’interruttore e accende la luce. La coperta è sul pavimento. Ancora una volta, Morris scandaglia l’armadio, va alla finestra e alza le tapparelle. La strada è bianca, vuota. Cerca una porta che conduca in un’altra stanza, ma non c’è. Si china e guarda sotto il letto; apre la porta e fissa il corridoio. Nessuno. “Devo chiamare il portiere? Ma cosa posso dirgli? No, non posso fare il pazzo!”. Chiude la porta, la serra. Rimette la coperta sul letto e sistema il paralume sulla lampada. “Questa è una pazzia”, mormora. Morris Krakower è sudato, anche se la stanza è fredda. Le mani sono umide. “Deve essere una specie di nevrastenia,” pensa, cercando di rassicurare se stesso. Pensa di lasciare la luce accesa per un po’, ma si vergogna della sua codardia. “Non devo cadere vittima di una simile superstizione”. Accende la luce e cammina barcollando verso il letto. Non è più lo stesso Morris Krakower, il portavoce del Comintern. Ora è un uomo spaventato. Qualcosa tornerà a tirare la coperta? Per un po’ Morris giace immobile. La coperta non si muove. Fuori dalla finestra si sente il fragore soffocato di un tram. È ancora nel centro di una città civile e non in un deserto o al Polo Nord. “È tutto nella mia mente”, ragiona. “Devo dormire”. Chiude gli occhi. Immediatamente sente qualcosa tirare. No, non è solo qualcosa che tira, è un forte strattone. In un attimo, ha trascinato la coperta fino ai suoi fianchi. Morris si allunga, prende la coperta e cerca di scuoterla. Ma deve esercitare tutta la sua forza, perché il visitatore notturno sta tirando con forza nella direzione opposta. Il visitatore è più forte e Morris deve cedere. Ansima, grugnisce, bestemmia. La breve lotta termina e Morris è coperto di sudore. “Guai a chi mi ha colpito”, dice, ripetendo un’espressione di sua madre. Perché una simile follia deve accadere proprio a lui, tra tutte le persone? Cosa può essere? “Dio del cielo, esistono davvero i demoni? Se è così, allora tutto crolla”. […] Per molto tempo, Morris siede nel suo letto senza un’idea, senza una teoria leninista che gli spieghi perché ha appena visto un fantasma. Poi si allunga, si copre, mette la testa sul cuscino. Non osa accendere la luce, ma chiude gli occhi. “Bene, cosa si può fare adesso?”, si chiede, e sa di poter trovare una risposta.

Isaac B. Singer