I poeti vivono in clandestinità, come sovversivi, e i versi si graffiano sulle pietre: sulla prima “graphic novel” dedicata alla poesia

Posted on Marzo 06, 2019, 11:57 am
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Come è nata la poesia? Coloro che recitavano versi nell’antica Grecia, le aedi, richiamavano soprattutto il canto e la musica con una cetra tra le mani, il racconto sommerso nelle note. Valorizzavano i grandi poemi epici: dunque si sentiva il bisogno di dire attraverso un ritmo, un andamento immaginativo. Non si è mai smesso di credere che l’uomo abbia connaturata in sé la consapevolezza di questo dire che esercita la funzione prima orale e successivamente di scrittura creativa, memoriale, fantastica. La prima graphic novel dedicata alla poesia, con una prefazione di Lillo e Greg, è un appello rivolto al mondo per la salvazione, nel terzo millennio sempre più dissipante, di un genere in via di estinzione (quantomeno editorialmente). Contro ogni tentativo pianificato, dati i tempi, di sollecitare la perenzione dei versi, se tutto diventa tecnologia e informatica, volontà di rafforzare un mondo artificioso e virtuale, Nicola Bultrini (poeta di origini marchigiane che vive a Roma, il quale ha scritto i testi) e Mauro Cicarè (fumettista di Macerata che ha disegnato i personaggi in chiaroscuro) hanno ideato una breve vicenda che ingloba una mutazione sociale e una sorta di speranzosa, felice restaurazione. È un libro originale La grande adunanza (Capire Edizioni 2019), non solo perché si tratta di una graphic novel, ma per il messaggio espresso palesemente.

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Le esigenze commerciali fanno accadere le cose in progressione, per cui viene bandito ciò che è spirituale e nel trionfo del digitale la carta subisce una dura repressione. I poeti rimasti sono costretti a vivere nella clandestinità, come sovversivi, ma continuano ad esistere e si cercano, reagiscono, escono allo scoperto. No, non ci stanno. Emergono immagini di autori di oggi e di ieri (Attanasio, Bre, Bultrini, Calandrone, Cappello, Damiani, Loi, Omero, Pascoli, Pasolini, Rondoni, Sanguineti, Zeichen ecc.). Sono proprio i poeti a scovare il modo migliore per respingere il divieto di fare poesia. Alda Merini pensava: “Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero”. Se non c’è più in circolazione la carta, i versi si possono graffiare nelle pietre, tanto che si arriva al punto di venderli al supermercato come fossero merci alimentari. Viene enunciato in televisione che il riciclaggio di qualsiasi oggetto o libro di carta sarà destinato alla produzione di fibre ottiche di nuova generazione, ma risorgono, per opposizione, le biblioteche e i versi sono incisi dappertutto. Tra i mattoni, i sassi, i legni, finché, finalmente, anche i libri tornano negli scaffali. La partita è dunque vinta nella compatta resistenza.

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La grande adunanza rappresenta l’invito a parlare, a scrivere, a raccontare come è sempre stato fatto. Ha ragione Claudio Gregori (Greg), che precisa: “Godiamoci questa storia e concediamoci il lusso di sperare che sia questo l’unico epilogo del nostro mondo con il televisore spento e Facebook fuori dalle scatole. Immergiamoci nella lettura di una bella favola. Chissà che non sia solamente l’inizio”. La bellezza di una poesia si avverte prima ancora di capirne il significato, sosteneva Jorge Luis Borges. Come dargli torto? Ai poeti l’onere di rispondere non solo con le loro opere, ma anche con un’organizzazione capillare di incontri, recital, festival che possano salvare il salvabile: lo stimolo offerto da Bultrini e Cicarè risulta ben chiaro e davvero condivisibile.

Alessandro Moscè