I premi non devono premiare l’ovvio, altrimenti sono degli happy hour. E gli scrittori devono scrivere per lupi e rospi. Modeste proposte per un risanamento editoriale

Posted on giugno 05, 2018, 12:05 pm
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Qualche giorno fa ‘il Giornale’ ha pubblicato il j’accuse del filologo Lorenzo Tomasin, pronunciato dal pulpito del Premio Campiello. Sostanzialmente, il prof segnala, nell’attuale contesto letterario italiano, la mancanza di capolavori e i libri che si elevino oltre una scrittura “indistinguibile”. Insomma, il romanzo italiano è in stato di coma. A seguito dell’intervento, ‘il Giornale’ ha pubblicato i pareri di alcuni scrittori contemporanei. Tra cui quello di Davide Brullo. Che qui riproponiamo integralmente. La parola, ora, a voi.

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L’Apocalisse eccita. Tutti vorremmo vivere i ‘tempi ultimi’, quelli da cui scaturisce la rivelazione definitiva, la parola culminante, capitale. Invece, ecco, l’Occidente continua a tramontare da un secolo, il romanzo è morto da quando è nato, il requiem ha il rombo assordante di decine di migliaia di libri insignificanti pubblicati ogni anno. Ora. Il ‘j’accuse’ di Lorenzo Tomasin scagliato dal pulpito del Campiello – brutale sintesi: i romanzi italiani sono tutti uguali e fanno, generosamente, tutti schifo – ci trova tutti d’accordo. Solo che. Andava pubblicato su La Voce di Papini+Prezzolini, ora pare un reperto della Prima guerra mondiale – per altro, Tomasin rimprovera gli scrittori italici che “il grande assente è lo stile”, e lui è il primo a indossare un vocabolario vintage, d’antan, rétro. A Giacomo Leopardi, per dire, era già tutto chiaro due secoli fa, sfogliate Il Parini ovvero della gloria: i lettori sono idioti (“la moltitudine dei lettori… è molto più dilettata dalle bellezze grosse e patenti, che dalle delicate e riposte… dall’apparente che dal sostanziale… dal mediocre che dall’ottimo”), i critici letterari sono cretini (“se oggi uscisse alla luce un poema uguale o superiore di pregio intrinseco all’Iliade; letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella”), se gli scrittori vogliono la fama – costituzionalmente avversa al genio – devono scrivere male (“l’affaticarsi di scrivere perfettamente, è quasi inutile alla fama”). Ma fin qui, ci facciamo le masturbazioni astrali. Tornando terra-terra, anzi, rasoterra. Nel 1985 Giovanni Raboni scrive una letterina a Mondadori, troncando i rapporti di consulenza editoriale. Perché? Per la “sostanziale soppressione… negli attuali programmi della Mondadori, di un lavoro di ricerca e valorizzazione di nuovi autori”. Dieci anni dopo, un convegno fitto di personalità – c’erano, tra i tanti, Giulio Mozzi, Fulvio Panzeri, Luca Doninelli, Arnaldo Colasanti, Mario Guaraldi – dichiarò all’allora Ministro dei Beni culturali Walter Veltroni che “il libro muore: si sta spegnendo – e male – in un universo editoriale al centro del quale è stata posta la merce e scalzato l’uomo”. Insomma. È sempre la stessa storia. Talmente la stessa che va al di là delle generazioni e dei ‘bei tempi’ passati: è inutile leggere scrittori di polistirolo come Paolo Di Paolo o Giuseppe Catozzella se non si affronta prima l’opera di Mario Pomilio e di Giorgio Saviane, è assurdo sprecare aggettivi sull’opera di Valeria Parrella o di Veronica Raimo se non si studiano i libri di Eliana Bouchard e di Francesca Serragnoli, ma, a onor del vero, non è che ci sia questa differenza tra Niccolò Ammaniti e Antonio Tabucchi, tra Marco Missiroli e Alfredo Todisco e forse l’opera di Vitaliano Trevisan e di Tiziano Scarpa è più interessante di quella di Gianni Granzotto e di Antonio Altomonte (cito tutti autori passati per il Campiello). Insomma, è da decenni che, editorialmente, è il fango. E allora? I fatti mi sembrano semplici, sono questi.

a) I premi – Strega, Campiello & Co. – non dovrebbero premiare il noto, il risaputo, l’ovvio, né limitarsi al solito pool di griffe editoriali. I premi non devono cercare i “capolavori assoluti” (Tomasin), perché l’assolutezza non sta nel recinto del presente e il capolavoro è tale se vince il torchio del tempo (per me, per dire, è un capolavoro il romanzo di Andrea Temporelli, Tutte le voci di questo aldilà, uscito nel 2015, ma non mi pare che i critici laureati se ne siano accorti). Devono foraggiare – cioè: dare soldi – il capolavoro di domani, devono investire sulla possibile grandezza, domani, di uno scrittore di oggi. Altrimenti, sono premi da bar sport, anzi, da happy hour.

b) Gli editori devono fare soldi. Facciamoglieli fare. Lo scrittore, se tale è, vive l’oltranza e reputa oltraggioso essere pubblicato insieme a un cuoco, un rapper, un politico, un attore, un calciatore, uno youtuber prestato al romanzo. Lo scrittore scalpita. Faccia delle scelte ribelli. Rifiuti i grandi marchi – Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Giunti, ma pure La Nave di Teseo – gonfi di editor trionfanti nella loro ottusità, avranno anche letto migliaia di libri ma sono più realisti del re, gli manca il fiuto, sono i cani da tartufo dell’ovvio. Esempio. Dante Arfelli (di cui abbiamo già parlato diffusamente, qui). Nel 1949 pubblica per Rizzoli I superflui, ha 28 anni. Il libro, nel 1951, viene acquistato dall’editore di Hemingway, Scribner, e vende quasi un milione di copie negli Usa. Nello stesso anno, Arfelli pubblica il secondo romanzo, La quinta generazione. Poi basta. Si impone il silenzio. Per quarant’anni. “La vita letteraria mi ha molto scoraggiato… C’è una vera crisi nella narrativa… oggi il primo requisito è quello di interessare il lettore… scrivere è quasi una impresa disperata”, scrive, nel 1952, mandando tutti a quel paese.

c) I critici letterari, se tali sono, dovrebbero evitare il piagnisteo e scoprire gli scrittori veri, che di solito stanno nelle catacombe. Ma i critici letterari, da tempo, hanno perso la sana voglia di leggere l’insolito, si adattano alla consuetudine (il grande editore mi invia un libro, ne scrivo a dovere, finché il grande editore pubblicherà i miei pensierini devoti).

d) Gli scrittori devono pensare a scrivere ignorando il pubblico e il pubblicare. Ma… devono pur campare. Ovvio. Si facciano pagare profumatamente per la propria libertà creativa. L’unico obbiettivo di uno scrittore è scrivere la parola ultima, il libro che rifonderà il linguaggio, alla fine dell’uomo, il libro che alfabetizzerà anche i lupi, i rospi, le serpi, costringendoli a convertirsi, a diventare uomini, condannati alla stessa fame di dolore e di gloria.

Per il momento, modesta proposta. Non pubblichiamo nulla per un anno. Stimoliamo la voglia proibita di leggere. In agricoltura si dice maggese. Tenere a riposo una terra brutalmente sarchiata, perché torni a dare frutto. Se preferite. Usate la parola ‘quarantena’.

Davide Brullo