La pellicola perfetta. A 40 anni da “Il cacciatore”, il film che ha consacrato (e dannato) Michael Cimino. Un libro ci spiega perché è un capolavoro

Posted on Dicembre 05, 2019, 12:21 pm
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Un colpo. Questa è la vita. La rapina dell’istante. Un colpo. Illuminazione. O morte. Luce. O inferno.

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Il cacciatore è uno dei grandi film della storia del cinema. Michael Cimino lo scrive insieme a Deric Washburn, si erano conosciuti qualche anno prima, scrivendo Silent Running (1972), il primo film di Douglas Trumbull, modesto regista ma eccezionale creatore di effetti speciali (svezzato all’arte sul set di 2001: Odissea nello spazio, lavora per Incontri ravvicinati del terzo tipo, Blade Runner, Star Trek). Nel film di Cimino c’è tutto: la provincia americana; gli immigrati cullati dal ‘sogno americano’; la guerra in Vietnam; l’uomo in guerra con se stesso; la città in contrasto con il bosco; il tradimento (dell’amore, della patria). Cimino è sublime: filma – fin dalle prime magnetiche riprese del matrimonio ortodosso e della festa che ne segue – come se scrivesse un romanzo. Il cacciatore è un grande film perché è un possente romanzo.

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In un colpo, la vita. O la morte. Il cacciatore stimola il selvaggio in noi. Gli amici – Mike, Nick, Steven, Stanley – sono uniti dalla caccia al cervo, condotta nei boschi della Pennsylvania. Un codice regola la caccia: il fucile ha solo un colpo – se sbagli, al cervo è concessa la fuga. Sulle corna del cervo si articola il bosco, forse anche la stagionatura del cielo: quando muore qualcosa di profondo schianta. Allo stesso modo, in Vietnam, la rivoltella con un solo colpo sancisce la vita o la morte degli amici, arruolati per un Paese che li arma all’indifferenza, indifesi.

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Il cacciatore è il film che mostra l’uomo estraneo ai propri simili. L’uomo è lo ‘strano’ e lo ‘straniero’: il senso della vita è riposto in un rischio assurdo, in un gioco. Tutto è corroso: amicizie, affetti, senso morale. Morire non è diverso da vivere. Tutti inseguono nostalgie dilapidate.

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Nella teca delle mie preferenze cinematografiche, Il cacciatore è tra le vette. Mi ha edotto alla visione il poeta Simone Cattaneo: un giorno, a Firenze, era il febbraio del 2005, c’era un convegno organizzato dalla rivista “Atelier”, di cui eravamo fieri redattori, passammo ore a cercare, per botteghe, un poster de Il cacciatore. Simone mi aveva regalato il suo; voleva comprarne un altro. Il poster è indimenticabile: Robert De Niro in bianco e nero, bandana rossa in testa, pistola puntata alla tempia.

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40 anni fa Il cacciatore sancisce il genio di Cimino: il film, nel 1979, ottiene nove nomination agli Oscar e la palma di Miglior film e regia. Non vengono premiati De Niro e Meryl Streep ma Christopher Walken (Miglior attore non protagonista), interprete, in effetti, di indimenticabile potenza. De Niro si era già preso l’Oscar nel 1975, per Il padrino. Parte II, aveva girato da poco Taxi Driver, Novecento, Gli ultimi fuochi. Dopo Il cacciatore si prepara per Toro scatenato: insomma, è nei suoi anni perfetti.

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Cimino sceglierà di dissipare tutto quello che ha conquistato in un colpo – ciò che ti glorifica, uccide. Nel 1980 esce con I cancelli del cielo, di cui scrive anche la sceneggiatura, western corrusco, romanzesco, involuto, con Kris Kristofferson e Christopher Walken. Uno dei disastri cinematografici più imponenti di sempre. Il fallimento fu fatale. Il film, sbeffeggiato all’epoca e soltanto anni dopo riconosciuto come un cult, stronca la carriera di Cimino, che girerà, da allora poco – e male – a parte un piccolo gioiello, L’anno del dragone (1985), con Mickey Rourke. La vita, si sa, è un colpo in canna, una roulette russa.

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“Lessi la sceneggiatura: era terribilmente bella. Mostrava gli effetti della guerra su quei ragazzi, e l’indifferenza con cui sono accolti dopo aver rischiato la vita. Michael aveva lavorato molto, aveva grandi idee, era molto appassionato. Ho sempre pensato che sarebbe stato un grande film. Altrimenti, non l’avrei fatto”. Questo è Robert De Niro. A 40 anni dagli Oscar che lo hanno esaltato, Coattail Publications stampa un libro di fotografie e memorie finora inedite. Il libro, curato da Jay Glennie, si intitola “One Shot”. The Making of The Deer Hunter. Il volume è a tiratura limitata di 1979 copie. Per chi lo ordina, una sorpresa: un poster del film mai utilizzato. C’è un cervo, dal palco enorme. E il cerchio di un mirino, che occupa tutto il foglio – in basso a sinistra il titolo, The Deer Hunter –, punta il cranio della bestia. Il cervo sembra sorreggere una civiltà. Sta per crollare. (d.b.)

*In copertina: Robert De Niro e Meryl Streep insieme a Michael Cimino sul set de “Il cacciatore”