I pizzini di Saveria Benedetta Palazzolo (la pupa di Provenzano) sono meglio dei romanzi di Moccia. Ecco perché i mafiosi preferiscono la cozza alla supermaggiorata

Posted on Aprile 20, 2018, 9:23 am
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Che siano mogli o conviventi, le donne dei mafiosi siciliani non hanno linee affusolate né fianchi sottili, ma addome gonfio e culo largo. Pure il seno, che a volte è prosperoso, ricorda quello di una bestia fattrice destinata alla riproduzione: niente a che vedere con l’esuberanza provocante e soda di una quinta misura in dotazione a una starlette. Eppure, si sa come vanno queste cose, e come dovrebbero andare. Quando un aspirante mafioso di paese è ancora un giovane nessuno, può capitargli di perdere la testa per una picciuttedda, bella come tutte le adolescenti sono belle, e magari sposarsela, perché gli hanno insegnato, o comandato, che un vero mafioso, per lavorare con la testa sgombra da pensieri, deve avere una moglie che governa la casa e tiene a bada i figli. Ma poi, col passare del tempo, succedono due cose: lui fa carriera e, ammazzatina dopo ammazzatina, scala il vertice dell’organizzazione, diventando ricco e potente; lei si limita a stargli accanto, devotissima e in silenzio, e cannolicchio dopo cannolicchio, scala la ruota graduata della Bilancia assumendo forme sempre più budinose. A questo punto, in tutte le parti del mondo, un mafioso russo, cinese, americano, mollerebbe la cozza per mettersi con una scintillante troia supermaggiorata e molto osé, innamorata di ben altri cannoli e pronta a suggere altra crema. Il siciliano invece no. Rimane con la cozza. In lui c’è un rifiuto esplicito del tradimento, e in effetti la nozione di fedeltà coniugale, vista come un punto d’onore assolutistico e fermo, si avvicina molto a quella di lealtà, che è il collante dei gruppi mafiosi, non a caso detti ‘famiglie’. Lo spiega bene Totò Riina quando, durante un processo, cercando un modo per offendere il pentito Buscetta, reo di avergli mandato a scatafascio l’organizzazione, non trova di meglio che dargli del fimminaru, cioè un uomo che corre dietro a troppe femmine, e per Riina quel troppe comincia da due. Un fimminaru, secondo la rigida morale del capo dei capi, è peggio di un ominicchio: è un quaquaraquà.

Questa lunga premessa è necessaria se non si vuole che l’affermazione secondo la quale i pizzini di Saveria Benedetta Palazzolo sono un tesoro della letteratura rosa risulti completamente priva di senso. Le parole della compagna di Bernardo Provenzano costituiscono una raccolta di inni all’amore coniugale, sentito come dedizione assoluta, quasi mistica, poco erotica ma pulsante di vero cuore, carne tremula, quasi un culto religioso nei confronti del dio marito costretto a nascondersi come una lepre braccata da una muta di cani abbaianti.

“Carissimo amore mio”, è l’incipit di uno tra i più belli. “Con il volere di Gesù Cristo ho ricevuto il tuo scritto e leggo che stai bene, così ti posso dire di noi che stiamo bene”.

Saveria Benedetta Palazzolo mira dritto al cuore delle cose, evitando il birignao amoroso dei mocciosi di Moccia, o i melensi e problematici sussurri delle donne innamorate degli aviatori nei romanzi di Liala.

Pensiamo alle tante commoventi chiuse. Una per tutte: “Vita mia, ti abbraccio fortissimo e termino con la santa benedizione che la luce del Signore splende su di te e ti aiuta e noi ci dia la forza di sopportare e darci tanta fede”.

In questa semplice donna, proprietaria di una lavanderia a Corleone ma soprattutto, e a sua insaputa, vera autentica scrittrice, tutto è nudo e crudo, come se la prosa fosse scritta nella roccia. Ciò che conta e andava detto, è stato detto. Niente di più, niente di meno.

“Tu stai bene, io sto bene. Vita mia”.

Questo è il riassunto dell’amore e delle migliaia di pagine prodotte da scrittori e poeti di ogni tempo e latitudine. La letteratura di Saveria Benedetta Palazzolo è un bicchiere d’acqua fresca dopo una medicina amara: ci aiuta a rendere la vita più sopportabile. Che questa donna non trovi un editore ma solo alcune sparute citazioni in Voi non sapete, un libro di Camilleri su Provenzano, è scandaloso.

Francesco Consiglio